– Corey Feldman ricorda Michael Jackson


L’attore Corey Feldman, amico d’infanzia di Michael Jackson, lo ricorda nella sua autobiografia “Coreography”. Corey e Michael si sono conosciuti negli anni Ottanta e hanno mantenuto dei contatti nel corso degli anni. Nei primi anni Duemila la loro amicizia finì a causa di dissapori.
Grazia28
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Estratto dall’autobiografia: “Coreography” by Corey Feldman

michael-jackson-corey-feldman-300x202– Corey Feldman & Michael Jackson –
Corey Feldman: naturalmente avevo sentito parlare di Michael Jackson, prima dell’evento sul canale musicale MTV. Nel senso che era molto popolare e mi era capitato di ascoltare canzoni come, Rock with You e Don’t Stop ‘Til You Get Enough, benché al momento non sapessi che a cantare era questo artista. In realtà, non sapevo nemmeno chi cantasse. Solo alla fine degli anni Settanta ho capito chi era Michael Jackson, ma il Michael Jackson, che ho guardato a bocca aperta, seduto nel salotto di casa dei miei nonni nel maggio 1983 – era qualcuno di cui volevo sapere di più.
Lo spettacolo Motown 25: Yesterday, Today, and Forever, dove Jackson presentò per la prima volta i suoi leggendari passi di danza – fu uno di quei momenti cult della storia, simile allo sbarco sulla luna o l’assassinio di Kennedy; tutti ricordano esattamente dove si trovavano quando è successo. È rimasto impresso nella mia memoria in modo indelebile. I ricci! Il guanto luccicante! Il Moonwalk! Niente di simile avevo visto prima di allora! Perfino mio nonno, un po’ razzista (per tutta la mia infanzia ho sentito che chiamava la gente nera “negro”), ne rimase molto colpito. Così, come per molte altre persone, la mia passione per Michael è iniziata con questa performance. Comprai l’album, il primo, con i miei risparmi. E poco dopo uscì Thriller, il più grande video di tutti i tempi. Quattordici minuti di pura magia, orchestrato dal talentuoso John Landis.
La campagna promozionale di Thriller fu di proporzioni gigantesche, appena uscì, MTV l’ha trasmesso a rotazione tutto il giorno. Ogni ora, senza sentire ragioni, mollavo quello che stavo facendo e andavo a vedere la televisione. Ho visto il video, ancora, ancora una volta fino a memorizzare ogni bit, ogni respiro, ogni parola del dialogo e, ovviamente, ogni singolo passo di danza.
A sette anni mia madre mi ha iscritto ad una scuola di danza. Era un corso di danza moderna, insegnavano passi di “shuffle-heel” (muovere i piedi in modo particolare facendo perno sul metatarso e sollevando i talloni) e “kick- bal- change” (Rapido cambio di appoggio da un avampiede all’altro eseguibile sul piano frontale o sagittale). Purtroppo la maggior parte del tempo la passavo a fissare le pareti o a guardare i miei piedi. Mia madre all’uscita mi guardò, scosse la testa dicendo: “Dio mio, devi essere il ragazzo più scoordinato del mondo!”.
Feci altre audizioni, il risultato fu altrettanto sconfortante, contro la mia volontà ho cantato Raindrops Tenete Fallin’ on My Head, una canzone che a malapena ero riuscito a intonare. Era chiaro che non avevo nessuna particolare dote artistica.
Ma guardare Michael danzare in qualche modo mi ha influenzato. Lui si muoveva in un modo speciale – morbido e fluido, come se scivolasse sul ghiaccio. Un giorno, carico di energia, improvvisamente ho iniziato a ballare. Come Michael Jackson. Certo, non ero pronto a mostrarlo a nessuno (almeno non per il momento). Solo nella mia stanza, davanti allo specchio provavo il moonwalk, questo mi faceva sentire bene e piano piano ho acquistato fiducia in me stesso. Questa è parte della magia di Michael. Ascoltando semplicemente l’intro di Billie Jean, il rimo mi trasportava e mi faceva stare bene con me stesso.
Nell’inverno del 1984, stavo finendo le riprese del film Gremlins, e la mia passione per Michael Jackson si era trasformata in una vera e propria ossessione. Qualcuno, non ricordo esattamente chi, mi comprò uno di quei guanti luccicanti alla Michael Jackson – una piccola cosa a buon mercato, mal fatto, ricoperto di colla e cosparso di paillettes. A metà degli anni Ottanta, si trovavano ovunque, e l’ho adorato. Il guanto lo usavo come una sorta di borsa, simile ad un marsupio alla vita, attorcigliavo la parte superiore e lo infilato sotto la cintura dei pantaloni. Ho comprato le riviste a lui dedicate, trascorrendo ore ad ammirare le foto dei concerti di Michael e dentro di me sentivo – che un giorno sarei riuscito ad incontrarlo. Non riesco a spiegare il perché. Avevo undici anni, ed ero incorreggibile.
Un giorno, con Joe Dante ho lavorato alla registrazione del dialogo aggiuntivo. Ad ogni pausa della sessione, parlavo continuamente di Michael Jackson. Era più forte di me, non riuscivo a trattenermi. Infine, Joe esasperato mi guardò e disse:
“Sai, un giorno è venuto sul set.”
Rimasi pietrificato. “Che cosa?”
“Sì, è venuto a farci visita.”
“Davvero?”
“Sì, lui è un amico di Steven [Spielberg], così è venuto a vedere le riprese. Ha trascorso tutta la giornata con noi. In realtà, è venuto anche a casa mia. Steven l’ha portato con sé.”
“E hai visto come balla?” Ho chiesto.
“Sì, certo, lui ha mostrato il moonwalk a tutti noi.”
Credo che Joe mi abbia raccontato questa storia solo per zittirmi una volta per tutte. Ma l’effetto non fu quello auspicato.
Un anno dopo, ho iniziato a lavorare sul film Goonies, e l’amicizia tra Steven Spielberg e Michael Jackson era ormai nota. (Jackson aveva anche cantato la canzone Someone in the Dark per il film “E.T.”) Così mi sono detto: se Michael Jackson è andato a vedere le riprese del film Gremlins, perché non dovrebbe venire sul set di Goonies? Sembrava tutto risolto, dovevo solo chiedere a Steven. E infatti è quello che ho fatto. E l’ho fatto, per non so quante volte ogni giorno. Ho continuato imperterrito a fare la stessa domanda durante i tre mesi passati nell’Oregon, e poi a Los Angeles dove ci siamo spostati per continuare a girare. Non riuscivo proprio a farne a meno. Per me era diventata una questione di vita o di morte, dovevo incontrarmi con Michael Jackson.
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Non molto tempo dopo, seduto nel rimorchio a provare con gli altri attori di Goonies, qualcuno improvvisamente bussò alla porta. Ci fu consegnato un pacco gigante, destinato a tutti i bambini coinvolti nel film. Dentro c’erano sette giacche di raso, con il logo The Victory Tour dei Jacksons. In quell’istante ho capito che il mio sogno si sarebbe finalmente avverato.
Il Victory Tour a quel tempo, era senza dubbio il più spettacolare evento musicale. Mi sarebbe piaciuto andare allo spettacolo: ho chiesto a Stephen di procurarmi un biglietto, ho chiamato Radio KIIS-FM, sperando di vincere uno dei loro omaggi messo in palio ogni giorno, ma le giacche del tour di Michael Jackson hanno superato tutti i miei sogni più inimmaginabili. Dopo le giacche sono arrivati anche i biglietti con l’invito ad incontrare Michael alla fine dello spettacolo. I 16 pass per il backstage – erano giusto per il cast dei bambini, un genitore, due dei nostri insegnanti e Mark Marshall, l’assistente di Stephen al momento. Il compito di Mark era di badare a noi bambini, quindi era lui che ci avrebbe accompagnato al Dodger Stadium. Il concerto fu uno degli ultimi in cui tutti i sei fratelli Jacksons si sono esibiti insieme. Era dicembre 1984, l’ultima tappa del tour.
L’unico concerto che avevo visto al momento, era del gruppo rock Styx al Forum, quando la loro hit Mr. Roboto cominciò a scalare le classifiche. Il Tour Victory era di un livello completamente diverso. Il flusso di energia della folla palpitante arrivava fino ai nostri posti in fondo allo stadio. Nella tribuna ci eravamo seduti così in alto, che i Jacksons sul palco sembravano non più grandi di formiche. Ma questo non mi importava. Il mio sogno si era avverato. […]
Il resto del concerto è un ricordo sbiadito, al contrario rammento molto bene, come disperatamente volevo che finisse in fretta lo spettacolo, perché a quel punto avrei incontrato Michael. Alla fine le luci dello stadio si accesero e la gente dai piani andò verso l’uscita, Michael, però aveva cambiato programma: era tornato in albergo. Quindi era lì che lo avremmo incontrato. Ma, ahimè, appena saliti a bordo dell’autobus, ho scoperto che stavamo andando a casa. Non era questo il piano stabilito! Dovevamo assistere allo spettacolo, incontrare Michael e di certo fare amicizia con lui. Così, che cosa diavolo era successo?
Il lunedì mattina, tornato agli Studi Warner Brothers, ho deciso di scoprire cosa era successo. Volevo sapere i futuri progetti di Michael. Forse sarebbe andato in tour all’altra estremità del mondo. Oppure sarebbe ritornato in Studio a lavorare su un nuovo album. E siccome non volevo perdermi un’altra occasione, sono andato di corsa da Steven Spielberg.
“Che cosa è successo? Non siamo riusciti ad incontrare Michael!”
“Sì, lo so. Mi dispiace molto.”
“Come? Perché ti dispiace?”
“Beh, Michael voleva invitare tutti nella sua camera d’albergo, e io l’ho dissuaso. Ho pensato che questo sarebbe stato inappropriato.”
Lo fissai.
“Ho pensato che sarebbe stato un po’ eccessivo,” ha continuato Stephen. “Sedici persone in una camera. Aveva appena finito il tour. Sicuramente, era molto stanco.”
Ridacchiai. “E ho pensato ingenuamente che Michael Jackson non potesse stancarsi.”
“Corey?” Stephen mi chiamò, intuendo la mia delusione. “Ho una buona notizia” fece una pausa e come lo guardai disse “Michael verrà sul set!”
“Quando?”
“Non è ancora certo. Forse tra due settimane, ma non è sicuro al cento per cento. Tu richiedimelo la prossima settimana.”
Ho fatto la stessa domanda la settimana dopo, e ogni giorno a seguire. Ma ogni volta che ho chiesto, c’era un imprevisto o Michael cambiava il programma. L’angoscia di essere stato ingannato mi tormentava, forse non lo avrei mai incontrato. Davvero, “non stavo più nella pelle” dalla grande gioia e impazienza, ma non osavo sperare tanto. Perché ero stato deluso molte altre volte.
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L’attesa per l’arrivo di Michael si era trasformata in pura agonia. A scuola, quel giorno non avevo la più pallida idea di ciò che dovevo studiare, non riuscivo a concentrarmi. Ho solo scongiurato che non cambiasse di nuovo il suo programma e che non si rifiutasse di incontrarmi all’ultimo momento.
Ad ogni pausa, mi precipitavo sul set da Stephen, mi sembrava il luogo più plausibile che Michael sarebbe andato a vedere. Ho guardato la scena che Sean Key, Jeff e Stephen stavano girando in una delle grotte situate all’estremità del Padiglione 15. In piedi all’ingresso della grotta, sognavo ad occhi aperti, un brivido scivolò lungo la schiena facendomi venire la “pelle d’oca”. Lui era qui. Lo sentivo. Mi voltai lentamente – e sul lato opposto del padiglione vidi Michael Jackson, che stava camminando verso di me, accompagnato dal capo della sicurezza, Bill Bray.
Sembrava uscito dallo schermo TV – indossava una giacca militare nera con bottoni dorati, una cintura con fibbia luccicante, mocassini e calze bianche. (Più tardi, mi resi conto che Michael usava profumarsi con acqua di colonia, in quei giorni, usava Giorgio Beverly Hills. Ho assillato mia nonna fino a quando lei mi ha portato in un negozio di profumi, dove ho preso un campione gratuito.) Di colpo mi misi a correre. A metà strada riuscii comunque a ricompormi. Non volevo che la sua guardia del corpo pensasse, che lo avrei sopraffatto. E poi mi sono ritrovato accanto a lui, imbarazzato da non riuscire a spiccicare una parola. In piedi di fronte a lui, letteralmente sotto il suo naso, alla fine ho farfugliato:
“Uhm … scusa? Sei Michael Jackson?”
Mi guardò attraverso i grandi occhiali Ray Ban – le lenti erano scurissime da non lasciare intravedere i suoi occhi – e in falsetto, mi ha detto in modo tranquillo:
“Sì, ma tu chi sei?”
“Corey Feldman,” ho detto. “Io sono uno dei Goonies.”
“Oh, ciao, Corey, come stai?”
Dal sorriso forzato stampato in faccia, sibilai un altro “ciao”, quindi si allontanò e lo guardai tranquillamente da lontano. Finalmente c’eravamo conosciuti, e ufficialmente presentati, ma l’agitazione mi aveva ammutolito. Rimasi lì vicino, a guardare Michael mentre salutava Stephen con un abbraccio, e uno degli assistenti gli offrì qualcosa da bere.
“Succo di mela,” ha detto. “Un po’ di succo di mela, per favore.”
Huh! Non chiese una Coca Cola, o dell’acqua, e niente di quello che consideravo una bevanda per adulti. Rimasi molto colpito dalla sua scelta. Ho pensato che questo … beh, non so … ho avuto la sensazione che tra di noi ci fosse una certa sintonia.
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Era tutto il giorno che andavo avanti e indietro tra i padiglioni e il rimorchio della scuola. Non potevo stare con Michael, perché dovevo lavorare sul set. Alla fine, sono stato chiamato al padiglione di Stephen, per filmare una scena in cui noi ragazzi, dovevamo mettere la chiave a forma di teschio in una nicchia nella parete della grotta.
Michael era seduto su una sedia da regista. E appena finito di girare la scena, Stephen si è messo accanto a lui. In piedi nella grotta mentre chiacchieravo con Sean e Jeff, ho notato che Stephen e Michael ridevano, scherzavano sussurrando tra loro qualcosa. Michael, poi mi ha indicato. E Stephen mi ha fatto cenno di andare da lui.
“Avevi un taglio di capelli diverso in Gremlins?” Ha detto.
“Sì!” Ho risposto.
Stephen guardò Michael: “Beh, qui. Avevi ragione.”
“Lo sapevo!” ha detto Michael ridendo. E poi è successo l’impensabile – Michael si girò e mi parlò.
“Corey, sei veramente fantastico in quel film.”
“L’hai visto?”
“Oh, sì! I miei fratelli ed io dopo le prove del Tour abbiamo visto in varie occasioni il film. Ci siamo infilati in un cinema e seduti in ultima fila. È stato il mio film preferito dell’estate.”
“Dici sul serio?”
“Certo! Reciti molto bene. Secondo me, sei uno dei migliori attori-bambini del mondo. E penso che tu possa essere il prossimo Marlon Brando.”
Il più grande artista del mondo mi aveva appena detto, che ero un bravo attore. Dall’emozione sono quasi svenuto.
Poco dopo, eravamo in posa per una foto – qualcuno aveva organizzato una fotografia di gruppo con Michael. A malincuore, poi sono tornato a scuola nel rimorchio, e quando più tardi sono tornato sul set, Michael era già andato via.
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Il telefono squillò.
Appena entrato a letto, sentii squillare il telefono. E ho pensato che potesse essere Michael. Sorridendo, mi sono detto che questo era impossibile. Quindi mi sono disteso nel letto con la mano sotto la testa e ho chiuso gli occhi. In quel momento mia nonna ha aperto la porta della mia stanza, giusto per far entrare un fascio di luce.
“Corey?” Ha sussurrato. “C’è Michael Jackson al telefono!”
Scattai subito su. Oh mio Dio, allora è vero! Tirai via la coperta, saltai giù dal letto, e mi precipitai velocemente nel salotto, passando dalla cucina, dove mio nonno era lì, che stava fumando una sigaretta. Lui mi guardò. Sapevo cosa voleva dire quello sguardo: “Ragazzo, hai cinque minuti!” In attesa della chiamata, per giunta, avevo disobbedito alla regola di andare a letto presto. Naturalmente, non sarei riuscito a cavarmela facilmente, perché questa chiamata sarebbe durata ben oltre i cinque minuti.
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Quel giorno, un mese prima, quando Michael visitò il set di Goonies, non avevo avuto modo di salutarlo. E questo mi aveva molto turbato. Tutte le persone, tra cui Stephen, cercavano di confortarmi, dicendo parole come, “non preoccuparti, tornerà” o “sono sicuro che avrai un’altra occasione.” Ma io non riuscivo a capire perché tutti si riferivano al mio problema così alla leggera. Non si rendevano conto, che per la maggior parte delle persone, non c’è una seconda occasione? Non è una cosa di tutti i giorni incontrare Michael Jackson. Come era possibile che, secondo loro, si sarebbe risolto tutto al meglio? Come potevo non essere “preoccupato”? Devo dire che per un ragazzo di dodici anni sono stati dei pessimi consigli.
Volevo disperatamente rivederlo, ma in fondo, ho pensato che era tutto finito. Avevo già avuto la mia occasione: c’eravamo conosciuti, mi ero fatto una fotografia, avevo scambiato qualche parola e lo avevo salutato. La mia esperienza l’avevo fatta. Perciò mi rimaneva solo una cosa – vivere. Il lavoro negli ultimi tempi occupava quasi tutta la settimana. Per un bambino era un impegno pesante, tuttavia, questa totale immersione nel lavoro ha lenito la mia frustrazione.
Un giorno nello Studio Warner Brothers ho pranzato al Caffè. La ristorazione era suddivisa in due grandi ambienti: la sala principale, dove i pasti venivano serviti alla caffetteria e una sala VIP, dotata di un salotto riservato, con camerieri elegantemente vestiti e maître. Naturalmente, non ho mai mangiato lì, perché era riservato ai VIP.
Finito il mio pranzo, stavo per tornare al Padiglione 16, quando ho notato una folla di persone all’ingresso che si stringeva intorno a qualcuno. Incuriosito mi sono avvicinato e ho visto il bordo della manica di una giacca di pelle bianca e dei ricci neri. Alla fine ho capito che non erano ricci qualsiasi. Ma i ricci di Michael Jackson. E la donna che stavo guardando, era la sorella maggiore di Michael. Così, mi sono precipitato da Mark Marshall nella sala pranzo.
“È LaToya?” Ho chiesto.
“Sì, sì. Non ti avevo detto che sarebbero venuti oggi?”
“Chi, loro?”
“È venuta con Michael.”
“Perché è tornato?”
Lui mi guardò con un sorriso malizioso: “Beh, è ovvio, per vederti.”
Mark Marshall era una persona di una bontà squisita: poteva anche dire una piccola bugia, se questo significava rendere felice un bambino.
“Nessuno mi ha detto che sarebbero venuti!” Ho cercato di raggiungerlo, facendomi strada tra la folla, ma lui si era già allontanato. C’era LaToya, Michael e Stephen. Stephen ha fatto un cenno con la mano e ha detto:
“Vieni, gli facciamo vedere alcune cose.”
Stavamo lavorando alla scena dell’Organo di ossa, dove Andy (Carrie Green) doveva suonare una musica per aprire la porta segreta. Se avesse suonato anche un solo accordo sbagliato, il pavimento sarebbe crollato sotto di noi, lasciandoci penzolare sopra l’abisso, con il rischio di cadere e morire prematuramente. L’allestimento del set, visto dall’esterno sembrava una sorta di imbuto: l’intera struttura costruita con tavole di legno si trovava ad una certa altezza dal suolo.
La sequenza di questa scena, divenne motivo di orgoglio per tutti noi ragazzi perché venne girata senza ricorrere a controfigure. Stephen stava sotto di noi con la macchina da presa rivolta verso l’alto, e noi in piedi sul cornicione, eravamo legati all’organo tramite dei cavi collegati a delle cinture speciali messe sotto i nostri vestiti. Nel momento in cui il pavimento sarebbe crollato, dovevamo aggrapparci alle pareti della grotta per non cadere nel baratro. Era davvero spaventoso. Sotto di noi c’era Stephen, la troupe e vari apparecchi d’illuminazione molto costosi. Se uno dei cavi si fosse rotto, l’atterraggio non sarebbe stato certamente confortevole.
Michael trovava tutto molto eccitante: chiese se poteva stare con noi nello scenario in movimento. I tecnici degli effetti speciali erano piuttosto scettici – perché questi extra non erano coperti dall’assicurazione. Cosa sarebbe accaduto se Michael Jackson fosse caduto e ferito gravemente? Tuttavia, i bambini imploravano la sua presenza e alla fine Stephen ha dato il suo assenso.
Rimasi vicino a Michael, gli dissi che l’avrei aiutato a mettersi al sicuro, che doveva solo “seguire me”. Appena ho visto che era tranquillo, e che tutto sarebbe andato bene, ho deciso che quello era il momento giusto per parlagli. Feci un respiro profondo e con coraggio dissi:
“Sai, ero molto turbato quando sei andato via l’ultima volta. Ho pensato di non rivederti mai più.”
“Avresti dovuto immaginare che sarai tornato un’altra volta” ha detto. “Certo, sarei tornato a vedere e far visita a voi ragazzi.”
“Beh, sì … ma …”
Mi sono ricordato di tutte quelle foto di Michael con i bambini, come Emmanuel Lewis. Così avrei voluto essere uno di quei ragazzi.
“Io non so perché” ho detto, “ma vorrei tanto essere tuo amico. So che sei amico di tanti bambini … Pensi che se ti dessi il mio numero di telefono, mi potresti chiamare qualche volta?”
“Certo!”
Beh, era stato facile più di quanto pensassi.
“Davvero?” Ho chiesto, assicurandomi di aver sentito bene.
“Certo. Nessun problema.”
Incoraggiato ho detto:
“Quindi, se ti do il numero, prometti di chiamarmi?”
“Te lo prometto.”
“Quando?” Ho chiesto.
“Ti chiamerò stasera.”
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Come sono tornato a casa dai miei nonni ero felicissimo e saltellavo qua e là, in ansia per l’attesa. Ma quando ho detto a mia nonna che Michael Jackson mi avrebbe chiamato, lei mi sguardò perplessa dicendo: “Non pensi che abbia di meglio da fare?”
Beh, mia nonna aveva ragione. Ma, sono rimasto seduto per ore ad aspettare quella chiamata. Mi rifiutai di cenare. Volevo solo stare nel soggiorno, rimasi lì per tutto il tempo ad aspettare – fino alle undici di sera quando i nonni mi hanno costretto ad andare a letto. Nonna mi accompagnò in camera e cercando di consolarmi mi ha detto:
“Lui è un uomo molto occupato, Corey. Non puoi pretendere che molli proprio tutto, lo sai.”
Era vero. Così, quando finalmente chiamò, dall’emozione sono quasi svenuto.
Abbiamo parlato per due ore e mezzo, fino all’una di notte. Era come parlare con un mio coetaneo. Mi parlò di Paul McCartney, di Say, Say, Say, purtroppo la mia conoscenza sui Beatles era limitata a questa canzone. Poi mi ha detto che McCartney aveva scritto per lui un’altra canzone alla fine degli anni Settanta.
“Si chiama Girlfriend,” ha detto. “La conosci?”
“Uh, non sono sicuro.” Non conoscevo questa canzone, ma non volevo che lui lo sapesse.
“E come fa la melodia?”
Ha cantato il ritornello. Mio Dio, ho pensato, Michael Jackson canta per me al telefono.
Poco prima che la conversazione finisse (non riuscivo a tenere gli occhi aperti), gli ho chiesto se potevamo essere amici.
“Certo, saremo amici,” ha detto.
“Sei sicuro?”
“Sì!”
“Ma come lo sai?”
“Perché ora ho il tuo numero di telefono. Ti ho appena scritto nel mio piccolo taccuino nero.”
Questa è un’altra cosa che ricordo molto bene.
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Conoscere il leggendario artista era qualcosa di incredibile. Ma tenere dei contatti – era tutta un’altra storia. A quei tempi non c’erano cellulari, internet, Michael viaggiava costantemente per il mondo, viveva in una sorta di “bolla”, che lui stesso aveva creato attorno a sé, e soffriva di paranoia. Ogni pochi mesi il suo numero di telefono veniva cambiato.
Sono venuto a conoscenza di questo, un giorno, quando l’ho chiamato mi ha risposto la segreteria telefonica, dicendo che il numero selezionato era scollegato. “È finita!” Ho pensato. “Non vorrà mai più parlarmi.” Più tardi mi spiegò che era una cosa che faceva molto spesso!
“No, sciocco, non ho cambiato il mio numero a causa tua,” ha detto. Così ho imparato presto, che, quando Michael aveva cambiato il suo numero privato, erano cambiati anche tutti gli altri numeri.
A quel tempo viveva a Hayvenhurst in Encino, la casa della famiglia Jackson. Nella casa c’era uno studio di registrazione, dotato di impianti di produzione e una serie di uffici, compresa la stanza per l’assistente personale. Ogni zona aveva la sua linea telefonica, con i numeri in sequenza. Ad esempio, se il numero privato di Michael era 788-8234, significava che gli altri numeri (in casa, lo Studio, negli uffici e il punto di guardia al cancello) erano 788-8235; 8236; 8237, ecc. Quindi se cambiava il suo numero privato, di solito riuscivo ugualmente a trovarlo. Appena avevo digitato il numero di sequenza, qualcuno rispondeva “MJJ Productions” o “MJJ”, fino a quando trovavo il numero della sua stanza.
Con Michael era una cosa, una volta diventato un suo caro amico, si comportava come una persona normale. Se chiamavi la sua stanza privata, non rispondeva un assistente, ma lui in persona. E per le chiamate non aveva un processo di verifica, ma un grande senso dell’umorismo.
Michael era davvero molto bravo a simulare voci diverse. Una delle sue imitazioni preferite era la voce del classico conservatore americano bianco, simile a quella che fa il comico Dave Chapelle, quando imita di essere bianco. Michael alcune volte rispondeva al telefono con questa voce. Se qualcuno chiamava Michael, senza conoscere il gioco, lui poteva rispondere: “Qui non c’è nessun Michael Jackson. Non so, di chi stia parlando, signore.” Ma se tu eri un suo amico, riconoscevi subito la voce, ti presentavi, e subito, passava al familiare falsetto. “Oh, ciao, Corey, come stai?” Questo era un modo per evitare di non parlare con alcune persone.
Altre volte alzava il telefono, ma senza dire una parola. Sentivo il ricevitore su e dicevo: “Ciao? Ehi, Michael! Ci sei?” ma dall’altra parte sentivo solo il silenzio. Questo mi faceva davvero infuriare. Di solito, dopo una lunga pausa, poi iniziava a parlare, ma a volte il silenzio si protraeva letteralmente per dieci-quindici minuti. Naturalmente, la maggioranza delle persone riagganciava il telefono. Ma non un ostinato adolescente.
Di tanto in tanto, potevo sentire una strana intercettazione, come se qualcuno stesse sbattendo il ricevitore su una superficie dura. Ho chiesto a Michael di questo, ha risposto che probabilmente era Bubbles. “Se esce dalla gabbia, a volte cerca di rispondere al telefono.” Questo, tuttavia, non lo ritenevo molto plausibile. Michael sembrava prendersi gioco di me. E questo non mi piaceva. E mi sono chiesto chi fosse il vero Michael Jackson, dietro gli occhiali scuri e tutto questo splendore.
Il lavoro sui Goonies stava quasi per terminare, Michael ed io ci sentivamo regolarmente ogni due settimane. In questo periodo, ho deciso di invitarlo nuovamente sul set come mio ospite personale.
“Ci sono tante altre cose da vedere” ho detto. “Tu non hai visto tutte le nostre avventure.”
“Cosa vuoi dire?”
“Voglio organizzare un tour privato, così potrai vedere l’interno della nave pirata e tutti i posti segreti. Ti mostrerò come qui funzionano le cose.”
Volevo anche mostrargli il mio camerino. Quando sei un ragazzino e hai un amico, non vedi l’ora di mostrare la tua stanza. In questo caso, la stanza era il mio camerino alla Warner Brothers Studios.
Michael è rimasto in silenzio per molto tempo, e questo iniziò ad innervosirmi. Forse avevo oltrepassato il limite? O detto qualcosa di troppo? Infine, ha chiesto:
“Che cosa devo mettermi?
Passarono molti anni prima che mi rendessi conto che la magia di Michael, è una componente integrante del suo genio come artista. Occhiali, costumi, paillettes, e persino la sua colonia – tutto era subordinato alla sua arte. Un immagine che non ha mai rinnegato. Non era mai Michael Jackson. Solo più tardi, ho cominciato a prestare veramente attenzione a tutti questi dettagli. E naturalmente – volevo emulare il mio idolo. Qualunque cosa ha fatto, è diventato per me un modello di riferimento, che ho sperimentato su me stesso. Ma allora semplicemente non capivo e ho pensato che sarebbe stato bello vederlo in abiti casual.
“Non hai dei semplici jeans e t-shirt?” Ho chiesto.
“Certo, che ce l’ho” ha detto.
Avevo programmato la visita il sabato, quando Hollywood non era così frenetica, come al solito. Ho organizzato personalmente la sua visita e informato i responsabili di Stephen. Anche Richard Donner. All’ingresso principale della Warner Brothers, ho perfino controllato il passaggio al checkpoint. Ma quando arrivò, in una Mercedes nera con i vetri completamente oscurati, indossava – scarpe nere, calze bianche, pantaloni neri e una delle sue assurde giacche, tempestata di paillettes. I suoi capelli erano perfettamente arricciati, occhiali sul naso, come al solito.
“Dove sono i jeans?” Ho chiesto.
Si guardò i pantaloni:
“Questi sono jeans.”
“Oh!” ho detto scettico. “E se si sporcano, non ti importa niente?”
“Sì, va bene!”
E qui ho notato che aveva portato con sé, Emmanuel Lewis. Tutto stava andando secondo i miei piani: ho conosciuto altri suoi amici bambini. Finalmente, anch’io facevo parte delle persone confidenziali di Michael Jackson.
mjcorey2Jeff Hofflin, Corey, Michael, Emmanuel e Latoya nel cinema di Michael presso Hayvenhurst
Ero amico di Michael Jackson da circa un anno, e subito dopo le riprese di Stand By Me, mi chiamò per invitarmi a una festa a casa sua. Non ero mai stato a Hayvenhurst – una villa di lusso in stile Tudor, che Joe Jackson aveva acquistato per la sua famiglia nei primi anni Settanta, ma la storia su questa casa è diventata una leggenda: Michael comprò la casa da suo padre nei primi anni Ottanta e la ristrutturò, un intervento durato due anni. Ha costruito un teatro di 32 posti a sedere, un laghetto, uno zoo, un negozio di dolci in stile Disney e un Diorama di due metri con Biancaneve e i sette nani (molto simile a come amano descrivere i giornalisti). (Con mio grande disappunto, non c’era nessun Pirata dei Caraibi – questo si è rivelato un semplice pettegolezzo). Hayvenhurst, tuttavia, fu per Michael una sorta di sperimentazione per creare poi Neverland. Quando mi chiamò per invitarmi alla festa, i miei occhi non avevano ancora visto niente di tutto questo.
Alla tenuta c’erano molti bambini: Sean Astin, e Ke Huy Quan erano lì (credo addirittura di averli invitati io stesso), e altre persone in quello o altro rapporto con la famiglia Jackson. Fui presentato al Dr. Steven Hoefflin, chirurgo plastico di Michael, che faceva il mago come secondo lavoro, e suo figlio, Jeff, che in futuro sarebbe diventato il mio chirurgo plastico. Ma, Elizabeth Taylor non venne alla festa.
Quanto a Michael, in costume d’epoca da intrattenitore Vaudeville era impegnato a stare in equilibrio su un monociclo.
Al primo piano, a parete con il soggiorno c’era una sala giochi: nell’angolo si trovava una scala a chiocciola e un’altra esterna che portava al balcone. Michael usava la scala esterna per tornare giù alla festa – entrando nella sala giochi dal patio del cortile. (Egli appariva e scompariva ed arrivava sempre per ultimo. Gli piaceva presentarsi in modo spettacolare). Ho notato che i suoi capelli erano più lunghi del normale – aveva già cominciato a sperimentare la sua nuova immagine per l’album Bad.
“Corey, hai incontrato il mago?” Ha detto quando mi ha visto.
Ho cercato di dirgli che avevo già incontrato il medico, poi ho capito che Michael si riferiva a qualcun altro – probabilmente a un secondo mago. Più tardi, ho scoperto che alla festa c’erano in realtà tre maghi.
“Vorrei presentarti il grande e unico mago Majestic,” ha detto, tendendo la mano al suo amico.
“Majestic, questo è Corey Feldman. Uno dei Goonies.”
Majestic sorrise.
Negli ultimi anni, Majestic è apparso spesso in pubblico, soprattutto dopo la morte di Michael nel 2009 e al processo del dottor Conrad Murray. Volentieri si è presentato con Joe, a vari eventi e interviste, e, a volte ha fatto dichiarazioni a nome della famiglia. La vera natura del suo rapporto con i Jackson – è un mistero. Forse è un loro parente di sangue. Di sicuro, so che lui è stato vicino alla famiglia per venti anni, con i Jacksons, fin da quando mi ricordo.
La festa è continuata senza intoppi e ho girato liberamente per le stanze al piano terra. Poi mi sono imbattuto in una serie di scatole, contrassegnate con la scritta Jackson Victory Tour, accatastate in una stanza adiacente alla sala. Ero così curioso che ho guardato dentro. Presi un guanto di paillettes e lo indossai.
“Ti piace?” disse Michael, apparso improvvisamente nella stanza.
MJCorey1Michael aveva un sacco di diversi guanti ricamati con paillettes, che ha indossato per molti anni. C’erano guanti blu, rossi, coperti di strass, ma il guanto che ho preso, era bianco ricamato con piccoli cristalli Swarovski. Non riuscivo a crederci: la mia mano – stava indossando un pezzo di storia.
Michael, però, aveva un atteggiamento indifferente per quanto riguarda tali cose. Per lui non erano pezzi storici, solo una parte del suo guardaroba. Ad esempio, se ti piacevano i suoi famosi occhiali da sole Ray-Ban, li toglieva per regalarteli. Oppure, se gli chiedevi la giacca con la “M”, che indossava nel video di Thriller, un attimo dopo l’avevi già indosso. La giacca era lì pronta nel suo armadio.
Dopo questa festa a Hayvenhurst non ho visto Michael per molti mesi.
***
“Il tuo culo è mio.”
“Ciao!” Presi il ricevitore del telefono tenendolo ben appoggiato al mio orecchio.
“Corey, sono Michael. Il tuo culo è mio.”
“Che cosa? Che cosa vuoi dire?”
“Te lo dico chiaramente.”
“Cosa?”
“Ti piacciono? Sono alcune parole della mia nuova canzone. Si chiama Bad.”
Michael ed io non c’eravamo sentiti da parecchi mesi, ma il suo tempismo si dimostrò un po’ profetico. Arrivato a Los Angeles ho iniziato a girare Lost Boys, di certo sarei diventato un vero cattivo.
***
Da circa due mesi non vedevo Michael, poi finalmente siamo riusciti a fissare un appuntamento. Lui è venuto a prendermi con la sua Mercedes. Alla guida c’era Bill Bray, il capo della sicurezza, Michael ed io eravamo sul sedile posteriore. Era alla ricerca di un luogo adatto per girare il nuovo video, Smooth Criminal; eravamo diretti allo studio 20th Century Fox, per vedere uno dei set cinematografici di The Two Jakes, il sequel di Chinatown. Il video di Smooth Criminal, aveva bisogno di una ambientazione gangster anni Trenta e sperava che questo lo avrebbe ispirato.
L’amicizia con Michael aveva le sue difficoltà – o, non mi credeva nessuno (i bambini con cui parlavo, che non facevano parte del mondo dello spettacolo, reagivano alle mie storie con scetticismo), o tutti volevano incontrarlo grazie a me. Quel giorno avevo messo nella tasca dei miei ampi pantaloni un piccolo registratore.
“Che cos’è quello?” Ha chiesto Michael, entrato in macchina.
“Dove?”
“Sembra, che tu abbia un mattone in tasca!”
“Oh!” Avevo dimenticato che mi era rimasto lì. “Questo è un registratore. Volevo chiederti se posso registrare alcune delle nostre conversazioni di oggi, beh, solo per averle! Come ricordo.”
“Sì, certo!” rispose lui, senza esitazione, come se non gli importasse. Come abbiamo guidato da Encino, la conversazione è passata sull’argomento del suo disagio e le sofferenze subite a scuola e in casa con la sua famiglia (all’età di trent’anni aveva ancora terribilmente paura di suo padre), e poi, senza sapere come – sulla questione degli affari. Mi ha chiesto del mio manager e di cose a cui non avrei mai pensato, che fosse così esperto. Ce l’hai un avvocato? Un Agente? Un Business Manager? Chi è il tuo commercialista? Che genere di istruzioni gli dai? Quale è la percentuale che prendono sui tuoi guadagni, queste persone? Come investi i tuoi soldi? Ce l’hai un portafoglio? Ricordo di essermi messo a ridere – mi sembrava tutto molto divertente, come se avesse dimenticato che ero solo un ragazzino. Che diavolo ne sapevo di manager e portafoglio? Oggi mi rammarico di non averlo preso sul serio o cercato di capire perché me lo stesse chiedendo.
Ad un certo punto abbiamo iniziato a discutere del suo imminente tour mondiale: in sedici mesi si sarebbe esibito in quindici paesi. Il tour doveva iniziare la prossima estate.
“Dopo il tour, mi fermo,” ha detto.
“Cosa vuoi dire?”
“Cambierò tutto: la mia immagine, non userò più il guanto e niente cappello.”
“Come è possibile – senza il guanto?” Ho detto. “Non puoi sbarazzarti del guanto!”
“Dovrò farlo, Cory. Non posso continuare a fare la stessa cosa. Bisogna cambiare e crescere. In questo sta la nostra magia. Non si può essere prevedibili. Quando i tuoi fan, per primi, immaginano quello che farai – si diventa poco interessanti. Bisogna andare avanti, sempre!”
“Questo ha un senso” ho detto, giocando con il registratore che tenevo sulle mie ginocchia. “Ma devi indossare il guanto. Almeno quando canti Billie Jean.”
“Lo pensi davvero?”
“I fan saranno delusi se canti Billie Jean senza il guanto. Io sarò deluso. Lo devi indossare almeno su questa canzone.”
Ha pensato un po’ a tale possibilità.
“Va bene, lo farò. Canterò alcune canzoni, poi tirerò fuori il guanto, e tutti capiranno che cosa verrà dopo.”
“Loro capiranno.”
“Va bene, indosserò il guanto e il cappello, ma solo per Billie Jean.”
***
Non importa quanto pazzo sembrasse il mondo di Michael Jackson, per me era un posto straordinario. Michael era assolutamente contro le droghe e l’alcol, ed educato. In sua presenza non potevo bestemmiare. L’amicizia con Michael mi aveva restituito la mia innocenza, e mi sentivo come un ragazzino di dieci anni.
“Facciamo qualcosa di divertente” ha detto. Avevamo appena finito di cenare, seduti nella sala da pranzo a Hayvenhurst. La serata era speciale, perché nessun altro era in casa. “Hai qualche idea?”
“Proponi tu!” ho detto. “Questa è casa tua.”
“Perché non andiamo a Disneyland?”
Erano le sette di sera e fuori era già buio.
“E come facciamo con la tua sicurezza?”
“Non diciamo a nessuno dove andiamo. Solo tu ed io!”
Con la sua Mercedes ci siamo diretti a Westwood, nel suo appartamento su Wilshire Boulevard.
“Ci fermiamo qui, giusto per mascherarmi” ha detto, parcheggiando nel garage sotterraneo. Non immaginavo che Michael avesse un appartamento. Abbiamo approfittato dell’ascensore di servizio per arrivare fino all’attico, e come siamo entrati nell’ appartamento ho visto che era vuoto. Al centro della stanza c’era una scrivania e una sedia – in un angolo un piccolo tavolo da pranzo, e non c’era nient’altro. L’armadio però era pieno di cose. Michael ha tirato fuori parrucche, baffi finti, trucco da clown, nasi finti e cappelli. Per non farsi riconoscere quando usciva, a volte portava questi strani costumi per confondersi tra la gente. Mentre stava frugando nell’armadio, mi guardai intorno.
Sulla parete c’era appeso un grande specchio, su cui era stato scritto con dei pastelli un elenco di nomi di canzoni, che pensava di utilizzare per il suo nuovo album. In fondo aveva scritto: “100 milioni di copie?”
Michael era abbastanza ossessionato dall’idea che Bad dovesse vendere più copie di Thriller, nonostante molte persone del settore musicale gli avessero detto che era impossibile. (Dopo più di 30 anni, dal rilascio di Thriller rimane l’album più venduto nella storia.) Vicino alla specchio sulla parete c’erano attaccate delle note con alcuni suoi pensieri. Io non riuscivo a credere, che anche il Re del Pop, a volte avesse dovuto fare i conti con l’insicurezza.
Michael ha nascosto i capelli raccolti a coda di cavallo sotto una gigante parrucca in stile Afro, messo occhiali da sole, naso e baffi finti, e siamo andati a Disneyland come due normali ragazzi. (Tuttavia, portava le sue tradizionali scarpe nere, calzini bianchi, giacca rossa abbinata a una T- shirt bianca con lo scollo a “V”. Non ho la più vaga idea di come siamo riusciti a passare inosservati.) Dopo aver gironzolato nei vari negozi di souvenir, e visitato tutto il parco, siamo entrati al Videopolis, una mega discoteca all’aperto per adolescenti. Eccoci qui, a metà degli anni Ottanta, Michael Jackson e Corey Feldman, mescolati a una folla di ragazzi. Stavano suonando una canzone di Madonna e ho detto a Michael che volevo ballare.
“Sei pazzo?”
“Oh, andiamo,” ho detto. “Tutto andrà bene.”
“Lo sai che cosa accadrebbe se ci riconoscessero?”
“Beh, non ballerò come Michael Jackson” ho detto. “Basta comportarsi come una persona qualsiasi.”
“Corey!” ha detto con uno sguardo perplesso, e mi sono reso conto che aveva ragione.
Siamo rimasti al Videopolis, stando in disparte dalla gente, fino alla chiusura del parco a mezzanotte. Michael, però, non voleva tornare a casa e abbiamo deciso di trascorrere la notte in un hotel a Disneyland, ma arrivati alla reception, ci hanno detto che non avevano camere disponibili.
“Sarei molto grato se potesse aiutarci,” ha detto Michael. Era gentile, informale e non avanzò nessuna pretesa, come qualcuno si aspetterebbe da una persona così famosa.
“Mi dispiace, signore. Siamo al completo.”
Michael mi guardò e sospirò. “Non volevo farlo” – ha detto per principio personale. Prese il portafoglio e tirò fuori la patente di guida e una carta American Express, con impresso a lettere d’oro le parole Disneyland e Michael Jackson. Mise tutto sul bancone. L’addetto stava quasi per soffocare e morire. I suoi occhi strabuzzarono dalle orbite.
“Oh, mi dispiace, signore,” – balbettò, armeggiando alcune carte. “Un attimo, per favore. Vedrò cosa posso fare.”
Non so se fu gettata fuori dalla stanza nel bel mezzo della notte qualche sfortunata persona o cosa, ma dopo pochi minuti ci hanno accompagnato in una piccola camera al secondo piano, dalla dimensione di una dispensa. Qualcuno potrebbe pensare che Michael Jackson insisté per avere qualcosa di più lussuoso, una suite matrimoniale, ma a tutte queste cose lui non dava molta importanza – era felice di aver ottenuto almeno una stanza. Tuttavia, quando vide che la camera aveva un solo letto, prese immediatamente il telefono.
“Abbiamo bisogno di una branda.”
E ha insistito che dormissi nel letto.
***
Spesso ho dormito a Hayvenhurst, ma di solito andavo via la mattina dopo di buon’ora. Cosicché rimasi sorpreso quando Michael si svegliò, ed era perfettamente sistemato, come se non fosse andato a letto, e mi ha detto:
“Cosa ti piacerebbe fare oggi? Organizziamo qualcosa di divertente!”
Purtroppo, dovevo andare a casa.
“Mio padre mi fa fare dei lavoretti extra per guadagnare qualche soldo in più,” ho detto.
“Oggi devo apparire al game show.”
Michael mi ha sguardato in modo strano:
“Che genere di show?”
“Tic Tac Toe (Hollywood Squares).”
“Corey! No! Non devi farlo. Questo è un errore enorme!”
“Cosa vuoi dire?”
“Questo è un genere di spettacolo – per le persone la cui carriera è finita. Sono per le persone che non hanno più opportunità di lavoro nella loro vita. Mentre tu sei all’inizio della tua carriera. Devi concentrarti sui progetti seri ed importanti. Per favore non partecipare a questo spettacolo.”
Sapevo che aveva maledettamente ragione.
“Ma non dipende da me,” ho detto. “Questa è una decisione di mio padre. Lui è il mio manager.”
“Dovresti parlare con lui.”
“Beh, forse se gli parli te, lui ti ascolta.”
“Va bene,” ha detto Michael. “Lo chiamo.”
Così Michael Jackson ha dato dei consigli a mio padre. Rimasi deluso, dal fatto che mio padre ignorò completamente le sue parole. Spiegò a Michael che aveva già concordato tutto per le riprese. “Ho promesso che mio figlio avrebbe partecipato, e quindi lui ci sarà.” Ho sentito la sua voce gracchiante arrivare dal telefono.
Michael mi passò il telefono; l’espressione del suo viso sembrava dire: “Beh, ci ho provato.”
Mi accompagnò a casa e andai allo show, come previsto. Quella fu l’ultima volta che ho trascorso un bel po’ di tempo insieme a Michael. Naturalmente, ci siamo rivisti altre volte da allora, ma non abbiamo più condiviso momenti spensierati come quella notte – uscire, divertirsi – solo noi due.
***
Quando seppi che Michael Jackson era stato accusato di aver molestato dei bambini, scoppiai a ridere, mi sembrava una cosa ridicola. E poi ho ricevuto una chiamata dal dipartimento di polizia di Los Angeles. Un sergente di polizia e un detective volevano parlare con me della mia amicizia con Michael.
La registrazione di questa conversazione era già stata filtrata dalla stampa da molto tempo, e avevo chiaramente affermato che Michael non mi aveva mai toccato e non si era comportato in modo inappropriato con me. Per quanto sorprendente possa sembrare, nel nastro, si sentiva che io ammettevo di essere stato molestato, e menzionavo perfino il nome del colpevole. Il Sergente Deborah Linden, che mi bersagliava di domande, si strinse nelle spalle. Lei non sembrava minimamente interessata a questo.
Nelle settimane successive, ho fatto qualche commento informale alla stampa e ho dichiarato che Michael era innocente. (A quel tempo vivevo ancora a Encino, e i paparazzi spesso gravitavano intorno a casa mia, quando si erano stancati di sorvegliare l’ingresso di Hayvenhurst.) Michael, grato per quello che avevo detto in sua difesa, per ringraziarmi mi invitò a Neverland Ranch (pochi mesi dopo la risoluzione del caso).
Portai con me anche Corey Haim, che non aveva mai incontrato Michael. Abbiamo guidato i go-kart e sorriso, e Michael ci ha raccontato alcune storie di lui con Madonna agli Oscar nel 1991. (Penso che lei intendesse fare di lui un uomo, ma Michael non era pronto per questo). Abbiamo guardato alcuni film nel suo teatro, tra l’altro Dream a Little Dream.
Negli anni a seguire, raramente ho visto Michael. Una volta mi ha chiamato quando ero in ospedale per curare una malattia ai reni. Nel 1995, chiamai il suo ufficio per avere notizie sulla salute di Michael, dopo aver saputo che era svenuto pochi giorni prima del suo spettacolo al Beacon Theater in New York.
Era chiaro che la sua salute fisica e mentale, aveva cominciato già debilitarsi. Ma volevo vederlo ancora. Così, quando sono stato invitato ai concerti in onore del trentesimo anniversario della sua carriera solista, ho colto al volo l’occasione. Ricevuti i biglietti, ho organizzato il viaggio per andare a New York con la mia ragazza Susie. Avevo prenotato una camera all’Hotel Millennium, adiacente al World Trade Center, ma Majestic ci ha convinto a stare con lui, vicino alla famiglia e al centro della città.
Il primo dei due concerti al Madison Square Garden era in programma per il 7 di settembre. Susie ed io arrivammo al teatro presto, camminammo sul tappeto rosso e ci sedemmo ai nostri posti. Lo spettacolo era fantastico. Whitney Houston, Slash, ‘N Sync e Destiny Child, ma nella performance di Michael mancava qualcosa. La sua anima. Sembrava come svuotato. E questo era strano, perché Michael amava esibirsi più di ogni cosa. Non riuscivo a collegare l’uomo che vedevo sul palco con l’uomo che ho adorato tutto il tempo.
Il concerto finì verso le undici, Susie ed io salimmo in macchina con i diversi membri della famiglia e come parte di una lunga fila di automobili che hanno guidato per le vie della città. Michael aveva organizzato al ristorante Tavern on the Green al Central Park, una festa con “champagne e caviale”. Erano presenti le più importanti personalità dello spettacolo, da Gloria Estefan a Elizabeth Taylor a Marlon Brando. A un certo punto, Sean Lennon mi ha invitato a fare una foto con Susie e Michael. Questa è stata la nostra ultima fotografia condivisa.
mjcorey3– Yoko Ono, Susie, Michael e Corey al Tavern on the Green, 7 settembre  2001 –
Abbiamo scambiato qualche parola, dicendo che sarebbe stato bello trascorrere un po’ di tempo insieme il fine settimana. Naturalmente, Michael aveva un fitto calendario, e abbiamo deciso che il modo migliore era vederci al Madison Square Garden nel pomeriggio di lunedì, poche ore prima del secondo concerto. Susie ed io gli augurammo la buona notte e siamo tornati all’hotel. Dopodiché, questo evento si è evoluto in modo strano.
Susie ed io dovevamo ritirare i nostri pass per il backstage e le credenziali all’ingresso dei VIP – ma quando siamo arrivati lì alle dieci di sera, i pass per noi non c’erano. Ero stato a molti concerti di Michael e tutti gli spettacoli erano sempre impeccabilmente organizzati. Qui la situazione era molto diversa. Siamo rimasti all’ingresso per un po’, e poi qualcuno mi ha separato da Susie. Sono stato portato su due ascensori, ho percorso dei corridoi poco illuminati e alla fine sono stato spinto in una piccola stanza. Lì, ho aspettato per circa un’ora. Ogni volta che ho aperto la porta per chiedere, dove era la mia ragazza o quando Michael sarebbe arrivato, due guardie di sicurezza corpulenti mi hanno detto di tornare ad aspettare dentro la stanza.
“Aspetti qui, signore,” continuavano a dire. “La preghiamo di rimanere nella stanza.”
Mi sentivo come preso in ostaggio. Non era chiaro, se Michael stava per incontrarsi con me o no.
Infine, è venuto da solo nella stanza.
“Ho bisogno di parlarti.”
Indossava un costume per lo spettacolo e sembrava teso e nervoso.
“Lo sai quanto ti voglio bene? Sai che non voglio credere a quello che dicono di te?”
“Si dice che cosa?” Ho chiesto. “Di che cosa?”
“Ti prego, promettimi che non scriverai questo libro.”
“Quale libro?”
“Mi è stato detto che scriverai un libro su di me, dove racconterai ogni sorta di cose terribili.”
Sì, una volta mi avevano chiesto di scrivere un libro, e stavo pensando di scrivere le mie memorie, ma l’idea non era andata avanti, e mai decollata. E comunque, perché avrei dovuto scrivere un libro su Michael Jackson? E ancor più strano, perché scrivere “cose terribili?” Michael ed io eravamo amici. Non avevamo mai litigato. E io gli ho ricordato tutto questo, faccia a faccia, in una minuscola stanza.
“Va bene, voglio crederti,” ha detto. “Sì, davvero. Ma è necessario che tu parli con mia madre.”
Siamo usciti dal camerino, e siamo andati da Katherine. Era in piedi dietro la porta nel corridoio. Gli ho chiesto, ancora una volta, cosa gli stesse succedendo, ma le guardie di sicurezza si strinsero ad anello attorno a lui e se ne andò.
Katherine mi abbracciò e disse di non preoccuparmi; lei non sembrava condividere la preoccupazione di Michael e mormorò qualcosa che le persone cercavano di usarlo, che era difficile sapere di chi fidarsi. Presto, mi è stato comunicato che non c’erano omissioni per me e Susie. Era chiaro che non eravamo stati invitati dietro le quinte. Invece di andare al concerto, siamo andati via. Ho gettato i biglietti in una pozzanghera sul marciapiede. Ero sconvolto da questa inspiegabile situazione. Volevo solo andare via dalla città.
Il giorno seguente – 11 settembre.
Ho chiamato l’addetto alla reception per il nostro bagaglio. Susie ed io stavamo andando a prendere un taxi per raggiungere l’aeroporto. Questo è stato solo pochi minuti prima che il primo aereo si schiantasse sul WTC. Dopodiché, tutto si fermò. Majestic si precipitò verso di noi, suggerendo di unirsi alla famiglia. “Se qualcuno può uscire da New York sono i Jacksons.”
Questo giorno per noi, come per molte altre persone, si trasformò in un caleidoscopio di paura, panico, terrore e dolore. Passammo l’intera mattina trascinando i bagagli al Plaza hotel, dove si era fermata la maggior parte della famiglia Jackson. (Joe e Katherine alloggiavano in un altro albergo in fondo alla strada, Janet e Michael in un terzo hotel – dietro l’angolo.) Jermaine è rimasto per tutto il tempo al telefono a cercare di noleggiare un autobus. Poi alle quattro di pomeriggio, dopo ore e ore di panico, siamo saliti sull’autobus.
Come sono salito a bordo e Susie si è seduta in una poltroncina, Majestic mi guardò in modo strano. Improvvisamente, dietro di me, è apparso Randy dicendo che aveva bisogno di parlarmi.
L’ho seguito in strada dove c’era Jermaine.
“Temo che non potrai venire con noi,” mi ha detto Randy.
“Cosa vuoi dire?”
“Non so cosa sia successo tra te e Michael, ma non vuole che tu viaggi con noi.”
Non riuscivo a capire. Prima, quello strano confronto a causa di un libro inesistente, e ora venivo cacciato fuori dall’unico mezzo di trasporto, che letteralmente poteva uscire dalla città. Gallerie e ponti erano già tutti chiusi. Stavo per rimanere bloccato a New York senza un plausibile motivo. Ero confuso, ferito e offeso. Alla fine, Jermaine ci ha lasciato prendere l’autobus, facendomi promettere di non parlarne mai a Michael.
I prossimi giorni furono piuttosto bizzarri, per non dire altro. In viaggio sullo stesso autobus con i Jackson, lungo la strada ci siamo fermati nei punti vendita, ristoranti e fast-food Cracker Barrel (non so se ancora oggi esiste questa usanza, ma in questi ristoranti, le celebrità, potevano mangiare gratis.) Fuori da Nashville, abbiamo avuto la possibilità di noleggiare una macchina, Susie ed io siamo scesi dall’autobus, ringraziato la famiglia e siamo tornati a casa da soli.
A Los Angeles, ho cercato di non pensare a quello che era successo tra me e Michael, ma prima di tutto ho scritto, Megaloman, una canzone velata su tali eventi da includere nel mio terzo album. Alcune settimane dopo il rilascio, ho ricevuto una lettera dagli avvocati di Jackson, attestante che la canzone denigrava Michael. Risposi alla lettera: soprattutto Michael Jackson, dovrebbe capire l’importanza della libertà creativa. (Come se lui stesso non avesse scritto canzoni pungenti.) Non arrivarono più lettere, e la canzone rimase nell’album.
Feci dei concerti, Susie si trasferì da me e nel 2002 per San Valentino ci siamo fidanzati. Ma con Michael, non mi sono più riconciliato. Da allora, mai più ci siamo sentiti.
***
Nel bel mezzo di una serie di notti insonni e una montagna di pannolini sporchi mi chiamò un giornalista di nome Martin Bashir.
Nella primavera 2003, Susie ed io avevamo visto sul canale ABC News il famigerato documentario Living with Michael Jackson. Fu trasmesso circa un anno dopo la fine dell’amicizia con Michael. Con il tempo, ho smesso di essere un bambino e divinizzare l’auto-proclamato re del Pop. Ero un adulto che stava per diventare padre. Durante la mia infanzia sono stato una vittima di abuso sessuale. E appena ho visto questo rapporto, come milioni di altre persone, lì, c’erano delle scene che non mi sono piaciute, e mi sono sentito dispiaciuto per Michael. Ricordo di aver chiesto a Susie: “Come poteva essere successo questo? E perché era diventato una vittima di tali manipolazioni? Presto avrei trovato la risposta.
Subito dopo la messa in onda del documentario, Tom Sneddon, il procuratore distrettuale di Santa Barbara, ha iniziato un’indagine formale. Nel novembre dello stesso anno, Michael Jackson è stato arrestato. E, due anni dopo la registrazione di quest’intervista, che aveva causato tutto questo, Martin Bashir voleva parlarmi, e ho rifiutato. Bashir, tuttavia ha insistito a chiamarmi, come pure il mio agente.
Nelle settimane successive Bashir mi ha convinto che lui non aveva tentato di calunniare Michael Jackson quando è andato a Neverland Ranch. Questo sembrava plausibile. Certo, lui e il suo equipaggio avevano appena trovato un’informazione discutibile e scomoda, e il resto era nato da lì? A quel tempo stavo negoziando la partecipazione in una produzione teatrale a New York e stavo lavorato sul mio prossimo album. Ho pensato che un po’ di pubblicità mi sarebbe tornata utile. Inoltre Bashir mi aveva assicurato che voleva farmi solo alcune domande su Jackson. Mi offrì di partecipare allo speciale del programma 20/20, dove la discussione sarebbe avvenuta sulla base della retrospettiva della mia vita. Decisi che era una buona occasione per sfatare alcuni dei miti e mostrare al mondo chi ero veramente. Alla fine, il mio ego prevalse, non ne vado fiero, ma è la verità.
Prima di apparire davanti alle telecamere, ho insistito sul fatto che nessun fotogramma di questo programma fosse utilizzato come parte di un’altra eclatante rivelazione nei confronti di Jackson. Ovviamente, questo è ciò che invece è successo.
L’intervista fu trasmessa nel febbraio 2005. Appena ho visto il lancio pubblicitario “Il bambino attore Corey Feldman accusa Michael Jackson”, ho capito subito la linea adottata nel programma. L’angoscia mi attanagliò la mente, non ricordavo nulla, ma non mi pareva di aver detto qualcosa di sensazionale. Avevo detto che una volta Michael, mi aveva mostrato delle immagini di un libro con i genitali di adulti, malati da infezioni sessualmente trasmissibili. Era successo nel suo appartamento a Westwood, quando passammo la notte a Disneyland. E ho aggiunto, essendo un padre, che forse non avrei mai permesso a mio figlio di dormire a Neverland. Non pensavo che fosse una dichiarazione scandalosa.
Personalmente non ho nessuna indicazione che Michael abbia molestato i bambini, e ho sempre insistito sul fatto che non ha mai fatto niente di inappropriato con me. Ma ha sicuramente avuto alcuni problemi. La sua salute si era debilitata rapidamente, e chiunque abbia letto i tabloid, potrebbe confermare questo. Inoltre, sono stato testimone della sua paranoia e lo vidi circondato da persone che a volte non si preoccupavano dei suoi interessi. Michael aveva già dovuto difendersi da tali accuse. E, che fosse un molestatore di bambini o no, Neverland Ranch era diventato argomento di pettegolezzi, voci e scandali. Chi vorrebbe lasciare lì, il proprio bambino?
Come previsto, la mia intervista è apparsa su tutti i media. Sembrava una vera denuncia, anche se questo non era ciò che volevo. Ma davvero avrei dovuto essere più saggio e prevedere come sarebbe andata a finire. Poco dopo questa intervista, ho ricevuto una citazione in tribunale, dove avrei dovuto testimoniare nel caso di Michael Jackson. Gran parte dei media hanno riferito che nel mese di marzo sarei apparso in tribunale, non in difesa di Michael, ma come parte dei suoi accusatori.
Nell’autunno 2003, quando la polizia del dipartimento di Santa Barbara ha perquisito Neverland, ha trovato una pila di riviste porno, ma nessun materiale di pornografia infantile. Ha confiscato alcol, ma non ha trovato prove che Michael avesse costretto i bambini a bere l’alcol o “succo di Gesù”, come è scritto nella stampa. Il procuratore ha cercato di presentare queste cose come “prova” delle trasgressioni di Michael, perché sapeva che la loro stessa esistenza non si adattava con l’immagine pubblica e la reputazione di Michael e già questo poteva essere una “prova” della sua colpevolezza.
Nell’indulgere il proprio bambino interiore, costruire una casa di lusso sotto il nome di Neverland, all’inizio degli anni 2000, Michael si era trasformato in una caricatura di se stesso. In questa sfortunata intervista con Bashir, ha anche ammesso come si sentisse un vero e proprio Peter Pan. Ma quando si pensa a Peter Pan, difficilmente si può immaginare che nella sua capanna potesse nascondere pornografia e bottiglie di liquore. Sneddon lo sapeva e ne approfittò, sperando di vincere la causa.
Ma, Michael non era davvero un personaggio dei cartoni animati. Era un uomo adulto che stava di fronte a un mostruoso equivoco.
In tutta questa storia, l’intervista con Bashir si era inaspettatamente rivelata una cosa positiva: avevo già tante volte parlato a favore di Michael Jackson, e ora sembrava che avessi improvvisamente cambiato opinione su di lui, così, né il pubblico ministero né la difesa di Michael, mi hanno considerato un testimone non attendibile. Invece di essere citato in tribunale e testimoniare, mi sono trasferito a New York con la mia famiglia e ho guardato da lontano lo svolgersi del processo.
FINE
Traduzione di:Grazia28 per ONLYMICHAEL JACKSON

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