“REMEMBER THE TIME: Protecting Michael Jackson in His Final Days” – Prologo


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PROLOGO

22 Dicembre 2006
McCarran International Airport, Las Vegas, Nevada

Bill: Tre giorni prima di Natale, alle ore 22:00, ero seduto in uno dei quattro Cadillac neri “Escalade” parcheggiati proprio sull’aerodromo. Ero stato assunto per un compito speciale. Il cliente arrrivava a Las Vegas con un jet privato dall’estero; dovevo accompagnarlo dall’aeroporto alla sua villa nella zona di Summerlin, nella parte nord-occidentale della città. Mi ero seduto sul sedile del passeggero della prima macchina. L’auto principale – quella che stava andando a prendere il cliente, era proprio dietro di me. Guardai il cielo sopra di noi, alla ricerca di una vista dell’aereo.

La gente pensa che Las Vegas non sia altro che luci al neon, il deserto e l’asfalto che ribolle dal gran caldo. Ma in inverno? O di notte? Appena il sole tramonta, la temperatura scende rapidamente. La strada diventa quasi gelata. Accesi il riscaldamento in macchina per stare al caldo mentre stavamo aspettando. Il semplice fatto di essere stati autorizzati a lasciare l’auto sull’aerodromo, era piuttosto strano. Non ero abituato a questo, anche quando portavo clienti importanti. Ma, in questa città e in questo lavoro le stranezze sono state a lungo la norma. Questa è Las Vegas. Un equipaggio come il nostro potrebbe essere noleggiato anche per una star del cinema, il direttore di una grande azienda, un atleta o politico. Diamine, potrei anche essere assunto come una guardia per qualche dittatore caduto, che cerca di allontanarsi dalla rivoluzione in uno dei paesi del terzo mondo. Così non avevo idea di chi avrei protetto oggi.

Pochi giorni prima, ero tornato a casa dopo un lavoro di tre mesi, durante i quali avevo visitato due Paesi e cinque Stati. Volevo solo rilassarmi e trascorrere del tempo con mia figlia. Poi mi chiamò un mio collega, Jeff Adams. Eravamo amici, quasi di famiglia. Spesso avevamo lavorato insieme. Mi chiese se potevo assumere la tutela di alcune persone-VIP in arrivo a Las Vegas tra due settimane. Dovevo solo prenderli all’aeroporto e dal punto A accompagnarli al punto B. Jeff disse: “Ho parlato con l’assistente del cliente, un uomo di nome John Feldman. Gli ho dato informazioni su di te. Vuole che gli mandi una copia del tuo curriculum e la patente di guida, in modo che possano essere controllati.”

Mi dette un numero di fax all’estero, e lo scrissi.

“Chi è il cliente?” Chiesi.

Jeff esitò un attimo, poi disse: “Ora non posso dirtelo. Ma, credetemi, sarai felice di aver preso il lavoro. Oh, e devi essere armato.”

Non mi piaceva molto accettare un incarico, senza sapere chi fosse il cliente. Ma io ero in questo settore abbastanza a lungo per sapere che a volte è così che funziona. Fino a quando non hai la fiducia ormai consolidata, era necessario conoscere il meno possibile. Essendo assunto per due ore, si arriva per eseguire il lavoro – e basta. Avevo avuto molti di questi ordini. Dissi a Jeff che ero d’accordo.

Nel corso delle seguenti due settimane il mio curriculum venne controllato ed io assunto per l’incarico, così iniziai a preparare il lavoro. Due giorni prima dell’arrivo del cliente, Jeff ed io avevamo trascorso a fare quello che chiamiamo “indagine preliminare”, avevamo individuato il percorso migliore dall’aeroporto a casa del cliente, guidando lungo questo itinerario, avevamo notato ogni cartello stradale, il traffico, il quartiere sovraffollato, che si doveva attraversare. Avevamo deciso che io, mi sarei concentrato sul trasporto dall’aeroporto alla casa, e Jeff ci avrebbe aspettato sul posto.

Il giorno dell’arrivo del cliente, arrivai in aeroporto alle sette e mezza di sera. Le macchine dovevano essere pronte per le otto. Quando arrivai, esaminai ciascuna di esse. Mentre stavo facendo questo, avevo notato che sullo specchietto retrovisore si attestava una videocamera puntata sul sedile del passeggero. Chiamai Jeff. “Niente telecamere,” disse. “La spensi.” Ancora una volta, esaminai tutte le auto e disattivai le altre telecamere.

Alle ore 22:00 lasciammo l’aerodromo. Alle 22:35 atterrò un aereo privato Gulfstream V e lentamente rullò verso di noi. Dissi al conducente di guidare fino all’aereo. Scese dalla macchina e si diresse verso la macchina principale, per fermarsi proprio ai piedi della scala. Mi alzai e attesi, pronto ad aprire la portiera di fronte ai clienti. Nel frattempo gli assistenti di volo e altri piloti avevano cominciato a caricare i bagagli in macchina.

Prima di tutti dall’aereo scese un uomo di circa cinquant’anni, nero, ben tenuto, ma non troppo appariscente. Poi una donna uscì. Tra le sue braccia teneva un bambino che dormiva, lei attentamente lo portò giù per le scale. Dopo di loro uscirono altri due bambini più grandi, entrambi in età della scuola primaria. Tutti salirono in macchina. Bene, pensai, a quanto pare, questo è tutto. Ma appena iniziai a chiudere la portiera, uno dei bambini chiese: “Dov’è papà?” Papà?

Tornai a guardare l’aereo. Scendeva dalla scaletta un uomo, vestito tutto di nero. Il suo volto era coperto da una sciarpa nera. Quando si avvicinò, notai i suoi piedi: mocassini neri, caviglie sottili e calzini bianchi che spuntavano da sotto la gamba del pantalone accorciato. Scese le scale, mi oltrepassò e salì in macchina con i bambini. Chiusi la portiera e tornai alla prima auto, e lasciammo l’aeroporto. La città a causa delle imminenti feste era piena di ingorghi, e ci vollero 45 minuti per raggiungere la casa. Jeff ci stava aspettando sul posto. Arrivammo fino al portico, il cancello si chiuse dietro di noi. La mia macchina si fermò davanti al portico, e la macchina principale guidò verso l’ingresso laterale, così la famiglia avrebbe potuto entrare in casa senza una supervisione esterna. Aiutai a scaricare i bagagli (c’erano almeno trenta valigie e borse), e li portammo in casa. Poi uscii di nuovo in strada.

Jeff uscì di casa. Mi chiese alla radio: “Procedura?” “Codice 4,” risposi.

A questo punto pensai che il lavoro fosse finito. Avevo portato un cliente dal punto A al punto B. Fine. Ma, la curiosità non mi dava pace, così andai da Jeff: “Beh, allora, dimmi, chi è questo tizio?” Jeff sorrise: “Cosa, non lo vedi?” Mi strinsi nelle spalle: “Certo. Ho visto una ragazza, un tizio magro e tre bambini.” Jeff si chinò verso di me e sussurrò: “Questo è Michael Jackson.” Lo fissai: “Sì, come no!” Alzò in alto la mano destra: “Lo giuro. È vero.” Onestamente. Io non ci credevo. Lui rise di me un po’. Poi l’assistente, Feldman, che per primo era sceso dall’aereo, ci chiamò in casa. Entrammo, e pensai: “Davvero? Ora vedo Michael Jackson? ” Appena entrati, lo stesso uomo era in piedi che stava venendo verso di me, senza una sciarpa sul viso. Nella mia mente balenò: “Oh, merda!” Eccomi, qui davanti a Michael Jackson a stringergli la mano.

Irreale. Jeff ci presentò. Mr. Jackson disse piano: “Ciao, piacere di conoscerti.”

“Conoscerla è un onore per me, signore,” risposi.

“Io sono un suo grande fan.”

Un grande fan? Sì, non avevo mai detto una cosa del genere a un cliente. In servizio, mi ero trovato spesso tra le celebrità. Ma il mio cuore batteva forte nel petto, e avevo la pelle d’oca. Cercai di rimanere professionale, ma dentro ero più come un ragazzino. Ero davvero un suo grande fan. A casa conservavo ancora i vecchi dischi dei Jackson 5. Mi ero ricordato di averlo visto con i suoi fratelli nel programma Soul Train, e come si era esibito nella robot danza con Dancing Machine.

Parlammo un po’ della Motown, avevo lavorato per loro, e lo avevo scritto nel mio curriculum. I suoi figli stavano dietro di lui. Prince e Paris mi salutarono. Blanket era riservato e silenzioso, nascondendosi dietro il padre, poi timidamente mi salutò con la mano. Mr. Jackson disse loro:

– Bambini, questo è Bill. Egli è la nostra nuova guardia di sicurezza. Non capisco. Nuova guardia? Che cosa sta dicendo? Dissi, che sapevo di dover fare solo un trasferimento dal punto A al punto B. Prenderli da un posto e andare a casa. La mia testa aveva cominciato a lamentarsi come una sirena accesa. E poi il signor Jackson chiese (ma suonava più simile a una dichiarazione di una domanda):

“Rimani per la notte, eh?”

“Uh … Già. Sì, signore.”

“Perfetto,” disse.

“Bene, allora ci vediamo domani mattina.”

Ci dettero la buona notte e andarono al secondo piano. Guardai Jeff, poi Feldman: “Dobbiamo parlare.” Uscimmo nel cortile, e dissi: “Cosa sta succedendo? Come la guardia di questo tizio?”

“Per un po’ è stato impegnato nella protezione con la Nation of Islam,” disse Jeff. “Questo ha suscitato forti critiche nei suoi confronti, così ora sta facendo alcune modifiche.”

Feldman si scusò per la confusione e mi chiese se potevo passare la notte, e forse anche di più. Dissi a Jeff: “Questo è il vero Michael Jackson? Amico, non stai giocando con me. È troppo freddo, non sono in vena di girare per la Las Vegas per alcuni sosia.”

“Credimi,” disse. “È proprio lui. A guardato il tuo curriculum, ha visto che hai lavorato con la Motown, e subito ha detto che vuole assumerti.”

“Va bene. E quando arriva il resto della squadra?”

Feldman guardò Jeff, poi di nuovo verso di me e disse: “Pensavo che lo sapessi. Non c’è nessun altro. Solo tu.”

Che cosa? Oh, no. No-no-no. Ora ero davvero arrabbiato. Ero stato messo in una situazione alla quale non ero pronto. Sì, c’è un sacco di gente qui intorno che ama questo uomo, e come molti altri che lo odiano, faranno di tutto per arrivare a lui. Quando avevo visto Michael Jackson in TV, era sempre circondato da un sacco di guardie. E qui ero solo. Non avevo familiarità con la zona, non conoscevo la disposizione delle stanze della casa. Non avevo nemmeno avuto le informazioni necessarie per tale lavoro. Mi pervase una brutta sensazione.

Qualcosa non andava, qui. Avevo fatto questo troppo a lungo per credere che Michael Jackson, il Re del Pop, stesse viaggiando senza guardie del corpo. Solo un assistente e una tata? E dove era il personale? Manager? L’entourage, infine?

Allora non lo sapevo (ma ho subito capito) che Michael Jackson, che aveva volato quella notte a Las Vegas, era una persona completamente diversa, diversa da Jackson, che aveva lasciato il Paese un anno fa. Quella notte non c’era entourage, perché non c’era nessuno. Lui era solo. La persona più famosa del pianeta, e in quel momento, nessuno sapeva che era tornato negli Stati Uniti.

Decisi di rimanere, cos’altro potevo fare? Aveva detto ai suoi figli che li proteggerò. Dopo un po’, l’assistente e la tata andarono via. Alloggiavano in un hotel nelle vicinanze. Anche Jeff andò via. Aveva già un’altra prenotazione. Ero stato lasciato solo. Controllai rapidamente il sito, tutte le porte e le finestre, e poi mi sistemai su una sedia pieghevole in garage. Faceva molto freddo. Il garage non era riscaldato. Con indosso solo un abito e una cravatta e niente altro mi rifiutai di credere a ciò. Semplicemente non potevo. Avrei voluto chiamare tutti quelli che conoscevo, ma, ovviamente, non potevo. E chi mi avrebbe creduto?

“Ehi, lo sai, io sono qui in casa con Michael Jackson e la sua famiglia.”

“Chi altro è con voi?”

“Nessuno. Sono qui da solo nel garage.”

“Amico, qualcuno ti ha giocato un brutto scherzo.”

Non avevo dormito per tutta la notte, ero inquieto e infreddolito. Avevo reagito ad ogni suono, ad ogni macchina che passava, balzai in piedi, guardai intorno, controllando ogni cosa. Ma la maggior parte del tempo ero stato appena seduto lì, congelato a pensare: “Dove sono tutte queste persone? E se ora scavalcasse la recinzione qualche pazzo? Che cosa diavolo faccio? “

Circa un quarto alle sette, alla fine, spuntò il sole. Sentii il rumore della porta che si apriva dell’ingresso della casa, e poi la voce di una bambina tranquilla disse: “Mi scusi …”
Alzai la testa. Era questa bambina, Paris. Lei era venuta al garage, con una tazza. Era una cioccolata calda con pezzi di marshmallow. Lei stava lì in silenzio, guardandomi e mi porse la tazza dicendo: “Papà ha chiesto, di portale questo.”

CAN WE GO BACK TO NEVERLAND? (Parte 1)

Fonte:GOOGLE LIBRI

Traduzione di Grazia28 per ONLYMICHAELJACKSON

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