– Il Potere Incompreso della Musica di Michael Jackson – By Joseph Vogel


La sua influenza oggi dimostra che Michael Jackson è uno dei più grandi creatori di tutti i tempi, ma la sua arte, come quella di molti artisti neri, non ha ancora ricevuto il pieno rispetto che merita.

– Pubblicato: 8 febbraio 2012 –

Sono trascorsi più di due anni e mezzo dalla sua prematura scomparsa e Michael Jackson continua sempre a intrattenere. Lo spettacolo del Cirque du Soleil, Michael Jackson Immortal World Tour, è frequentato da un generoso pubblico, e in questo periodo sta attraversando il nord dell’America, mentre un recente episodio della serie televisiva Glee incentrato su Michael Jackson, ha fatto guadagnare allo show un aumento del 16% dell’audience, ottenendo anche le vendite musicali più alte della stagione. La rappresentazione poi dell’intertempo al Super Bowl eseguito da Madonna ha evocato un’altra volta una tendenza introdotta da Jackson.

Ma c’è un’altra parte fondamentale del lascito di Jackson che merita considerazione: il suo ruolo pionieristico come artista afro-americano che lavora in un settore tutt’oggi afflitto da segregazione, rappresentazioni stereotipate, o scarsa rappresentanza.

Jackson non si è mai fatto alcun scrupolo circa le sue aspirazioni. Voleva essere il migliore. Quando il suo album di grande successo Off the Wall (nel 1981 album best-seller per un artista di colore) fu sprezzato ai Grammy Awards, non fece altro che alimentare la volontà di Jackson a creare qualcosa di più straordinario. Il sua successiva creazione, Thriller, è diventato l’album più venduto di un artista nella storia dell’industria musicale. Ha perfino vinto un record di sette Grammy Awards, infrangendo le barriere razziali alla radio e alla televisione, ridefinendo le possibilità della musica popolare su scala globale.

Tuttavia, tra i critici (soprattutto bianchi) lo scetticismo e il sospetto sono solamente aumentati. “Non sarà dimenticato con facilità per aver stravolto le cose“, aveva predetto James Baldwin nel 1985, “perché ha dannatamente raggiunto il massimo, e l’uomo che ha sbancato il casinò di Monte Carlo non è comparabile a Michael“.

Le parole di Baldwin sono state profetiche. Oltre a plateali azioni per metterlo in ridicolo circa la sua intelligenza, la razza, la sessualità, l’aspetto e il contegno, pure il suo successo e l’ambizione sono stati utilizzati dai critici come espediente per dimostrare la sua poca serietà artistica. Le recensioni spesso descrvevano il suo lavoro come “calcolato”, “scarso di valore” e “superficiale”. Istituzioni della critica rock come Dave Marsh e Greil Marcus notoriamente respinsero che Jackson fosse il primo grande fenomeno di musica popolare sostenendo che l’ impatto è stato più commerciale che culturale. Riguardo a Elvis Presley, i Beatles e Bruce Springsteen, sosteneva che avevano sfidato e rimodellato la società. Jackson semplicemente vendeva dischi e piaceva alla gente.

Il punto focale della sua ambizione non era tanto il denaro e la fama, quanto il rispetto. Non ci vuole un grande sforzo per comprendere la sfumatura razziale contenuta in una simile affermazione. Storicamente relegare gli artisti neri (e gli stili neri) come in qualche modo a privi di sostanza, profondità e importanza è vecchio quanto l’America. In effetti era la satira rappresentata con gli spettacoli d’intrattenimento dei “menestrelli”( nota** n.d.t.).

Era una critica comune agli spirituals (riguardo agli inni tradizionali), al jazz negli anni ’20 e ’30, al R & B negli anni Cinquanta e Sessanta, al funk e disco negli anni Settanta, e all’hip-hop negli anni Ottanta e Novanta (e ancora oggi). I custodi culturali non solo non riconoscevano inizialmente la legittimità di questi nuovi stili e forme musicali, ma avevano anche la tendenza a trascurare o sminuire le conquiste della popolazione afro-americana che invece erano i veri pionieri. Il Re del Jazz, per i critici bianchi, non era Louis Armstrong ma Paul Whiteman, il Re del Swing non era Duke Ellington, ma Benny Goodman, i Re del Rock non erano Chuck Berry o Little Richard, ma era Elvis Presley.

Dopo aver preso atto di questa storia d’incoronazione bianca, è opportuno considerare il perché i media facessero riferimento a Michael Jackson come il Re del Pop. Certamente i suoi successi meritavano tale titolo. Eppure, fino alla sua morte nel 2009, molti giornalisti insistevano nel fare riferimento a lui come “autoproclamato Re del Pop”. Nel 2003, infatti, la rivista “Rolling Stone” si spinse fino a riassegnare ridicolmente il titolo a Justin Timberlake. (Per continuare con questo genere di modello storico, proprio l’anno scorso la rivista ha messo a punto una formula che ha incoronato Eminem, Run DMC, Public Enemy, Tupac, Jay-Z o Kanye West, come il re dell’Hip Hop).

Jackson era ben consapevole di questa realtà e costantemente la respingeva. Nel 1979 il “Rolling Stone” declinò una storia di copertina sul cantante, dicendo che non pensava che Jackson meritasse di stare in copertina. “Mi è stato riferito più e più volte che i neri sulle copertine delle riviste non fanno vendere copie, ” disse un esasperato Jackson ai suoi confidenti. “Aspettate. Un giorno quelle riviste verranno implorando per un’intervista“.

Jackson, naturalmente, aveva ragione (il responsabile della rivista Rolling Stone, Jann Wenner, in realtà,inviò una lettera in cui spiegava la sua disapprovazione e riconoscendone la negligenza nel 1984). Nel corso degli anni 1980, almeno, l’immagine di Jackson sembrava onnipresente. Tuttavia, con il passare del tempo, la preoccupazione iniziale di Jackson appare legittima. Come mostrato nel resoconto pubblicato qui di seguito, le sue apparizioni sulla copertina della rivista “Rolling Stone”, la pubblicazione di musica più in vista degli Stati Uniti, sono molto inferiori rispetto a quelle di artisti bianchi:

– John Lennon: 30

– Mick Jagger: 29

– Paul McCartney: 26

– Bob Dylan: 22

– Bono: 22

– Bruce Springsteen: 22

– Madonna: 20

– Britney Spears: 13

– Michael Jackson: 8

(due sono state pubblicate dopo la sua morte, una comprendeva anche l’immagine di Paul McCartney)

 

È davvero possibile che Michael Jackson, probabilmente l’artista più influente del ventesimo secolo, abbia meritato meno di metà delle copertine di Bono, Bruce Springsteen e Madonna?

Naturalmente questo disprezzo non era limitato alle copertine delle riviste. Si estendeva in tutto il regno mediatico della stampa. In un discorso del 2002 a Harlem, Jackson non solo, ha protestato contro gli affronti personali, ma ha anche dichiarato chiaramente come lui stesso si sentiva di far parte della stirpe d’artisti afro-americani che lottano per il rispetto:

Tutte le forme di musica popolare dal jazz all’hip-hop, al bebop, al soul [provengono dall’innovazione nera]. Se si passano, in rassegnai diversi generi di balli dal catwalk, al Jitterbug, al charleston, fino alla break dance – sono tutte forme di danza nera… Cosa sarebbe [la vita] senza una canzone, senza una danza, la gioia, le risate e la musica. Queste cose sono molto importanti, ma se andate nella libreria dietro l’angolo, non vedrete una persona nera sulla copertina. Vedrete Elvis Presley, i Rolling Stones … Ma noi siamo i veri pionieri che hanno dato vita a queste [forme]”.

Certamente c’era un po’ di retorica nella sua dichiarazione “non una persona di colore sulla copertina“, ma il suo punto più ampio della rappresentazione gravemente sproporzionata nella stampa è stato senza dubbio accurato. I libri su Elvis Presley sono più numerosi di quelli su Chuck Berry, Aretha Franklin, James Brown, Ray Charles, Marvin Gaye, Stevie Wonder e Michael Jackson messi insieme.

Quando ho iniziato il mio libro, “Man in the Music: La vita creativa e il lavoro di Michael Jackson” nel 2005 non c’era un libro pregevole focalizzato sulla produzione creativa di Jackson. Nella libreria Barnes & Noble, infatti, sono riuscito a trovare solo due libri su di lui. Entrambi affrontavano gli scandali e le vicissitudini legate alla sua vita personale.

Sembrava che l’unico modo per Michael Jackson di ottenere una copertura mediatica fosse di essere presentato come un “mostro”, una curiosità o uno spettacolo. Anche le recensioni dei suoi album successivi a Thriller erano incentrate sul sensazionalismo ed erano ampiamente condiscendenti, quando non addirittura ostili.

Naturalmente, questa scarsa copertura non era riferita solo al preconcetto razziale. I pregiudizi erano spesso più sottili, velati e codificati. Erano avvolti con la sua diversità generale e confusi con “Wacko Jacko” , termine coniato dai media. Inoltre, come Baldwin acutamente osservava, c’erano apprensioni non del tutto estranee alla sua ricchezza e celebrità, inquietudini per le sue eccentricità e sessualità, imbarazzo per i suoi cambiamenti di aspetto, disprezzo per il suo comportamento infantile, e paure circa il suo potere.

Tuttavia il valore fondamentale è questo: nonostante il circo mediatico che lo circondava, Jackson è riuscito a lasciare dietro di sé uno dei cataloghi più eccellenti della storia musicale. Raramente un artista è stato così abile a comunicare la vitalità e nello stesso tempo la vulnerabilità della condizione umana: l’euforia, il desiderio, la disperazione e la trascendenza, perchè Jackson ha letteralmente incarnato la musica. Essa si caricava attraverso di lui come la corrente elettrica. Lui era solo il mediatore che agiva attraverso ogni mezzo a sua disposizione, la voce, il corpo, le danze, film, parole, tecnologia e prestazioni. Il suo lavoro era così poliedrico in un modo mai sperimentato prima.

Per questo motivo molti critici che sono inclini nel giudicare il suo lavoro, contro gli standard musicali euro-americani ben delimitati, spesso bianchi, sono in errore. Jackson non si adatta perfettamente in determinate categorie e ha sfidato molte delle attese degli appassionati rock/alternative. Era profondamente radicato alla tradizione afro-americana, che è cruciale per comprendere a fondo il suo lavoro. Ma la caratteristica peculiare della sua arte è la fusione, la capacità di combinare insieme stili diversi, generi e mezzi per creare qualcosa di innovativo.

Se la critica comparasse i testi di Jackson con quelli di Bob Dylan, allora, probabilmente Jackson si troverebbe svantaggiato. Non che i testi di Jackson siano privi di sostanza (solo sull’album HIStory affronta problematiche sul razzismo, il materialismo, la fama, la corruzione, la distorsione dei media, la distruzione del pianeta, l’abuso, e l’alienazione). Ma la sua grandezza è riposta nella sua capacità di aumentare il valore delle sue parole con la voce, con la rappresentazione visiva, con i movimenti del corpo e con la sonorità, in modo che il tutto sia amplificato rispetto alla sintesi delle sue parti.

Ascoltate, per esempio, le sue vocalizzazioni gridate non verbali – le esclamazioni, i grugniti, i rantoli e il dialetto improvvisato, in cui Jackson comunica di là dalle restrizioni del linguaggio. Ascoltate il suo ‘beat-box’ e lo ‘scat’, come allunga o accentua le parole, la sua abilità nello staccato alla James Brown, il modo in cui la sua voce passa da roca a melliflua o sublime; le chiamate e risposte appassionate, il modo in cui si innalza naturalmente con i cori gospel e le chitarre elettriche.

Ascoltate i suoi ritmi virtuosistici e le sue ricche armonie, la sincope sfumata e le tipiche linee di basso, i livelli di dettaglio e l’archivio di suoni particolari. Andate oltre i soliti classici e ascoltate canzoni come Stranger in Moscow, I Can’t Help It, Liberian Girl, Who Is It e In the Back. Notate la gamma di temi, lo spettro di stati d’animo e la struttura, la varietà sorprendente (e sintesi) di stili. Solo nell’album Dangerous Jackson passa dal New Jack Swing alla musica classica, dall’hip hop al gospel, dal R & B all’industrial, dal funk al rock. Era musica senza confini o barriere, e risuonava in tutto il mondo.

Ciò nonostante, soltanto dopo la morte di Jackson nel 2009, lui finalmente si è conquistato più rispetto e apprezzamento da parte dell’intellighenzia. E’ una delle strane abitudini dell’umanità apprezzare veramente il genio una volta che se n’è andato. Eppure, nonostante il rinnovato interesse, il facile rifiuto e la disparità nella copertura da parte della stampa rimangono sempre grave.

Come un concorrente alla pari con il leggendario Muhammad Ali, Michael Jackson non sarebbe soddisfatto. Il suo obiettivo era di dimostrare che un artista nero potrebbe fare tutto ciò che un artista bianco potrebbe (e più). Voleva andare oltre ogni confine, accreditarsi ogni riconoscimento, infrangere ogni record, e raggiungere l’immortalità artistica (“Questo è il motivo per sfuggire alla morte“, ha detto, “tento di attaccare la mia anima al mio lavoro“) . Il senso della sua ambizione non era il denaro e la fama, ma era il rispetto.

Come ha coraggiosamente asserito nel 1991 nella sua hit, Black or White, “Ho dovuto dirgli non sono secondo a nessuno“.

***

 Nota**: Lo spettacolo dei menestrelli era una forma di intrattenimento americano composto da sketch comici, spettacoli di varietà danza e musica, eseguiti da persone bianche marcatamente struccate per assumere le sembianze stilizzate di una persona di pelle nera, ma soprattutto dopo la Guerra Civile erano le stesse persone di colore che parodiavano se stessi.

Essenzialmente erano spettacoli che si basavano sulla satira mostrando le persone di colore come stupidi, buffoneschi e superstiziosi.[ Fonte: Wikipedia]

FINE

Fonte:http://www.theatlantic.com/entertainment/archive/2012/02/the-misunderstood-power-of-michael-jacksons-music/252751/

Traduzione di Grazia28 per ONLYMICHAELJACKSON

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