– Have You Seen His Childhood? – By Joseph Vogel


Nel libretto che accompagna il quinto album di Michael Jackson, HIStory, c’è un piccolo disegno di un bambino nero, probabilmente sotto i cinque anni di età, rannicchiato in un angolo di una stanza. Tiene in mano un microfono, ma non sembra desideroso di esibirsi. Sembra triste, spaventato, intrappolato.

Il disegno è un autoritratto. Questo è come Jackson ha scelto di ritrarsi da bambino: non l’incantevole esuberante cantante di grande hit di successo e dischi d’oro, ma un bambino solitario e spaventato. L’immagine racchiude in sé l’essenza della sua identità ed è più eloquente di mille articoli. Vicino al disegno, ha scritto a matita poche righe di testo della sua canzone, Childhood (una volta ha definito la canzone più “sincera”, che abbia mai scritto): “Prima di giudicarmi, provate davvero ad amarmi / Guardate dentro al vostro cuore, e chiedetevi / avete visto la mia infanzia?“.

Nel 1995, la canzone è stata accolta con cinismo dalla critica e il disegno completamente ignorato. Ma entrambe le opere cercano di mostrare qualcosa di molto personale e reale: l’infanzia di Michael Jackson, infatti, è stata davvero traumatica e tragica. C’era l’abuso e lo sfruttamento, il duro lavoro e le aspettative lo hanno reso un prigioniero, c’erano i riflettori accecanti del pubblico e onnipresenti groupies isteriche. “Quella non era un’infanzia normale, non ho avuto i piaceri dell’infanzia”, ha detto Jackson in seguito. “Questa è stata scambiata per il duro lavoro, fatica e dolore”. Per molti “l’infanzia perduta” e il suo successivo tentativo di farla rivivere è diventata un cliché o un complesso; ma poche di queste persone sono state in grado di comprendere appieno la vita difficile che lui ha vissuto.

“Quando si cresce come me,” ha detto, “allora sei automaticamente diverso”. Per capire questo “essere diverso” e come ha influenzato la sua vita e il lavoro creativo, è utile tornare a quei primi anni per studiare i suoi ricordi circa le esperienze e le emozioni vissute, e come hanno determinato il tempo prima e dopo. Dobbiamo quindi tornare a metà degli anni Sessanta, all’apice del movimento dei diritti civili, in una città industriale di nome, Gary, vicino Chicago. Qui ci viveva il piccolo Michael Jackson, settimo di nove figli prima di essere conosciuto in tutto il mondo.

Sua madre, Katherine, lo ricorda come un ragazzino malizioso, ma generoso e sensibile. Lei ricorda che gli piaceva correre con i fratelli e amici per le strade del quartiere, correre intorno agli spruzzi d’acqua nel prato durante l’estate, e la sua paghetta settimanale la spendeva in caramelle al negozio locale. Si ricorda inoltre che guardava affascinato James Brown il “Soul Brothers Number One” alla televisione imitando ogni sua mossa. La famiglia di dodici membri viveva in una piccola casa di due stanze, “che non era molto più grande di un garage”. Qui, Michael e i suoi fratelli sono diventati un veicolo per i sogni e le ambizioni del padre.

Rappresentavano il biglietto d’oro per uscire dalla povertà e l’oscurità. La musica ha sempre fatto parte della sua vita. Michael ricorda il padre tornare a casa dalla fabbrica, e cercare di evadere per un po’, dall’estenuante, noioso lavoro, suonando con un piccolo complesso, che si chiamava i Falcons, di Rhythm&Blues. Ricorda la passione di sua madre, Katherine, per la musica country e cantare canzoni a lui come You Are My Sunshine e Cotton Fields. E anche il suo amore, la forza e la gentilezza, (“per me, è la perfezione”, ha detto più tardi).

E ricorda l’intera famiglia spingere i mobili agli angoli della stanza e cantare, ballare, saltare, e fare anche le prove. Spesso provava fino a tarda notte. Come Michael ricorda in seguito, “la casa a 2300 Jackson Street scoppiava di musica”.

Questi sono alcuni dei primi ricordi di Michael Jackson. Ma sono rapidamente seguiti da altri ricordi come di essere spesso picchiato da suo padre con la cinghia e a volte con la frusta. “Bastava uno suo sguardo per spaventarmi”, ha ricordato. Spesso si nascondeva sotto il letto per sfuggirgli, egli era un bambino ribelle, con una forte volontà e spesso cercava di difendersi. “Ho cercato di reagire”, ha ricordato.

“È per questo che ne prendevo più di tutti i miei fratelli messi insieme. Mio padre voleva uccidermi, e mangiarmi vivo”. Michael ricorda i metodi di suo padre come particolarmente umilianti e dolorosi. “Prima ti faceva spogliare nudo. Ti ungeva tutto. Era una sorta di rituale completo. Ti ungeva tutto e quando la punta della frusta ti colpiva [fa il verso, mimando anche il gesto], sai … era come morire, e avevi delle frustate su tutta la faccia, la schiena, dappertutto”.

Il dolore, naturalmente, non era solo fisico. Nel corso della sua vita, Michael provò un misto di paura, rifiuto e non riusciva a capire suo padre (che ha sempre chiamato Joseph). “Ci sono stati dei momenti in cui solo a vederlo, stavo male, avevo conati di vomito”, ha confessato nel 1993.

L’abuso di Joseph continuò anche quando era adolescente. Spesso provocava Michael per il suo aspetto, chiamandolo “nasone” e brutto. “Ho nascosto il mio volto nel buio”, ha ricordato. “Non volevo guardarmi allo specchio e mio padre mi prendeva in giro e ho odiato questo e piangevo ogni giorno.” Nonostante l’abuso, Michael voleva disperatamente l’amore e l’approvazione di suo padre. Anche da adulto, ha espresso la sua ammirazione e il rispetto per il modo in cui Joseph aveva formato il gruppo, per la sua visione e la determinazione. Nella sua autobiografia, chiama Joseph un “genio manageriale”. Ma alla fine ha sempre rammaricato la mancanza di intimità nel rapporto. “Amo mio padre, ma io non lo sconosco come vorrei”, ha detto a Oprah Winfrey nel 1993.

Per Michael, suo padre era più un freddo manager calcolatore, non un affettuoso padre amorevole. Riempire questo vuoto, cercando di ottenere l’approvazione e l’amore di suo padre, è diventata una questione di vita per Michael. “Penso che non si sia mai reso conto, di come è rimasto impresso per sempre nella mia mente”, Michael dice più tardi. “Penso a tutto il mio successo e alla mia popolarità – e li ho voluti – e li ho voluti perché volevo essere amato.Ecco tutto. Questa è l’unica verità. Volevo che la gente mi amasse, mi amasse davvero, perché non mi sono mai sentito veramente amato. Mi dicevo, ‘so di avere un talento; forse se mi fossi sforzato, forse la gente mi avrebbe amato di più'”. Michael sentiva un tale amore incondizionato per sua madre, Katherine. “Non riesco a immaginare che cosa sarebbe stato crescere senza l’amore di mia madre”, ha poi ripensato.

Infatti, mentre il padre era l’incarnazione della paura e la crudeltà per lui, la madre, al contrario, sembrava piena di virtù, forte, affidabile e compassionevole. Ma anche lei non era riuscita a trovare un modo per fermare gli abusi. “Era sempre sullo sfondo della scena, quando lui perdeva la pazienza – quando ci picchiava”, Michael ricorda. “La sento ancora. ‘Joe, no, così li ammazzi. No! No, Joe, così è troppo’”. Più tardi nella vita, Joe era diventato più comprensibile, e Michael aveva cercato di fare, in un certo qual modo, la pace.

In un discorso tenuto a Oxford nel 2001, Michael ha riflettuto sui fatti della vita di suo padre: Joseph è cresciuto nel Sud in condizioni di estrema povertà durante la Depressione; suo padre si mostrò poco affettuoso e crebbe la sua famiglia con il pugno di ferro; e, diventato adulto, il suo sogno era di diventare un musicista, ma venne soffocato dalla realtà che significava lunghi, estenuanti turni di lavoro in acciaieria.

“C’è da meravigliarsi”, riflette Michael, “che non provasse ad esternare i propri sentimenti? Sembra ancora strano che gli si sia indurito il cuore? E, soprattutto, sembra ancora così strano che abbia spinto in tal modo i suoi figli e diventare uomini di spettacolo, perché potessero affrancarsi da quello che sapeva essere una vita di umiliazione e povertà? Ho iniziato a riconoscere che persino la durezza di mio padre è stata una forma di amore, un amore imperfetto, certamente, ma comunque amore”. Quello era Michael, generoso e indulgente. Ma fino alla fine della sua vita, aveva lottato con i suoi sentimenti di dolore, paura, rabbia e amarezza. Suo padre sembrava dettare sempre delle condizioni. Ogni interazione inevitabilmente sfociava in un nuovo piano per fare soldi, che lui si aspettava che avrebbe partecipato.

Michael ricorda una volta che suo padre disse a lui, e ai suoi fratelli: “Se voi ragazzi smetterete di cantare, vi mollerò come una patata bollente”, ricorda. “Non si rendeva conto di farci del male? Non si dicono queste cose a un bambino, e io non l’ho mai dimenticato”. Già in tenera età, quindi, in Michael era radicato il messaggio: il suo valore, per le persone a lui vicine, soprattutto suo padre, era indissolubilmente legato alla sua capacità di esibirsi e fare soldi.

Jackson, nei primi anni aveva poca libertà di scelta; la maggior parte di quello che ha fatto era quello che gli era stato detto di fare. “Ricordo che la mia infanzia in gran parte consisteva nel lavorare”, ha ricordato. Quando lui e i suoi fratelli non provavano, stavano esibendosi. Presero parte e hanno vinto concorsi locali. Hanno viaggiato nelle grandi città come Detroit, Chicago e Harlem. Hanno suonato in locali notturni con altre band, comici e spogliarelliste. “A quei tempi abbiamo girato più di un locale di spogliarelliste”, ricorda. “In un posto di Chicago, ero solito stare ai lati del palco per osservare una donna che si chiamava Mary Rose. Dovevo avere nove o dieci anni. La ragazza doveva togliersi i vestiti e la biancheria per gettarla poi al pubblico. Gli uomini la raccoglievano, la annusavano, e urlavano. I miei fratelli ed io assistevamo a tutta la scena, e mio padre non se ne preoccupava molto. Avremmo dovuto vederne di tutti i colori per scalare la china del successo.”

Esperienze come queste hanno lasciato un’impronta indelebile sul giovane Michael Jackson. “Più tardi”, ricorda, “quando andammo all’Apollo Theater di New York, vidi qualcosa che mi colpì in modo particolare, perché non avevo mai immaginato che potesse esistere quel genere di cose. Di spogliarelliste ne avevo viste moltissime ormai, ma quella volta la ragazza dalle ciglia lunghe e dai capelli fluenti fece uno spettacolo grandioso. All’improvviso, verso la fine, si tolse la parrucca, ed estrasse un paio di arance dal reggiseno, rivelando così di essere un ragazzo sotto tutto quel trucco. Rimasi scioccato. Ero soltanto un bambino, e non potevo concepire una cosa del genere. Ma diedi un’occhiata al pubblico del teatro e notai che stava impazzendo, applaudiva selvaggiamente e urlava. Io ero soltanto un bambino, nascosto ai lati del palcoscenico, intento a guardare una scena indescrivibile “.

Alla Motown, con la quale i Jackson firmarono il contratto nel 1968, l’insolita formazione continuò. Barry Gordy, prese il posto di suo padre, lui era più amorevole e gentile, ma altrettanto ambizioso. “Io farò di te la cosa più grande nel mondo, e sarà scritto nei libri di storia”, disse a Michael a dieci anni. Naturalmente, tale ambizione aveva un prezzo.

I prossimi anni della vita del giovane Michael sarebbero diventati una serie infinita di intenso, estenuante, impegnativo lavoro: prove, esibizioni, interviste, tour, registrazioni in studio. “Non avevo idea che per registrare una canzone ci volesse tanto lavoro”, poi riflette. “Più e più e più volte … mi ricordo di essermi addormentato vicino al microfono. Mi chiedevo se sarebbe mai finito. Proprio quando pensavo che avevamo finito, abbiamo dovuto ricominciare tutto da capo”.

Nel bel mezzo di queste interminabili sessioni, non poteva desiderare altro che un’infanzia più “normale”. “Ci sono stati momenti”, ricorda nella sua autobiografia, “tornato a casa da scuola avevo appena il tempo di posare i libri e poi dovevo subito scappare allo studio di registrazione. E dovevo cantare fino a notte fonda, ben oltre l’ora in cui i bambini vanno a normalmente a letto. C’era un parco di fronte agli studi Motown e ricordo di aver osservato spesso i bambini che andavano a giocarci. Li guardavo con meraviglia – non credevo possibile una simile libertà, una vita così spensierata, e desideravo più di ogni altra cosa potermene andare ed essere come loro “.

La filosofia Motown, in molti aspetti, era simile a quella del padre di Michael: il fine giustifica i mezzi; sacrifici e duro lavoro erano gli ingredienti necessari per creare il successo – anche se i Jackson erano solo dei bambini. Il compositore della Motown, Deke Richard ha spiegato: “Abbiamo fatto una forte pressione su Michael, perché quando si scopre un bambino con un grande talento, pensi ‘Sì, lui è così fantastico, che voglio che sia ancora di più ‘. Percepivo il suo talento allo stato grezzo, che immaginavo solo come stupefacente sarebbe diventato se avessimo lavorato ancora su di lui “.

E, naturalmente, il risultato di questo duro lavoro era esattamente quello che il mondo ha avuto modo di sentire nei prossimi anni. Il primo singolo dei Jackson 5, I Want You Back – che alcuni critici hanno descritto come una delle migliori canzoni pop di tutti i tempi – ha raggiunto la prima posizione nel 1969 subito seguita da una serie di altri: ABC, The Love You Save e I’ll Be There. I Jackson 5 sono diventati il primo gruppo nella storia della musica pop ad avere i primi quattro singoli che hanno raggiunto la prima posizione. In quel dicembre, il gruppo era al programma televisivo The Ed Sullivan Show, che aveva presentato all’America anche Elvis Presley e i Beatles.

La performance di Michael, quella notte, la ballad Blue-soul composta da Smokey Robison, Who’s Lovin ‘You, lasciò il pubblico a bocca aperta. Sembrava impossibile che un ragazzino potesse cantare con tale maturità, la fiducia, carisma e l’anima. “Dai tempi di Sammy Davis Jr., il mondo non aveva visto un bambino cantare con tale sentimento sul palco come Michael Jackson,” ha scritto il biografo J. Randy Taraborrelli. Quelli della Motown cominciarono a parlare di lui come una “vecchia anima” nel corpo di un nano. ” È come un vecchio saggio ‘ai tempi moderni”, dice Smokey Robinson. “Ho conosciuto Jack Wilson, James Brown, ho incontrato tutte le persone che Michael ha amato. Ci sono voluti anni per sviluppare il loro suono. Ma Michael mi ricordava Aretha Franklin. Quando Aretha aveva sette anni, suonava tutto il grande gospel al pianoforte e cantava con una gran voce.

È stato un miracolo. Michael era un miracolo. Nel suo cuore, portava altre vite. Era più che un’anima; quest’anima era profondamente radicata nella storia di un intero popolo”. Non passò molto tempo che la gente si riferiva ai Jackson 5 “come i Beatles neri”. Erano in televisione e sulle copertine delle riviste. C’era dei Jackson 5 memorabilia – bottoni, adesivi, giocattoli, vestiti, e lacca per capelli; hanno fatto concerti sold-out e provocato un pandemonio ovunque andassero; loro riuscirono a conquistare la simpatia dei bianchi americani come quella dei neri.

Presto hanno avuto anche il loro cartone animato. “Divennero famosi così in fretta”, ricorda Suzanne de Pass, “che nessuno di noi era preparato per esso. In principio potevano ancora andare dappertutto, prendere un hamburger, andare al cinema, fare shopping – ma il successo fu così rapido che non erano più in grado di andare da nessuna parte”. Per Michael questo è stato l’inizio di una vita di gloria e di isolamento. Ben presto imparò che l’ammirazione dei fan da cui dipendevano per il loro successo, potrebbe anche essere pericoloso e spaventoso.

Nonostante la sicurezza, scene di folla di fan si sono verificate frequentemente già nei primi giorni, e talvolta i ragazzi non riuscivano a fuggire in tempo. Il fratello di Michael, Marlon, una volta ha descritto come la limousine fu sopraffatta: “Finalmente, alla fine riuscimmo a scendere”, ricorda. “Le ragazze avevano circondato la nostra Rolls-Royce, per quello non potevamo muoverci. Quando lo facemmo, i fan, capovolsero la limousine! Attaccarono per tutto il tempo, mentre la polizia stava cercando di portarci via. Fummo sopraffatti e bloccati, ci afferravano le vesti, ci tiravano i capelli … Fu davvero spaventoso”.

Questo genere di confusione e frenesia era onnipresente nei primi anni di vita di Michael. “Essere assalito da ragazze quasi isteriche, è stata una delle cose più spaventose in quei giorni”, ricorda Michael. “Ti senti come soffocare o essere smembrato. Ci sono migliaia di mani che ti afferrano. Una ragazza ti sta torcendo il polso, mentre un altro prende il tuo orologio. Ti afferrano i capelli e li tirano con forza, e brucia come il fuoco … Ho ancora le cicatrici, e non mi ricordo in quale città sia successo”.

Come risultato di tali esperienze, Michael è diventato sempre più timoroso del “mondo esterno”. Questo isolamento è stato ulteriormente rafforzato quando entrò nel periodo nell’adolescenza e si sentiva molto insicuro per il cambiamento nel suo aspetto. “In quei giorni”, ricorda, “a quei tempi, la lotta più dura era quella sostenuta davanti allo specchio. In sostanza, la mia identità di individuo dipendeva dalla mia identità di artista. Il mio aspetto cominciò a cambiare notevolmente all’età di quattordici anni. Le persone che non mi conoscevano entravano in una stanza aspettandosi di incontrare il piccolo Michael Jackson e mi passavano davanti. Io dicevo: ‘sono io Michael’, e loro mi guardavano con sospetto. Michael era un bel ragazzino basso, io ero un adolescente sul metro e settanta di altezza. Non ero io la persona che si aspettavano o addirittura che volevano vedere. L’adolescenza è un periodo difficile, figuriamoci se, alle insicurezze naturali procurate dalle trasformazioni fisiche, si aggiungono le reazioni negative degli altri”.

In tour, Michael è stato anche testimone di cose che erano difficili da elaborare per un ragazzo della sua età, tra cui la presenza di groupies. Il padre e i suoi fratelli più grandi a volte portavano le sue ragazze nella loro stanza d’albergo a fare sesso. “Stavo dormendo”, Michael ricorda, “esausti dopo lo spettacolo, capitava che mio padre rientrasse in compagnia di qualche gruppo di ragazze; noi ci svegliavamo e ce le ritrovavamo davanti, attente e sorridenti”.  In altre occasioni, Michael è stato costretto ad andare in una stanza piena di fan in attesa. “Mi ha colpito così duramente in faccia, e poi mi ha spinto in una grande stanza, dove stavano aspettando, le lacrime cadevano su tutto il mio volto”.

Durante gli anni della sua infanzia, Michael ha visto, come suo padre, si vantava delle sue avventure sessuali con groupies. Tali esperienze sono state in forte contrasto con le lezioni di purezza, castità, e la fedeltà, che ha imparato da sua madre, devota testimone di Geova. Questo è uno dei motivi che lo portò ad essere diffidente di molte donne ed odiare suo padre. “Ho chiesto a mia madre di divorziare da lui”, ricorda. “E lo odiavo per questo, lo odiavo! Tutti noi lo odiavamo … Janet ed io, dicevamo … Io dicevo, ‘Janet, chiudi gli occhi.’ E lei: ‘Ok, sono chiusi’. E io dicevo: ‘Immagina Joseph dentro una bara. È morto. Ti senti dispiaciuta? ‘. E lei: ‘No’. E così via … Questo è quello che dicevamo di lui da ragazzini”.

Nel 1972, poco prima del suo quattordicesimo compleanno, cresciuto sempre più isolato, e solitario Michael registrò, tecnicamente, la sua prima hit di successo come artista solista, la ballata malinconica Ben. La canzone era parte del film dall’omonimo titolo, candidato all’Oscar, che raccontava la storia di un’insolita amicizia tra un ragazzo e un topo.

Mentre la premessa del film sembrava a molti bizzarra, la canzone di Michael, e la sua interpretazione, chiaramente ebbe un effetto sulle persone. “Anche i bambini si sono commossi per Ben fino alle lacrime,” ha scritto il critico musicale Armond White, “perché questa è una canzone che parla di solitudine cantata prodigiosamente – sorprendente da un bambino molto sensibile. Ecco perché a proposito alterna le parole, ‘ero abituato a dire’ / ‘Io e Me / Ora è noi ‘/ Ora noi ‘ è come una premonizione dell’inquietante comportamento degli adulti”. Al momento, tredici anni, Michael andava al cinema da solo, a guardare il film più volte, e sentì un senso di orgoglio quando vide il suo nome sullo schermo durante i titoli di coda. “Ben significò moltissimo per me”, scrive in seguito. “Amavo quella canzone e anche il film … La gente non riusciva a capire il sentimento di quel ragazzo nei confronti dell’animale. Stava morendo per una malattia e Ben era il suo unico vero amico, il capo dei topi della città in cui viveva. Per molta gente il film era piuttosto singolare, ma ha me piaceva”.

A dire il vero, c’è qualcosa di profondamente appropriato in Ben. Una canzone che parla di differenze e compassione – la sua prima hit numero uno. Ascolta il pathos nella sua prestazione: “I used to say, I and me / Now it’s Us / Now it’s We”, (Ero abituato a dire, “io” e “me” /Ora è “noi”, ora “noi”). Questo è uno sguardo nell’anima del giovane Michael Jackson.

Nel 1975, quando i Jackson 5 hanno lasciato Motown, Michael aveva già una vita piena di molte esperienze. Il gruppo era stato “uno dei più grandi fenomeni della musica pop nei primi anni Settanta”. In poco meno di sei anni, dodici delle loro canzoni di successo furono delle Top Ten (compresi gli assoli di Michael), e avevano venduto oltre 100 milioni di album. Avevano viaggiato in tutto il mondo, e ovunque suonato davanti a un pubblico estatico.

Loro incarnavano lo slogan della Motown, “The Sound of Young America”, mentre nello stesso tempo hanno superato con successo le barriere razziali per essere accettati dall’America bianca. La loro musica è stata descritta come “Bubble-gum Soul” o “Funky Pop Soul”, ma in realtà era una fusione di generi diversi che li hanno resi irresistibili per le masse.

Lasciando gli anni Sessanta politicamente intensi e socialmente più consapevoli, il gruppo non era noto per fare dichiarazioni esplicite nelle loro canzoni; ma il successo di “attraversamento” e la sua accettazione, di per sé, era già una dichiarazione. E la qualità delle prestazioni e la musica è innegabile. “Ci sono alcuni brutti dischi che Michael ha fatto per noi?” Si chiese il compositore e leggendario produttore Hal Davis. “Negli anni in cui era alla Motown, Michael ha prodotto più di chiunque altro. Ma io sto dicendo, che esso è niente, confronto alla bellezza di quelle tracce vocali.

Arrivò lì, e cantava come un angelo – e come è cresciuto è diventato un cantante fantastico”. Altri critici concordano dicendo … “Il canto e la musica ci fanno felici”, aggiunge il critico musicale David Ritz. “Ci sono momenti di incandescente bellezza – giovanile e ottimista”. Questa bellezza giovanile penetra ancora oggi nel pubblico. “Quaranta anni dopo”, scrive Nelson George, “l’esuberanza di [Michael] ancora esce dai nostri altoparlanti. Nonostante tutto il lavoro che è stato ovviamente fatto nella preparazione di questa voce, Michael suona ancora come se fosse appena arrivato in studio dal parco giochi.

La sensazione di gioia che esprime Michael in queste canzoni, mi fa ancora sorridere allo stesso modo di quando li ho sentiti per la prima volta”. Nonostante l’innegabile esuberanza e la gioia che irradiano queste canzoni e spettacoli, i ricordi di Michael di quel periodo sono comprensibilmente pieni di malinconia. “C’è un sacco di tristezza nel mio passato”, pensa. “Quelli erano anni molto tristi per me”. Si ricorda alcuni momenti di felicità in cui poteva rilassarsi: le battaglie di cuscini con i suoi fratelli, lanciare palloncini d’acqua dai balconi dell’hotel e le visite a Disneyland.

Amava guardare se stesso e agli altri come personaggi dei cartoni animati il sabato mattina; amava visitare i luoghi del mondo; e naturalmente, amava la musica ed esibirsi come pura evasione. Il mito, quindi presentato al mondo – una grande famiglia unita e felice, uscita dalla povertà, che aveva raggiunto il “sogno americano” grazie a Hollywood – è sempre stata una mezza verità. I Jacksons effettivamente hanno raggiunto un successo fenomenale. Sono leggende musicali e culturali. Pionieri afroamericani, che hanno infranto le barriere, e hanno portato gioia e speranza a milioni di persone. “Sono molto orgoglioso che abbiamo aperto delle porte”, Michael riflette “e abbattuto molte barriere. Viaggiando per il mondo, facendo tour, negli stadi, si vede l’influenza della musica. Quando si guarda dal palco, per quanto si può percepire, si vede l’influenza che ha sulla gente. Ed è una sensazione meravigliosa, ma dietro questi risultati, c’è tanto dolore, dolore”.

Dal momento che Jackson non ha mai cessato di essere una persona pubblica gli effetti di questo dolore si sono (visibili) ripercossi negli anni successivi. “I Bambini star”, Margo Jefferson scrive, “sono principalmente altri artisti. Qualunque siano i loro successi, essi certificano che vedremo anche ciascuna delle loro cicatrici. Questo è il prezzo finale per esso”. Per comprendere Michael Jackson (e il suo lavoro), è necessario includere questo passato complesso. Le descrizioni della sua vita sono spesso presentati come una storia banale “dalla povertà alla ricchezza e rovina”. Ma la tragedia è sempre stata lì. Come ci sono stati momenti di gioia e di meraviglia.

Jackson stesso ha riconosciuto il paradosso del suo precoce destino, deplorando profondamente ciò che aveva perduto, mentre ha apprezzato ciò che gli è stato dato. Sapeva che la sua vita, bene o male, è stata una esibizione perpetua, con il mondo come spettatore e giudice. “Sono così veloci a chiamarmi strano e bizzarro”, ha detto una volta, “ma è quasi come se fossi costretto ad essere diverso. – Perché non è una vita normale”.

FINE

Traduzione di Grazia28 per ONLYMICHAELJACKSON

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