– Michael Jackson: le influenze degli stereotipi “Blackface” –


By Willa&Joie
Immagine2Pubblicato: 2 gennaio 2014
Willa: Sono molto lieta di avere qui con noi questa settimana, Harriet Manning, autrice di Michael Jackson and the Blackface Mask, un nuovo interessante libro pubblicato da Ashgate Press, e Lisha McDuff, musicista professionista e musicologa, che ha scritto la sua tesi di dottorato su Black or White, affrontando anche il tema: “whiteface minstrelsy – o le performance del fenomeno opposto dei blackface minstrel.” Lisha ha già condiviso alcune delle sue idee su Black or White, in un post pubblicato lo scorso anno. Grazie ad entrambe di essere qui.
Harriet: Ciao. Grazie per la vostra ospitalità.
Lisha: Grazie, Willa! È un piacere essere di nuovo qui!
Willa: Oh, Lisha è sempre un piacere parlare con te. Prima di discutere con Harriet di alcuni punti del libro, mi piacerebbe sapere come è iniziato il tuo interesse per Michael Jackson e per i blackface minstrelsy. E come ti è venuta l’idea di fare questo collegamento.
Harriet: È iniziato tutto quando mi sono avvicinata allo studio del Blackface minstrelsy, uno spettacolo teatrale in passato molto popolare di grande successo e longevo più di quando si possa immaginare. Lo spettacolo consisteva in una miscela di sketch comici, musica e danza, interpretati da attori bianchi con la faccia dipinta di nero. Nella storia dello spettacolo è un genere d’arte che occupa un posto di rilevante importanza, tuttavia tanti vorrebbero dimenticare. Questo non è accettabile e ho pensato quale forma avrebbe potuto assumere oggi nel momento in cui il “blacking up” non è più tollerato dal politicamente corretto.
Con quel poco che sapevo del lavoro di Michael Jackson ho azzardato l’ipotesi: e se la sua arte si riferisse alla tradizione dei blackface? Ho studiato attentamente i movimenti di Michael Jackson, e dopo messi a confronto con i tradizionali stereotipi dei neri. Uno scrigno con un meraviglioso tesoro si è aperto davanti ai miei occhi: avevo trovato le radici della danza di MJ e il modo per capire le diverse difficoltà che ha dovuto affrontare.
Lisha: Harriet, il tuo libro amplia gli orizzonti delle nostre conoscenze e ci regala un’esperienza straordinaria – per come l’arte dei minstrelsy si riflette nel lavoro di Michael Jackson, e perché di fatto lo spettacolo minstrelsy è stato “il primo formato pop commerciale” della musica. Ora so, che gli spettacoli minstrel erano uno dei più grandi divertimenti popolari di quel tempo e che la musica popolare può essere fatta risalire ai Blackface minstrelsy. Sono sincera, non ci avevo mai pensato finora.
Willa: Sì, ha sorpreso anche me. Non immaginavo che i Minstrel Show fossero così in voga e tale tradizione si fosse perpetuata per un lungo periodo. La sua popolarità, naturalmente è stata altalenante, ma dominò lo spettacolo teatrale per circa un secolo.
Lisha: È veramente sconvolgente se si guarda – all’enorme vuoto culturale. Come dici tu, Harriet, nonostante il grande successo dello spettacolo minstrel, fino alla fine dell’Ottocento, la parodia dei Blackface sembra quasi svanire nel nulla e la maggior parte della gente ignora la popolarità di una volta. A un certo punto però, in America e in Inghilterra, la gente divenne più sensibile verso le parodie offensive dei blackface. Che cosa determinò un cambiamento così radicale nella coscienza della gente?
Harriet: Questa forma di spettacolo raggiunse il suo apice alla metà del 1800 fino alla guerra civile, e ci fu una inversione di tendenza dopo l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti. Il pubblico iniziò a provare un senso di disagio riguardo ai riferimenti razzisti e andò fuori moda. Il conclamato materiale razzista fu rimosso, tuttavia presentarsi sul palco con la faccia dipinta di nero era diventata oramai una consetudine. Poi, finalmente è scomparsa anche la pratica di coprirsi la faccia di nero.
Lisha: Questo è interessante, dato che lo stesso contenuto associato al razzismo persiste ancora oggi, sebbene in una forma più sottile. Cosa ti ha spinto ad approfondire gli studi sui blackface minstrelsy.
Harriet: Il corso di black music che seguivo per completare la mia laurea in musica, comprendeva lo studio Blackface minstrelsy. L’esperienza mi ha colpito in modo particolare. Ho pensato che la gente doveva sapere.
Willa: Sono completamente d’accordo con te. Soprattutto, perché la sua influenza si riconosce tutt’oggi. In rare occasioni si vedono interpreti moderni in blackface, ad esempio Neil Diamond nel remake del film The Jazz Singer del 1980. Ricordo che rimasi meravigliata, nel vedere Neil Diamond in blackface. Oppure nel video Do You Really Want to Hurt Me del gruppo Culture Club, dove Boy George mette a confronto il pregiudizio da lui subito con il pregiudizio razziale, e nel tribunale ci sono giurati silenziosi in blackface. Ecco la clip:

Do You Really Want to Hurt Me

Lisha: La scelta dei Blackface nella clip, Willa, esprime efficacemente e in modo “in your face” (“provocatorio”) che il pregiudizio è, per sua essenza irrazionale, e profondamente radicato nell’immaginario collettivo.
Harriet: Non so se lo sapete, ma Boy George sembra che abbia voluto paragonare il pregiudizio razziale con il pregiudizio di natura sessuale.
Willa: Sì, è vero! E tu che cosa ne pensi, Lisha?
Lisha: Sì, lo penso anch’io. In molte discussioni sui diritti degli omosessuali, ho notato, che il pregiudizio razziale è utilizzato più, per mostrare come la gente si senta storicamente giustificata nel discriminare gli altri, solo al fine di riconoscere dopo, le loro stupide e incivili convinzioni. Ad esempio, fino a non molto tempo fa c’erano leggi che limitano il matrimonio interrazziale, così come oggi ci sono sempre leggi che limitano i diritti a coppie dello stesso sesso.
Willa: Questo è vero, anche se gli attivisti dei diritti civili non credo abbiano accolto con favore, che il loro movimento è stato associato ai LGBT. I parallelismi sono molti, come dici tu, e credo che Boy George lo suggerisca in modo subliminale in Do You Really Want to Hurt Me.
Lui è sotto processo – non sappiamo esattamente il motivo, forse, per esprime la sua sessualità in modo non convenzionale, o perché è solo un diverso. E le persone lo giudicano – la “giuria dei suoi pari” – è composta da persone in blackface – incarnano il nero bianco stereotipato, che è alla base dei blackface minstrelsy. Quindi sembra voglia dire, come la classe bianca dominante, ha imposto le sue paure e pregiudizi su neri con i blackface, ora la classe eterosessuale dominante impone i suoi timori e pregiudizi su di me. E lo sta facendo in un modo “provocatorio”, come dici tu, Lisha.
Lisha: Il gioco di parole (“in your face”) inoltre, non è casuale. Boy George nel video fa un tuffo nel passato, prima in un night club nel 1936 e poi in un centro benessere a Londra nel 1957, come se volesse farci capire che i vecchi pregiudizi sulla razza, genere e sessualità non sono cambiati nel tempo.
Harriet: In effetti “sotto la maschera” il blackface minstrelsy ha esplorato i temi storici della sessualità e l’appartenenza di genere, perché la razza e la sessualità sono essenzialmente collegate dalla loro fede in uno “standard” (bianco ed etero) e il diverso “l’altro” (nero e gay).
Willa: Non immaginavo – che la parodia dei blackface fosse basata sulla sessualità, il genere e la razza – temi che affronti nel tuo libro, Harriet. Sarebbe interessante approfondire l’argomento.
Lisha: Sì, questo ha incuriosito molto anche me. Inoltre, ho capito quanto siano importanti i primi spettacoli minstrel nel lavoro di Michael Jackson.
A questo punto vorrei citare un esempio sui blackface abbastanza recente, che mi ha emotivamente sconvolto – un numero di una commedia intitolata “The Jackson Five”, dello spettacolo di varietà Hey Hey It’s Saturday trasmesso nell’ottobre 2009 dalla televisione australiana. Incredibilmente, la performance è stata eseguita come “Song and Dance Tribute” a Michael Jackson dopo la sua morte.

Hey Hey It’s Saturday

Gli artisti e l’ospite dello show, apparentemente non sembrano consapevoli, che questo genere di parodia blackface può essere offensiva – nemmeno il manifesto di YouTube sembra avere un problema con questo! Tuttavia, Harry Connick Jr., ospite del programma di quella sera, ha detto che non avrebbe mai accettato di partecipare allo show se avesse saputo di una tale prestazione. Dal mio (americano) punto di vista, è scioccante che qualcuno lo possa trovare divertente e considerare una forma accettabile di intrattenimento.
Harriet: Assolutamente. Inoltre, ho notato che il presentatore invita Harry Connick Jr., ad esprimere le sue preoccupazioni. A quanto pare sente il bisogno di spiegare il motivo: perché la scenetta nel suo Paese può essere considerata offensiva. Sottolinea, che se lo show si assume ogni tipo di responsabilità va bene, il “problema” è solo in America. Davvero, non è dispiaciuto per nulla.
Willa: Ottima osservazione, Harriet. E l’Australia è un paese storicamente razzista – basta pensare alle condizioni degli aborigeni. La loro storia è diversa dalla nostra, non hanno avuto l’istituzione della schiavitù per secoli come negli Stati Uniti, ma ci sono stati comunque persone ridotte in schiavitù in Australia e una tradizione al pregiudizio razziale.
Lisha: Non ci sono dubbi. Secondo me la particolarità di questo video, riguarda la specificità geografica del razzismo. Penso che negli Stati Uniti – l’apparizione di Harry Connick Jr. sarebbe stata percepita in un modo totalmente diverso. Prima di tutto questa performance dei “The Jackson Five”, difficilmente sarebbe andata in onda. Non riesco ad immaginare nessuna emittente americana trasmettere una commedia blackface dove si prende in giro in questo modo il problema razziale. Penso che gli americani non lo avrebbero tollerato, forse perché la parodia blackface è una parte dolorosa della nostra storia.
Harriet: Nemmeno nel Regno Unito sarebbe stata trasmessa. È comprensibile la spiegazione di Harry Connick Jr., sul perché si senta sotto accusa. Mi ricorda il problema legato alle caratteristiche del Golliwog (occhi cerchiati di bianco, labbra rosse voluminose, e capelli lanosi spettinati come nella tradizione originaria del minstrel show). I difensori del Golliwog sostengono che è innocuo, divertente e carino, ma la sua storia è niente di tutto ciò, perché radicata nell’atteggiamento razzista.
La clip mi ricorda il video di Eminem, Just Lose It del 2004 (tema discusso anche nel mio libro), un altro esempio di malcelato razzismo nella forma di una più palese performance “blackface” contemporanea.
Willa: L’espressione – “malcelato razzismo” descrive bene entrambi gli esempi. Personalmente non conoscevo questa clip sui “Jackson Five”, devo dire piuttosto avvilente. In particolare è inquietante la performance di Can You Feel It in blackface, giacché la canzone è un inno all’unità dei popoli, Joie ed io ne abbiamo discusso in un post lo scorso agosto. Ma è semplicemente scioccante – come ha sottolineato Harriet, l’implicazione: il problema è tuo, se lo trovi offensivo.
Ricordo che ci fu un sentimento simile riguardo al video di Eminem quando uscì – sembrava quasi sottintendere, amico, il problema è tuo se non hai il senso dell’umorismo. Fu trasmesso regolarmente da MTV, altrettanto sconvolgente è la parodia sui “Jackson Five” trasmessa in Australia. Ecco un link a Just Lose It di Eminem, anche se voglio avvertire i lettori che è davvero oltraggioso:

Just Lose It di Eminem

Lisha: A mio parere, il video di Eminem è offensivo che peggio non si può. Se gli americani stanno cercando di rivendicare la superiorità morale del loro politicamente corretto e di non tollerare letteralmente un “blacking up,” (“nero”), allora questo video rimette tutto in discussione. Harriet, ha detto che Eminem con la sua versione “hip hop Bianca”, continua la tradizione del minstrelsy, mentre la parodia di Michael Jackson “è in linea con le connotazioni dispregiative bianche di uomini neri del minstrelsy tradizionale.” Questo è un eufemismo, non credi?
Harriet: Ecco, Lisha, sì. Credo che dovremmo essere tutti più consapevoli, soprattutto Eminem, che ha costruito tutta la sua identità con la negoziazione di artisti neri. Il fatto che Eminem, non si è minimamente preoccupato di negare che c’era un problema con il video, è molto grave.
Willa: Sì è vero. Spero che artisti come Eminem, possano crescere al punto che un giorno provino vergogna di se stessi. Per fortuna questo genere di esecuzione o di riferimento palese ai Blackface è abbastanza raro, non è vero?
Harriet: Sì, è abbastanza raro per due motivi: il Blackface, innanzitutto è visto come una brutta pagina della storia americana, che si “vorrebbe dimenticare”, e in secondo luogo l’uso di truccarsi la faccia di nero divenne socialmente inaccettabile, e in alternativa furono costretti a renderla più “sottile” di prima.
Willa: Ma anche se è poco evidente, può avere ugualmente un forte impatto, dal modo in cui lo affronti nel tuo libro. In realtà, suggerisci che la tradizione blackface ha avuto una influenza pervasiva sulla nostra percezione delle differenze razziali, oggi ancora molto viva. Ad esempio, dici che per un secolo il blackface fu rappresentato su stereotipi razzisti: il nero violento, di una passione smodata, col desiderio intimo di avere la pelle bianca, di vestirsi come i bianchi – dell’alta società e questo era parte integrante di un’ironia caricaturale basata su figure del “negro dandy” e lo schiavo ignorante di Jim Crow.
Stereotipi che vediamo ancora. Soprattutto gli uomini neri sono ritratti troppo spesso violenti e sessualmente aggressivi, un pregiudizio che ha significative implicazioni legali e culturali. Questo può essere uno dei motivi che nel 1993, la polizia e il pubblico fu così ricettivo a credere alle accuse contro Michael Jackson, contrariamente a tutte le prove.
E i giornalisti bianchi spesso hanno accusato Michael Jackson, e ora Barack Obama, di essere “troppo bianco” o “non abbastanza nero”. In realtà, Michael Jackson e Barack Obama, secondo loro non si adattano alle idee stereotipate di ciò che significa essere nero – stereotipi che sono stati formati nel corso di decenni con i blackface minstrelsy, o quantomeno rafforzati.
Harriet: Sì, gli stereotipi personificati nei ruoli standard dei blackface minstrelsy, compresa l’idea del maschio nero dotato di una passione smodata, sono profondamente radicati nell’immaginario collettivo. Non credo che le accuse di Michael Jackson e la persecuzione dell’inappropriato (ad esempio “pericoloso” e “incontrollabile”) contestato comportamento sessuale fosse una coincidenza. Gli stereotipi razziali legati ai neri hanno le loro radici nel minstrelsy: nero come pazzo (mad), cattivo (bad) e pericoloso (dangerous) sono la versione odierna del più popolare ruolo blackface, Jim Crow, che era brutale, imprevedibile e inaffidabile – un diretto e semplice retaggio culturale.
Ci sono altri atteggiamenti dei Blackface minstrelsy che sopravvivono nella cultura popolare contemporanea, attraverso l’appropriazione della musica nera, la danza e la gestualità da parte dei bianchi, di solito senza il loro riconoscimento e in “whiteface”. Ma l’eredità sarà portata avanti in alternativa dal lavoro e la presentazione degli stessi artisti neri.
Willa: Ecco, fai notare nel tuo libro, che performance molto complesse sono – di artisti neri che presentano la loro competizione per un pubblico bianco. E hai sottolineato, che questo succede ancora oggi con la violenza, misoginia e iper-sessualità in molti pezzi di hip hop.
Harriet: Sì, gli artisti neri furono banditi dai ruoli dei blackface minstrel, fin dopo il periodo di massimo splendore (dopo la guerra civile). Quando infine ne fu permesso l’uso agli stessi neri, anche loro si truccavano la faccia e parodiavano gli stereotipi tradizionali: attori neri si esibivano “in apparenza” in atti di autoironia e indignazione.
Tuttavia, sembra che ci fosse molto di più di esso, gli attori neri parodiavano sì, se stessi, ma come dire “se questo è ciò che vuoi che io sia, allora è ciò che io sarò” portati agli estremi finora invisibili. Quindi, sembra che si esibissero, qualche volta o quasi sempre, smussando i costrutti razzisti tradizionali in un batter d’occhio, e mentre il pubblico nero ne era a conoscenza i bianchi erano inclini a non notarlo.
Willa: Questa è un concetto cruciale, e credo sia uno degli aspetti più intriganti del tuo libro. E Michael Jackson esprime il concetto, “se questo è ciò che volete che io sia allora questo è ciò che io sarò” in Is It Scary, per esempio, dove canta più volte, “diventerò/esattamente ciò che volete vedere.”.
Harriet: Giusto. Un altro esempio è l’immagine Wacko, in gran parte (almeno nei primi anni) creata dallo stesso Michael Jackson. Pazzo, cattivo, e pericoloso è quello che sempre ci “ha detto” essere di sé, nella sua musica e nella sua vita. Ecco, che se Michael Jackson come gli atti hip hop si considerano in questo contesto, tutto diventa chiaro.
Lisha: Sai Harriet, questo è incredibile se si pensa all’aspetto allegro, divertente, folle o l’immagine “Wacko”, che MJ stesso ha forse favorito (Bubbles e la camera iperbarica) e il fatto che due dei suoi album portano il titolo: Bad e Dangerous!
Willa: Lisha è un osservazione assolutamente strabiliante! Sai, cosa mi ricordano questi termini, la definizione che Lady Caroline Lamb nel 1812, fa di Lord Byron: “pazzo, cattivo e pericoloso da concedersi”. Byron come altri poeti del romanticismo coltivavano una reputazione di “cattivo ragazzo,” invitando il pubblico a immaginarli in quel modo, proprio come ha fatto in un certo senso Michael Jackson. Ma non avevo pensato di collegarli agli album Bad e Dangerous. È stupefacente!
Lisha: Harriet, nel tuo libro infine spieghi in dettaglio come Michael Jackson usa la maschera blackface (mi riferisco non tanto al senso letterale del termine blackface ma più alle caratteristiche di eccessivamente-sessualizzato, iper-criminalizzato) nella “Panther Dance” di Black or White, canzone per eccellenza, dove si parla in modo esplicito della razza.
Una pantera nera appena esce dallo studio si trasforma in Michael Jackson, al cancello c’è appesa una Fedora, poco distante un cono di luce simile all’allestimento della performance live di Billie Jean. Poi indossa il cappello fa alcuni passi e improvvisamente si trova sotto un “riflettore”, incarnando la sua razza, il suo genere e la sensualità. Ogni volta che guardo questa scena non posso fare a meno di collegarla al Blackface minstrelsy, a mio avviso è un preciso riferimento. Tuttavia si può anche percepire qualcosa di radicalmente diverso.
Harriet: Sì, Lisha. La “Panther Dance” in Black or White è un buon esempio, in cui Michael Jackson interpreta la figura del Blackface minstrelsy come “pazzo, cattivo e pericoloso.” Il suo atteggiamento è incontrollato, scaraventa i bidoni della spazzatura, distrugge i vetri delle finestre, e agisce secondo la natura animalesca di una pantera. Michael Jackson a noi (pubblico bianco e l’industria della musica) dà esattamente ciò che vogliamo in termini di nozioni create dai bianchi sulla mascolinità nera.
Tuttavia, c’è una differenza, perché è preceduta da una visione gioiosa di armonia razziale (il video principale trasmette il messaggio “non importa se sei nero o bianco”), la performance di un comportamento “pazzo, cattivo e pericoloso”, criticando fortemente le istituzioni politiche e sociali. È una vera critica pura e semplice, che lui fa parodiando la parodia.
Il fatto che Michael Jackson è stato accusato e costretto a rilasciare pubbliche scuse per il video, dimostra come il pubblico non è in grado di gestire la realtà di questo messaggio.
Willa: Sono d’accordo, e nel video “ufficiale” di Black or White di “Vevo” la controversa Panther Dance è ancora esclusa, ma è ovvio che non possiamo, più di due decenni dopo, contrastare un messaggio così potente.
L’analisi che fai di Black or White nel tuo libro, Harriet, è molto interessante, in particolare quando cogli gli elementi specifici della Panther Dance, che ci riporta alla tradizione dei blackface minstrelsy – per esempio, la posizione delle gambe divaricate mentre Michael danza sul tettino della macchina. Una tipica posa dei blackface, molto significativa in Black or White – una diretta protesta contro gli stereotipi razziali – in modo particolare al suo ambiente di lavoro. Questo mi ha colpito davvero, e penso che sia importante discutere alcuni di questi elementi concreti.
ImmagineQuindi, oltre al colore della pelle “blacking up” (“nero”), quali sono le altre caratteristiche significative dei blackface? Ci sono alcuni gesti o passi di danza o costumi ben riconoscibili che, ci riconducono subito alle tradizioni dei blackface minstrelsy?
Immagine4Harriet: Sì, Willa, ci sono alcuni gesti tradizionali dei “blackface”, che Michael Jackson incarna pienamente. I movimenti base della danza nella parodia dei Blackface (la danza è la parte centrale della performance, perché rafforza l’idea della fisicità del nero) li ritroviamo in gran parte nella danza di Michael Jackson: la postura degli arti ad angolo con le ginocchia piegate, le rotazioni, la posizione sulle punte dei piedi (sottolineando il tallone e la punta, che tradizionalmente erano rappresentati come enormi), i movimenti scorrevoli e la posa della crocifissione (originariamente semi inginocchiata con le braccia aperte un’immagine servile dell’individuo nero).
Immagine10Gli attori dei blackface minstrelsy – quando i neri furono accettati sul palco – indossavano spesso i guanti bianchi (resi poi famosi da Al Jolson nel film The Jazz Singer), abbinati ai pantaloni tagliati alla caviglia e un cappello a tesa larga.
Lisha: È assolutamente affascinante. In questo modo l’immagine di Michael Jackson assume una dimensione completamente diversa secondo me.
Willa: Concordo pienamente, anche se ho sempre pensato che Michael Jackson avesse scelto di indossare il guanto bianco, pantaloni alla caviglia e calzini bianchi per attirare l’attenzione sui movimenti dei piedi e delle mani durante la danza – e credo che in buona parte lo abbia fatto per questo motivo. Poi, Lisha ed io in un post di qualche settimana fa abbiamo tirato nella discussione Fred Astaire, come blackface in Bojangles of Harlem con i suoi giganteschi guanti bianchi, uno stereotipo, e le ghette bianche sopra le scarpe. Allora ho pensato che forse Michael Jackson ha rielaborato la tradizione blackface, come suggerisce Harriet.
Se consideriamo il guanto e le calze bianche in questa ottica, si capisce che in origine il costume è stato progettato per deridere i neri – il ricolo e il disprezzo era il fine – Michael Jackson ha recuperato questa tradizione adattandola a sé e reso elegante. Guardate come è bello al Motown 25! Indossa il costume di un artista blackface: “il guanto bianco… pantaloni alla caviglia e cappello a tesa larga”, proprio come ha descritto Harriet. Per interpretare l’incredibile trasformazione di questo costume basta utilizzare “la giusta chiave di lettura”.

Lisha: Strabiliante!
Willa: Sì, davvero – roba da capogiro! So che la performance al Motown 25 è stata vista da tutti un sacco di volte, ma ecco la clip e guardate quanto è bello ed elegante:

Motown 25

La trasformazione è incredibile. Michael si è ispirato all’arte del passato e ha scelto di riproporla in una chiave nuova.
Lisha: Fantastico! Considerando anche il fatto, che questo suo stile unico è stato ammirato e copiato in tutto il mondo.
Willa: E giustamente, egli ha completamente ridefinito il significato di questo costume e lo ha trasformato in qualcosa che molti artisti – tra cui i bianchi – possono solo agognare.
È altresì affascinante l’immagine della “crocifissione,” come la chiami tu, Harriet, un gesto di umiltà, supplica e “la consapevolezza del servilismo nero” – mi ricorda le braccia tese di Al Jolson in The Jazz Singer – soprattutto perché molti dei critici di Michael Jackson hanno interpretato il gesto al contrario, come un segno tangibile, che lui si considerava il Messia. Ma se lo analizziamo con la lente della tradizione dei blackface, l’’interpretazione è radicalmente diversa.

Harriet: Esatto! Quello che dici, Willa, è il fulcro del mio pensiero su Michael Jackson e il suo genio e, credo, che questa sia la strada giusta per cercare di capire.
Similmente alla tradizione dei Blackface Mask – nella negoziazione dell’identità razziale, sessuale e di genere – è stato incredibilmente intelligente Michael Jackson a far sì, che la sua persona fosse interpretata in più modi e tra di loro in modo contraddittorio. Questo è stato uno dei motivi principali legati alla sua enorme popolarità (lui poteva parlare o “cantare” nella sua individualità ed essere quello che gli altri volevano che fosse). Tuttavia, contemporaneamente, tutto questo ha favorito anche il suo declino, fornendo materiale per i suoi detrattori. La posizione della “crocifissione”: raffigura l’immagine del nero consapevole del proprio servilismo e simbolo di megalomania allo stesso tempo. Il pallore del suo volto, la sua “maschera”, simboleggia anche questo: i critici lo hanno interpretato un ripudio del colore della sua pelle, ma altro non era che una visione utopica di racelessness (non percepire differenza alcuna tra le razze) (“bianco” non caucasico, ma quasi incolore).
Gli artisti neri hanno di norma negato che, Michael Jackson avesse recuperato l’uso della maschera blackface. Insieme alle canzoni e al suo oratorio invito alla fratellanza, ha completamente cancellato essa. Nessun artista contemporaneo si è mai avvicinato a quello che ha fatto lui.
Michael Jackson ha implementato nella sua danza i passi dello spettacolo minstrel, ma questo è solo una minima parte, perché dietro c’è molto di più!!
Lisha: Questo è incredibile, perché appena si pensa di aver trovato la giusta chiave di lettura per catturare la profondità e l’immane lavoro di Michael Jackson, qualcosa come questo arriva e rimette tutto in discussione.
Harriet, nella danza di oggi si ritrovano tali movimenti e la gestualità? Willa ed io in una discussione abbiamo fatto un collegamento, Michael Jackson con Fred Astaire, cercando di analizzare come Astaire ha influenzato il lavoro di Michael Jackson. D’altra parte è raramente menzionato, che il lavoro di Astaire e l’intero genere musicale a Hollywood, è ispirato ai primi spettacoli minstrel e alle ballerine nere.
Harriet: Sì, gestualità tradizionale dei Blackface e movimenti sono riproposti nella danza, dal tip tap all’hip hop.
Fred Astaire e Gene Kelly si sono ispirati alla gestualità culturale dei neri e idee, ma non hanno mai formalmente riconosciuto questo, come qualsiasi produzione del musical hollywoodiano, dove agli attori neri era negata una qualsiasi parte. La storia del blackface minstrelsy si ripete: da un lato, c’è l’esclusione dell’auto-rappresentazione dei neri, e dall’altro ci sono i bianchi che si permettono il lusso di divertirsi con esso. Il fatto che Michael Jackson abbia dovuto lottare continuamente con la critica e la disapprovazione per la sua auto-espressione, dal suo colore della pelle ai suoi tratti somatici del viso fino alla sua frustrazione espressa con la danza in Black or White, ripercorre allo stesso modo questo processo doloroso.
Willa: Sono d’accordo. Mi stupisce che i critici bianchi si sentano ancora in diritto di definire cosa significa essere nero, e di cercare di imporre le loro definizioni. Questo a mio parere è l’essenza del messaggio dei blackface – i bianchi impongono sui neri gli stereotipi – in questo senso, la tradizione blackface è ancora molto viva.
Lisha: Ecco è così vero. A questo proposito vorrei citare la scena con i “guerrieri africani” in Black or White, particolarmente significativa sugli stereotipi creati dai bianchi, in cui Michael Jackson appare per la prima volta con il colore della pelle mai così “bianca” e luminosa. – I danzatori neri “africani” a differenza delle altre scene di danza etnica nel video – sono presentati ballerini tradizionali nelle loro autentiche danze – indossano costumi cinematografici e sono marcatamente truccati. La loro danza è più in stile Broadway/Hollywood e le loro facce sono coperte di bianco e decorate con segni tribali stilizzati.
5wiipeDi fatto la scena è una parodia di danzatori afro-americani in “whiting up” studiata appositamente per il film, dove presentano la loro cultura “africana” in funzione alle esigenze e alle aspettative di un pubblico prevalentemente bianco e per l’industria cinematografica bianca. Altrimenti potrebbero essere attori afro-americani in “whiting up” sempre per il film, e Michael Jackson stesso parte della “tribù” – il whiteface non è utilizzato come una parodia dei neri che assumono ruoli caucasici, ma come espressione della realtà dove gli artisti neri hanno adattato la loro “Africanità” per soddisfare la sensibilità dei bianchi. In questo modo, la scena ha molto in comune con la Panther Dance.
Willa: Questo è così interessante, Lisha. La tua osservazione è davvero illuminante, infatti subito dopo viene rivelato che tutto si svolge su un set di Hollywood, non in Africa. Questo mi ricorda qualcosa che disse James Brown in un’intervista del 1973 sul magazine Jet, che Charles Thomson ha consigliato di leggere:
So che posso fare delle interpretazioni. Tutti i neri possono farlo. L’unica ragione per cui oggi siamo ancora tollerati è perché (ci) dobbiamo comportarci in un certo modo per l’uomo bianco. Troppi artisti accettano ruoli nei film che li rappresentano, ma la verità è che loro rischiano di non recitare affatto.
Lisha ha detto che i danzatori “africani” in Black or White mettono in scena la “performance” della loro razza, di cui James Brown sta parlando, ed è anche una rielaborazione molto interessante della tradizione blackface, a diversi livelli.
Tuttavia, come fai notare nel tuo libro, Harriet, il minstrelsy blackface non era semplicemente una forma di intrattenimento per rappresentare gli stereotipi razziali e ridicolizzare uomini e donne di colore, ma fondamentalmente una fusione complessa di impulsi contraddittori (invidia e repulsione – ndt). Ad esempio, quando descrivi che i bianchi si sono appropriati di gesti e canti della cultura dei neri, dici che l’imitazione è basata sulla dialettica di “Love and Theft” (“Passione e Rapina”) – in sostanza, l’apprezzamento del fascino delle forme espressive nere era spinto dal desiderio di appropriarsene.
Lisha: “Love and Theft” va oltre il senso letterale del termine, perché molti bianchi hanno fatto la loro fortuna sfruttando la musica nera, e la proprietà intellettuale.
Willa: Sì è così, fin dal principio dei blackface poi con il jazz e rock, fino all’hip hop di adesso. E questa appropriazione culturale non solo ha prodotto rilevanti profitti per i bianchi, ma ha fatto dimenticare al grande pubblico i successi raggiunti dagli artisti neri. Joe Vogel parla di questo in “The Misunderstood Power of Michael Jackson’s Music”:
Il Re del Jazz, per i critici bianchi, non era Louis Armstrong, ma Paul Whiteman, il Re del Swing non era Duke Ellington, ma Benny Goodman, i Re del Rock non erano Chuck Berry o Little Richard, ma era Elvis Presley.
Sul piano psicologico, alla base della duplice motivazione “Love and Theft”, c’erano delle dinamiche molto complesse. Come fa notare, Harriet, lo scopo dei minstrelsy show era di ridicolizzare gli uomini neri, mentre per gli uomini bianchi era un modo di dare libero sfogo ai loro sentimenti segreti e di lavorare con una “invidia” nella forma sublimata, – infatti, Michael Jackson più volte ha lasciato intendere, che le critiche negative contro di lui sono state mosse dall’invidia.
Ad esempio, in una trattazione sulle “black wench”, uno stereotipo femminile dei bianchi sul palco del minstrel popolare, si scrive che il Minstrelsy “era allusivo, ambiguo e il pubblico era affascinato davanti al linguaggio del corpo maschile nero, e propenso all’identificazione interrazziale, ivi compresa l’invidia per il timore nascosto di un potere incomparabile.” E come fai notare, questo “presunto potere sessuale” era molto minaccioso “in un momento in cui la ‘virilità’ fisica era particolarmente importante per l’autostima bianca della classe operaia. “
Il blackface Minstrelsy ha certamente permesso agli uomini bianchi di diffondere stereotipi dolorosi su ciò che significava essere nero, ma era molto più complicato di così. Prima di tutto, perché gli stessi attori maschi bianchi e il pubblico, hanno sperimentato, cosa significava essere bianco e maschio.
Harriet: Esattamente, e da lì è diventato davvero complicato. Una recente documentazione sulla tradizione Blackface ha portato in primo piano l’aspetto “love”, che potrebbe essere incarnato. Queste ricerche sostengono che il minstrelsy, per gli uomini bianchi e donne era un modo di indulgere segretamente la realtà e stare vicino al nero in una società altrimenti proibito. Alcune teorie, sostengono che l’espressione “cross-racial”, sia in parte collegata allo stereotipo delle “wench”.
Qui, la cosa veramente importante, però, è capire che la maschera blackface aveva la capacità di essere intrinsecamente contraddittoria, e Michael Jackson ha soddisfatto queste aspettative.
Lisha: Questo escamotage di Michael Jackson nel suo lavoro è meraviglioso e geniale. E non posso fare a meno di pensare al film Ghosts, Harriet, e ad alcuni dei temi che affronta in esso.
Harriet: Ghosts ( un capitolo del mio libro è dedicato a questo film) è un capolavoro in sé per rovesciare le convinzioni, e la storia documenta le questioni legate alla razza, la danza, e il simbolismo di cui abbiamo già parlato.
La storia del film Ghosts – il “Maestro”, un personaggio sinistro interpretato da Michael Jackson è intimato dagli abitanti del villaggio a lasciare la città (che a sua volta hanno paura della danza e delle illusioni del Maestro e la sua “famiglia” di fantasmi) – incarna con il processo dell’interpretazione dell’attore e la danza coreografata su movimenti e gesti penetrati dal minstrel, “di dare agli altri ciò che vogliono vedere”: il razzismo discriminatorio “dell’Altro” o del “diverso”, tuttavia, in questo caso i temi principali su cui abbiamo appena discusso sono criticati con estrema esagerazione e scardinati.
Immagine5Ma, Ghosts comunque, drammatizza l’effetto autolesionistico che il razzismo ha avuto, e continua ad avere, sugli artisti neri. È presentato in una toccante scena verso la fine della storia. Dopo aver confermato che gli ospiti ancora insistono sul fatto che debba lasciare il luogo (nonostante siano stati “intrattenuti” da uno spettacolo mozzafiato con balli e canti), il maestro ammette la sconfitta e si arrende. Con l’aiuto di effetti speciali computerizzati, siamo testimoni di come il Maestro si dissolve. In una scena dolorosa, assistiamo alla scomparsa di Michael Jackson, mentre stringe i pugni si butta per terra e la sua faccia, il suo corpo diventano polvere sul pavimento, finché viene spazzato dal vento e di lui non rimane nulla.
Questo non è ciò che abbiamo visto anche nella vita reale di Michael Jackson? Il riferimento alla rappresentazione e la tradizione dei Blackface minstrelsy – la maschera blackface – è ciò che è stato devastante alla fine, e il mondo ha assistito passivamente.
Willa: Sì, l’autodistruzione del Maestro in Ghosts però, si rivela un’illusione – un atto destinato a provocare importanti cambiamenti nelle emozioni e la percezione degli abitanti del villaggio. Michael Jackson alimenta ancora una volta – secondo la tradizione blackface – il suo pubblico con gli stereotipi a cui crede, infine smaschera come questi stereotipi siano falsi.
Harriet: Ma certo. Di nuovo, Michael Jackson ritorna sulle nostre percezioni e le capovolge, ribalta la situazione. Tuttavia, a differenza del Maestro, Michael Jackson non aveva il potere e il genio nella vita “reale” di tornare dall’aldilà.
Lisha: O forse l’ha già fatto! Per molti nuovi fan, come me, le opere di Michael Jackson hanno improvvisamente iniziato a vivere nel 2009, quasi una sorta di resurrezione.
Willa: In Ghosts stesso succede questo. Dopo la morte del Maestro, ritorna nelle sembianze di un enorme colosso scioccante – un’opera d’arte vivente.
Immagine1Harriet: Interessante, non passò molto tempo nel giugno del 2009, quando sono sorte le voci, che non era affatto morto e la sua scomparsa era una bufala.
Lisha: Sì, una manciata di persone hanno detto questo, ma i media sono attenti a collegare tali cose ai fan di Michael Jackson. Ho letto alcuni messaggi che ritraggono i fan di Jackson come pazzi, cattivi e pericolosi – come dire, che se i fan di Michael Jackson si arrabbiano, la gente dovrebbe temere per la propria vita! È possibile che i media e il pubblico abbiano bisogno dei fan, per svolgere il proprio lavoro, ora che Michael Jackson non è più in vita?
Willa: È vero molti media sembrano determinati a ritrarre i fan di Jackson, Wacko, ma non avevo mai pensato in questi termini – di assumere il ruolo di un altro, che ha assunto una volta.
Harriet: O piuttosto è un ultimo disperato tentativo di controllare Michael Jackson. Voglio dire, se i suoi fan sono considerati isterici o pazzi, allora il suo successo, il genio – del suo lavoro culturale e razziale affine – può infiltrarsi e riscrivere la storia. In questo modo il processo centrale dei blackface minstrelsy rivive nuovamente, quindi il nero performante è modellato e usato per le esigenze altrui, e, utilizzato, come purtroppo è stato nel caso di Michael, nel migliore dei casi a scapito dell’individualità di questo artista, o nel peggiore dei casi a scapito della sua vita.
Lisha: Ho il brutto presentimento che potresti avere ragione su questo punto.
Willa: Hmmm. Non lo so – penso che abbia sovvertito quello in un modo importante, e riaffermato la sua individualità in modi che non comprendiamo ancora completamente. Io credo che abbia contestato le narrazioni culturali a lui iniettate, e ha riscritto, come ha ribadito l’importanza del costume dei blackface minstrelsy.
Forse non riesco ad esprimermi molto bene, ma quello che sto cercando di spiegare è che non vedo la sua vita tragica. È vero che la sua vita è stata funestata da brutte cose, ma lui ha reagito in modo incredibile e creativo. È come se un atleta promettente, ma paralizzato trascorresse il resto della sua vita sul divano ad immaginare cosa avrebbe potuto essere, questo è tragico. Ma se in qualche modo riesce a realizzare cose meravigliose nonostante la sua disabilità, allora non è tragico. È esattamente il contrario, e stimolante. Ecco come vedo Michael Jackson – gli sono capitate cose tragiche, ma lui ha risposto in un modo che continuamente mi ha stupito e ispirato.
Lisha: Questo è innegabile!
Willa: Ecco Harriet, ti vorrei fare l’ultima domanda. Il tuo libro è molto bello e sarei felice se tutti i fan di Michael Jackson potessero leggerlo, ma è piuttosto costoso – come spesso sono i libri accademici. Ho appena controllato su Amazon costa 90 $ per la copertina rigida, e l’edizione Kindle costa 70 $. Questo è piuttosto esoso. Penso che i libri accademici abbiano un prezzo così alto, perché in genere non vendono molte copie, e gli editori tengono il prezzo alto per coprire i loro costi, e perché pensano che la maggior parte delle copie saranno acquistate da biblioteche universitarie, dove molti lettori li potranno leggere. Ma temo che i fan non potranno accedere a una biblioteca universitaria, e chi non può permettersi di acquistarlo non lo leggerà. C’è un modo meno costoso per i fan di accedere al tuo libro?
Harriet: Il mio editore ha accettato di rilasciare un formato tascabile la prossima estate, se si vende bene. Nel frattempo, c’è uno sconto del 50 per cento per i fan. Basta andare http://www.ashgate.com/isbn/9781409455103 e usare questo codice promozionale al momento del checkout: A13IEC50. I fan possono vedere alcune parti del libro ed illustrazioni su http://www.facebook.com / michaeljacksonblackfacemask.
Willa: Ci sono delle splendide illustrazioni nel libro e sulla pagina di Facebook, tra cui le foto di Say Say Say. Michael Jackson sembra evocare la tradizione dei blackface minstrelsy, Joie ed io ne abbiamo parlato in un post lo scorso autunno. Indossa una sorta di variazione della maschera blackface, simile a un clown con le lacrime dipinte agli occhi. La maschera, in questo senso, assume più il significato di burlesco – di commedia – o triste e accorato – tragico, almeno a mio parere.
Immagine6Lisha: Beh, probabilmente non sorprenderà nessuno che le illustrazioni di Black or White sono le mie preferite, è oramai noto a tutti, che lo considero una delle migliori opere d’arte del XX secolo! Ci sono alcune illustrazioni davvero affascinanti dei primi  minstrel show – giustapposte ad alcune schermate della Panther Dance – di enorme valore per chiunque sia interessato a studiare seriamente il lavoro di Michael Jackson. Harriet, il tuo contributo al corpo già notevole di letteratura accademica su Michael Jackson, soprattutto per quanto riguarda Black or White, è molto significativo.
Willa: Sono d’accordo, spero che un giorno anche tu, Lisha pubblicherai la tua tesi. Abbiamo bisogno di ulteriori ricerche su Michael Jackson! Grazie infinite per il vostro lavoro, e di esservi unite qui con me per discuterne insieme. È stato affascinante.
FINE
http://dancingwiththeelephant.wordpress.com/2014/01/02/michael-jackson-and-the-blackface-mask/
Traduzione di Grazia28 per ONLYMICHAELJACKSON
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