Ricordando Michael Jackson: La Storia Dietro la ‘Grande Opera’ – By Joe Vogel


 Pubblicato: 24 giugno 2011
Prima di “Al Gore’s An Inconvenient Truth”, prima di “Avatar” e “Wall-E”, prima che “going green” si trasformasse in uno slogan, è arrivata la canzone “Earth Song” di Michael Jackson, una delle più insolite e più audaci canzoni di protesta nella storia della musica popolare. Un enorme successo a livello mondiale (raggiungendo la posizione numero #1 in oltre quindici paesi), mentre non è stata pubblicata come singolo negli Stati Uniti. Eppure, quasi sedici anni più tardi, i suoi ammiratori continuano a crescere. L’appello disperato della canzone a favore del pianeta e dei suoi abitanti (soprattutto i più vulnerabili) rimane rilevante e importante quanto mai.
“Earth Song” stava particolarmente a cuore a Jackson, che giustamente considerò uno dei suoi più grandi conseguimenti artistici. Aveva progettato di interpretarla nel momento clou della sua sfortunata serie di concerti a Londra, “This Is It”. E’ stata l’ultima canzone che ha provato prima di morire.
Il brano che segue è estratto dal libro di 50 pagine intitolato “Earth Song: Inside Michael Jackson’s Magnum Opus”, che dettaglia l’evoluzione del brano dalla sua creazione a Vienna alla sua ultima performance live di Jackson a Monaco di Baviera:
“Michael Jackson era nella sua stanza d’albergo da solo, meditando. E nel bel mezzo della seconda tappa del suo Bad World Tour, un estenuante, spettacolo di 123 spettacolari concerti, durato quasi due anni. Il tour sarebbe diventato il più grande campione d’incassi e la serie di concerti più frequentati nella storia.
Pochi giorni prima, Jackson si era esibito a Roma, presso lo stadio Flaminio per un estatico sold-out di oltre 30.000 persone. Nel suo tempo libero, ha visitato la Cappella Sistina e la Basilica di San Pietro in Vaticano con il leggendario Quincy Jones e il compositore Leonard Bernstein. Più tardi, raggiunse Firenze, dove Jackson è stato ai piedi del David, la magistrale scultura di Michelangelo, guardandolo con stupore.
Ora lui era a Vienna, in Austria, la capitale musicale del mondo occidentale. E’ qui che la brillante Sinfonia n. 25 e il Requiem inquietante di Mozart sono stati composti; dove Beethoven ha studiato con Haydn e ha suonato la sua prima sinfonia. Ed è qui, all’Hotel Marriott di Vienna, il 1° giugno 1988, che la Grande Opera di Michael Jackson, “Earth Song”, è nata.
Il pezzo di sei minuti e mezzo che si è attuato nel corso dei prossimi sette anni era dissimile da qualsiasi cosa ascoltata prima nella musica popolare. Gli inni e le canzoni sociali di protesta lungamente avevano fatto parte di un solido patrimonio culturale. Ma nessuno somigliava a questo. “Earth Song” è stata qualcosa di più epico, drammatico e primordiale. Le sue radici sono più profonde, la sua visione è stata più lungimirante. Era un lamento strappato dalle pagine di Giobbe e Geremia, una profezia apocalittica che ricorda le opere di Blake, Yeats ed Eliot.
Esprime musicalmente quello che l’abile protesta estetica di Picasso, ha trasportato nell’arte di Guernica. Nell’ambito delle sue scene vorticose di distruzione e sofferenza ci sono voci, grida – pianti, suppliche, urlando di essere ascoltato (“Che ne è di noi?”).
“Earth Song” sarebbe diventata l’antifona ambientale di maggior successo mai registrata nella storia, arrivando ai vertici delle classifiche in oltre quindici paesi e vendendo oltre cinque milioni di copie. Tuttavia i critici non sapevano bene cosa farne. La sua straordinaria fusione di lirica, rock, gospel e blues, suonava come nessun’altra alla radio. Ha sfidato quasi ogni aspettativa di una canzone tradizionale. Al posto del nazionalismo, ha previsto un mondo senza divisioni o gerarchia. Al posto di dogmi religiosi o di umanesimo, desiderava ardentemente una più ampia visione di equilibrio ecologico e di armonia. Al posto di una propaganda semplicistica per una causa, è stata una vera espressione artistica innovativa. Invece di un coro fragoroso, che potrebbe essere fissato su una T-shirt o cartellone pubblicitario, ha offerto un grido universale senza parole.
Jackson ricorda il momento preciso in cui la melodia è venuta.
Era la sua seconda notte a Vienna. Fuori del suo albergo, oltre Ring Strasse Boulevard e la tentacolare Stadtpark, poteva vedere i musei maestosamente illuminati, le cattedrali e i teatri d’opera. Era in un mondo di cultura e di privilegio, lontano dalla sua casa d’infanzia a Gary, Indiana. Jackson soggiornava in una serie di attigue suite spaziose con grandi finestre e una vista mozzafiato. Eppure, nonostante l’opulenza circostante, mentalmente ed emotivamente era da qualche altra parte. Non era mera solitudine (anche se sicuramente si sentiva così). Era qualcosa di più profondo – una disperazione opprimente sulla condizione del mondo.
Forse la caratteristica più comune associata a una celebrità è il narcisismo. Nel 1988, Jackson certamente avrebbe avuto motivo di essere egocentrico. Era la persona più famosa del pianeta. Ovunque ha viaggiato, ha creato isterismo di massa. Il giorno dopo al suo concerto sold-out allo Stadio Prater di Vienna, un articolo AP recitava, “130 fan sono svenuti al concerto di Jackson “. Se i Beatles erano più popolari di Gesù, come John Lennon, una volta ha affermato, Jackson aveva battuto l’intera Santa Trinità.
Michael Jackson si esibisce a Vienna, in Austria il 2 giugno 1988, il giorno dopo la creazione di “Earth Song”.
Mentre Jackson, per certi aspetti, godeva dell’attenzione ricevuta, ha sentito anche una profonda responsabilità di usare la sua celebrità, più della fama e della fortuna (nel 2000, Il Libro del Guinness dei Primati lo ha citato come la pop star più filantropica nella storia). “Quando hai visto le cose che ho osservato e viaggiato in tutto il mondo, non sarebbe stato onesto con me stesso e verso il mondo [distogliere lo sguardo]”, ha spiegato Jackson.
A quasi ogni tappa del suo Bad World Tour, avrebbe visitato orfanotrofi e ospedali. Solo pochi giorni prima, durante il soggiorno a Roma, si fermò all’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù, distribuendo regali, scattando foto e firmando autografi. Prima di partire, ha promesso una donazione di oltre 100.000 dollari.
Mentre si esibiva o aiutava i bambini, si sentiva forte e felice, ma quando tornava nella sua camera d’albergo, a volte era sopraffatto da una combinazione d’ansia, tristezza e disperazione. Jackson è sempre stato sensibile alla sofferenza e alle ingiustizie. Ma negli ultimi anni, il suo senso di responsabilità morale è cresciuto. La sua naturale curiosità e la mente fertile gli ha permesso di ignorare lo stereotipo della sua ingenuità. Pur non essendo un assiduo della sfera politica (Jackson senza dubbio ha preferito il regno dell’arte alla politica), lui comunque non era ignaro del mondo che lo circondava. Ha letto molto, guardato film, parlato con esperti, e si è occupato dei problemi con passione. Era profondamente coinvolto nel tentativo di capire e cambiare il mondo.
Nel 1988, certamente aveva un buon motivo di preoccuparsi. Le notizie si leggevano come i capitoli delle antiche sacre scritture: ci furono ondate di calore e siccità, grandi incendi e forti terremoti, genocidi e carestie. La violenza s’intensificò in Terra Santa mentre le foreste in Amazzonia erano devastate, e poi l’immondizia, petrolio e liquami cosparsi sulle coste. Nel 1988 il magazine “Time”, dedica la sua storica copertina alla “terra in via d’estinzione”, invece di celebrare il personaggio dell’anno. Improvvisamente, si è scoperto che molti stavano letteralmente distruggendo la nostra casa.
La maggior parte delle persone legge con indifferenza o guarda le notizie passivamente. Essi diventano insensibili alle immagini e ai fatti sconvolgenti, proiettati sullo schermo. Eppure tali storie spesso hanno toccato Jackson fino alle lacrime. Le ha interiorizzate e sentiva il dolore fisico. Quando la gente gli ha biasimato di godere semplicemente della sua fortuna, si è arrabbiato. Lui credeva completamente nella filosofia di John Donne che “nessun uomo è un’isola”. Per Jackson, l’idea si è estesa a tutta la vita. L’intero pianeta era collegato e intrinsecamente prezioso.
“[Per la persona media]”, ha spiegato, di “vedere i problemi ‘là fuori’ da risolvere … Ma non ritengo in quel modo – questi problemi non sono ‘là fuori,’ realmente. Io li sento dentro di me. Un bambino che piange in Etiopia, un gabbiano che lotta pateticamente in una chiazza di petrolio … un soldato adolescente che trema di terrore quando sente gli aerei che sorvolano: Queste cose non stanno forse accadendo anche in me quando vedo e sento parlare di loro? “
Una volta, durante una prova di danza, ha dovuto fermarsi perché l’immagine di un delfino intrappolato in una rete l’ha emotivamente turbato. “Dal modo in cui il corpo dell’animale era aggrovigliato nelle corde”, ha spiegato che, “si poteva leggere tanta agonia. I suoi occhi erano vuoti, eppure c’era ancora quel sorriso, che quei delfini non perdono mai … Così, io ero là, nel bel mezzo della prova, e ho pensato che: ‘Stanno uccidendo una danza’”.
Quando Jackson si esibiva, poteva sentire queste ondate turbolente d’emozioni che lo attraversavano improvvisamente. Con la sua danza e il suo canto, ha cercato di trasfondere la sofferenza, dargli espressione, significato e forza. Era liberatorio. Per un breve istante, avrebbe potuto condurre il suo pubblico in un mondo alternativo d’armonia e d’estasi. Ma inevitabilmente, veniva gettato di nuovo nel “mondo reale” di paura e alienazione.
Gran parte di questo dolore e disperazione fluiva dentro Jackson mentre stava nella sua stanza d’albergo, meditando.
Poi, improvvisamente, “cadde nel [suo] grembo”: Earth Song. Una canzone dalla sua prospettiva, la sua voce. Un lamento e una supplica.
Il coro arrivò per primo – un grido muto. Afferrò il suo apparecchio audio e attuò la registrazione. Aaaaaaaaah Oooooooooh.
Gli accordi erano semplici ma poderosi: Da un “la” bemolle minore a una triade di “do” diesis; da un “la” bemolle con settima minore a una triade di “do” diesis; poi modulando a salire, da un “si” bemolle minore a una triade di “mi” bemolle. Questo è tutto! Pensò Jackson. Poi ha affinato l’introduzione e alcuni dei versi. Visualizzò tutto nella sua testa e poi creò quella che sarebbe diventata la più grande canzone che abbia mai composto … “
Copyright © 2011 Joseph Vogel
Fonte http://www.huffingtonpost.com/joe-vogel/michael-jackson-earth-song_b_882740.html

Traduzione di Grazia28 per ONLYMICHAELJACKSON

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One thought on “Ricordando Michael Jackson: La Storia Dietro la ‘Grande Opera’ – By Joe Vogel

  1. “Jackson intende toccare il senso di responsabilità di ciascuno. Egli vuole dare speranza non pietà, anche se egli esprime rabbia. Il volto pallido di Jackson (graziosamente antropomorfo in Scream, stranamente spettrale in YANA), qui è ombreggiato da fuoco e fulmini. Le sue smorfie sono rigidi artfici di rimorso, paura, rabbia e determinazione. Sta facendo qualcosa di quasi miracoloso-drammatizzare l’ arroganza con lo scopo di illuminare e migliorare la vita degli altri. ……….. la sua posizione, tenendosi sui rami degli alberi, mentre sono squassati dai venti del destino, non è sacrificale, non è una crocifissione: è una presa di posizione. Michael sta puntando le sue convinzioni verso dove e come viviamo. Questo è diverso dal riavvolgimento astratto della natura nel video di Enigma Il Ritorno All’Innocenza Di Julien Temple. … dove le stagioni rotolano all’indietro e l’uomo torna a all’infanzia. Jackson torna, non per ritirarsi, ma per andare avanti”.

    da “Earth Song Moves Music Video Mountains”, Armond White.

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