ANALISI DELLE SCENE DEL VIDEO DI “BILLIE JEAN” – Parte 3 – BY Willa & Joie


Con questa terza parte si conclude la discussione di Willa e Nina Fonoroff sul video di “Billie Jean”. Un ringraziamento speciale alle autrici per averci offerto questo magico viaggio nell’arte di Michael Jackson.
Buona lettura
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Billie Jean handwritten lyrics
Willa: Alcuni mesi fa ho avuto il piacere di avere qui Nina Fonoroff, docente di cinema e regista indipendente. Grazie al suo supporto abbiamo fatto un primo post sul video di Billie Jean e discusso di come questo lavoro di Michael Jackson è stato influenzato da un film di Fred Astaire “The Band Wagon” e più in generale dal genere noir. Alcune settimane dopo, sempre con Nina, un secondo post è stato realizzato sul segmento centrale di Billie Jean, da cui sono emersi affascinanti collegamenti visivi con Il mago di Oz e The Wiz. Oggi siamo di nuovo qui per concludere l’analisi di Billie Jean e svelare possibili allusioni visive della parte finale del film.
Grazie infinite per essere qui, Nina!
Nina: Grazie, Willa! Spero di svelare qualcosa di nuovo sul “caso” di Billie Jean (il film).
Willa: Oh, non ho alcun dubbio a riguardo!
Nel nostro ultimo incontro abbiamo discusso della sequenza di danza di Michael Jackson in Billie Jean, con il lungo marciapiede grigio che si estende dietro di lui fino all’oscura “Mauve City” sullo sfondo. Come hai descritto molto bene, rappresenta l’antitesi della luccicante “Emerald City” che vediamo alla fine di Yellow Brick Road ne Il Mago di Oz e The Wiz. Sarebbe interessante approfondire l’argomento, in particolare il ruolo che hanno questi paesaggi visivi in un film.
Questo è ciò che è emerso nella nostra ultima discussione. La sequenza di danza sullo sfondo della “Mauve City” inizia a circa il minuto 1:50 e continua fino al minuto 3:25, ma già al minuto 2:45 sono anticipate alcune scene della parte finale del film. In primo luogo c’è uno stacco sulla camera da letto di Billie Jean – mai vista prima – seguito da una sorta di immagini istantanee in sequenza veloce della sua stanza. Sono delle strane inquadrature, che potrebbe scattare un paparazzo o un intruso.
Poi appare il detective in strada – raccoglie un panno tigrato. Lo stesso panno che Michael Jackson-personaggio ha tirato fuori dalla tasca per lucidare la sua scarpa. E come abbiamo già detto è un elemento presente anche in The Band Wagon, no?
immagine1 Nina: Sì, sembra un esplicito omaggio al musical The Band Wagon, in particolare al numero “Girl Hunt Ballet”, di cui abbiamo parlato prima. In questa rottura scenica temporale, Fred Astaire, nella storia del film interpreta un personaggio di nome Tony Hunter, il protagonista di questa sequenza inizia il suo racconto:
La città dorme. I negozi sono chiusi. I topi, i truffatori e gli assassini sono nelle loro tane. Detesto gli assassini. Il mio nome è Rod Riley e faccio il detective. Da qualche parte, qualcuno in una camera ammobiliata sta suonando la sua tromba. È un suono malinconico che mi fa venire un brivido lungo la schiena. Ho appena finito un caso difficile, e non vedo l’ora di andare a dormire ….
Qui ci sono tutti i caratteri classici del genere noir: le immagini, i suoni, la musica, i sentimenti di cui Astaire-personaggio parla (solitudine, il desiderio di vendetta – “l’odio assassino”) e il suo atteggiamento di nonchalance come egli accende la sigaretta. Nella scena a seguire arriva un altro uomo in trench e cappello. La macchina da presa lo inquadra dal basso, come compare da una fitta nebbia e si dirige verso Riley. Raccoglie una bottiglia dalla strada e dopo averla osservata il misterioso uomo scompare, letteralmente, in un lampo di fuoco e fumo. E Riley dice,
Non c’è più nulla di quell’uomo! Niente di niente – solo un osso, uno straccio, una ciocca di capelli. L’uomo ha cercato di dirmi qualcosa. Ma cosa?
Il detective pronto a risolvere questo strano avvenimento dovrà indagare su l’uomo scomparso, ma sarà anche soggiogato da una femme fatale (interpretata da Cyd Charisse), che funge inoltre da sventurata vittima che Riley vuole proteggere fino a quando lei lo tradisce. Il numero “Girl Hunt Ballet” è una parodia-omaggio ai film di genere noir al suo culmine negli anni Cinquanta.
E anche in Billie Jean, ci sono molti degli stessi elementi: personaggi enigmatici, misteri, indizi, inseguimenti, inganni e capovolgimenti. Caratteristiche, che seppur in modo velato sono presenti nella storia, il testo, i suoni, e le varie immagini del cortometraggio nel suo complesso – come molte delle nostre risposte, che guardiamo e ascoltiamo.
In primo luogo, ci sono vari inseguimenti in Billie Jean. Il detective che insegue la sua preda elusiva, un uomo che scompare, Michael – benché Michael non sia un “assassino”.
Di fatto, Michael è sia il narratore della storia, che la star dello spettacolo. Con il suo modo di comportarsi, il testo della canzone, la storia e l’ambientazione di Billie Jean (canzone e film), Michael è alla ricerca di sé. Lui deve riflettere sul perché ha fatto le cose così e un tale rimorso. Uno dei suoi obiettivi potrebbe essere quello di arrivare alla conoscenza di sé – che secondo me è il senso della canzone.
Infine, c’è la nostra perplessità, che dobbiamo sciogliere con gli indizi sparsi dallo stesso Michael Jackson – come l’oggetto della nostra ricerca, il nostro enigma e il nostro idolo – che ha lasciato dietro. Non stiamo sempre “appresso” all’uomo nella nostra ricerca per ciò che sta “cercando di dirci”? Come fan, siamo diventati noi stessi dei detective.
Willa: È un approccio interessante di analizzare le cose, Nina. Ogni mistero sembra stratificato uno dentro l’altro. Nel senso che, se il detective privato – è quello che pensiamo sia – in realtà non sembra tanto interessato a ciò che è accaduto o se il personaggio principale è colpevole o no. Vuole solo “catturarlo” in una fotografia per compromettere la sua posizione. Questo è l’obiettivo del suo lavoro.
Da qui per noi, il pubblico, deriva un effetto di senso di vicinanza. Ci preoccupiamo per il personaggio principale e vogliamo sapere cosa è successo e perché, cercando di mettere insieme “gli indizi sparsi” dappertutto, come dici tu. E appena cerchiamo di costruire una storia che abbia un senso indossiamo i panni del “detective”.
E poi c’è il protagonista stesso, che genera un effetto di senso di soggettivazione – la storia di Billie Jean è raccontata sotto forma di monologo interiore. È come se evocasse in modo ossessivo la stessa storia più e più volte nella sua mente, come le persone tendono a fare dopo un evento traumatico. Infatti la linea “Billie Jean non è la mia amante” o “Il bambino non è mio figlio” viene ripetuta più e più volte, quasi stesse cercando di convincersi che dopotutto non ha nessuna colpa. E anche se non ha nessun obbligo legale di provvedere al bambino, potrebbe esserci un legame sentimentale con esso  “i suoi occhi erano come i miei” e lui lavora mentalmente ricordando la storia di Billie Jean più e più volte.
Nina: Hai ragione, Willa. C’è una dichiarazione molto forte che nega qualsiasi rapporto con questa donna e il bambino attraverso la ripetizione del coro, il tema principale della canzone.
Nell’ultima parte del film, si sente l’interruzione strumentale con il chiaro riff di chitarra, mentre il film stacca in un altro luogo. Il grande cartellone pubblicitario sul lungo marciapiede non c’è più.  Ora siamo in un cortile chiuso, dall’aspetto claustrofobico, tra degli edifici in mattoni fatiscenti, mentre Michael sale una scala.
Willa: Questo riflette abbastanza bene il suo stato psicologico del momento.
Nina: Esatto, Willa. Il testo in particolare, dà una buona idea del modo in cui è stato intrappolato o incastrato – in apparenza senza una via d’uscita – da “idee e piani” che non sono di sua inventiva.
Una finestra in primo piano inquadra una vicina di casa – una donna seduta a un tavolo accanto alla finestra dell’edificio adiacente, con un telefono rosso di fianco a lei. Si susseguono veloci fotogrammi, Michael fa delle giravolte in questo ristretto spazio. Il suoi “heeeeess”, che interrompono ogni tanto il riff di chitarra sono sincronizzati con le sue giravolte.
Willa: Oh, hai ragione! Non me ne ero mai accorta.
Nina: Non so se fa parte dello sviluppo del progetto o è stato creato durante la fase di montaggio, ma quel tipo di sincronia mi ricorda il rumore dei passi di Michael sulle mattonelle illuminate del marciapiede che sono sincronizzati al ritmo della canzone. Si tratta di una tecnica di montaggio molto efficace per il linguaggio cinematografico.
E la scena della donna nella finestra, inquadrata dall’esterno, mi ricorda il film di Alfred Hitchcock, “La finestra sul cortile” del 1955. Qui ci sono due locandine del film:
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Ne “La finestra sul cortile”, L. B. “Jeff” Jeffries (James Stewart) è un fotoreporter temporaneamente invalido su una sedia a rotelle con una gamba ingessata, a causa di un incidente nel suo ultimo incarico. Per ingannare il tempo e distrarsi dalla noia, scruta dalla finestra del suo appartamento la vita dei suoi vicini. La grande finestra che dà sul cortile – ha la funzione, per lui, di una sorta di schermo cinematografico. Ecco il suo punto di vista di una coppia di sposini e la vista del cortile al crepuscolo:
immagine15Willa: Interessante! L’immagine del cortile, in particolare, ricorda molto Billie Jean, no? Rappresenta la stessa situazione senza via di uscita come Michael Jackson inizia a salire le scale per andare nella casa di Billie Jean. Ecco qui uno screenshot della scena – appena descritta – della donna con il telefono rosso visto attraverso la finestra – la donna che poi chiama la polizia:
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Che potrebbe essere benissimo un fotogramma ne “La finestra sul cortile”, non credi?
Nina: Sì, entrambi evocano un’atmosfera molto simile e un senso di mistero – anche se questa finestra è molto più vicino a noi rispetto ai dirimpettai ne “La finestra sul cortile”, che sono visibili da Jeffries dall’altra parte del cortile, a circa 30 m di distanza.
Willa: Sì, c’è un forte senso di intimità in Billie Jean, e tale sensazione si percepisce anche negli spazi urbani, da sembrare un percorso psicologico – possiamo seguire sia le azioni sia il pensiero del protagonista.
Nina: Sì, Willa. Per dire una cosa, la storia è tratta dai suoi ricordi, è chiaro, no? La nostra soggettivazione con il protagonista è generata dal fatto che l’attore protagonista è anche il narratore e molti e continui sono i primi piani sullo sguardo, quindi condividiamo emotivamente il dramma della sua vita a livello di narrazione e d’intensità emozionale, e come Michael Jackson prende l’intero scenario con la stessa energia di una star “senza alcun bisogno di presentazione,” possiamo partecipare a livello emozionale affettivo, nonostante la situazione di vita di questo personaggio non sia paragonabile alla nostra.
Willa: Sì, certo.
Nina: Ma il gesto di Michael rivolto alla donna dall’altra parte della finestra, con il telefono rosso, il ventilatore da tavolo, e una specie di cuffia per la doccia in testa, mi dà un senso di disagio. È come se il diritto alla privacy fosse stato violato. In una grande città ogni persona e vicino di casa per tutelare la propria dignità –  adotta un semplice atteggiamento di disconoscersi l’uno con l’altro. Michael con questo gesto di “shush” rivolto ad una sconosciuta nel suo appartamento, ci porta in una sfera diversa in cui la discrezione e la complicità va oltre l’anonimato e l’invisibilità. Egli chiede di non “tradirlo” o rivelare la sua presenza. Secondo alcune convenzioni sociali ormai consolidate, tra gli abitanti di una città sovraffollata c’è un tacito accordo per avere l’illusione di mantenere la propria privacy. Quando qualcuno passa davanti a una finestra aperta sulla strada, per esempio, non deve sbirciare. Anche se intravede una persona “sfilare in giro nuda” (come si dice), o un amplesso amoroso, deve continuare a camminare e far finta di nulla. (Anche di fronte a un crimine violento che si sta consumando in un appartamento, molte persone preferiscono tenersi fuori dai guai e passare davanti come se nulla fosse accaduto.)
immagine2L’interferenza nella sfera personale e la violazione della privacy avviene sempre, sfuggendo al controllo di chiunque. Si può verificare anche se si decide di vivere sotto una campana di vetro con una continua e iper–protezione quotidiana, mentre allo stesso tempo dobbiamo convivere con l’anonimato che una grande città spesso impone, trovando quella cercata sicurezza, ma al tempo stesso è negata la fama e la notorietà tanto desiderata! Queste condizioni tra loro opposte, credo, fossero parte della vita di Michael Jackson. E in Billie Jean e ne “La finestra sul cortile” la linea di demarcazione tra pubblico e vita privata è invisibile.
Willa: Ottima osservazione, Nina. Come è vero che quel sottile confine tra la vita pubblica e vita privata per Michael Jackson è stato un problema – lui ha costantemente provato a bilanciare affrontando lo strano compromesso di isolamento volontario e l’esposizione mediatica dovuta alla fama. È interessante vedere come il confine tra pubblico e privato è violato e rivisto in entrambi questi film.
Nina: Sì, inoltre è anche significativo che per la messa in scena di queste due storie sia stato necessario un ambiente chiuso e interno: entrambi i film sono stati girati su un set cinematografico (un ambiente chiuso e interamente costruito) e non in una location.
Jeffries immobilizzato a casa è irresistibilmente attratto dalle azioni dei suoi dirimpettai che vede dalla finestra. Stuzzicato dalla morbosa curiosità tiene sotto controllo la vita dei vicini, immagina storie e crea soprannomi su di loro. Prima con l’ausilio di un binocolo, e poi con un potente teleobiettivo della sua macchina fotografica, che usa per il suo lavoro professionale, interviene sulla realtà osservata, mentre l’occhio indiscreto scruta nelle finestre aperte. Egli diventa allora un investigatore dilettante: i suoi protesici “occhi” gli permettono di scoprire un probabile omicidio mentre osserva nell’oscurità senza essere visto, le finestre di tutto il cortile. I seguenti screenshot ci mostrano Jeffries e gli strumenti di lavoro:
immagine14E poi il controcampo ci mostra il punto di vista del protagonista, come ad esempio questa immagine di Mr. e Mrs. Thorward,  Mr. Thorwald è il probabile assassino e una vicina di casa che si chiama “Miss Lonelyhearts”:
immagine16Willa: Le immagini si ricollegano di nuovo a Billie Jean. Ad esempio, in queste ultime sequenze filmiche, si può vedere il muro di mattoni, l’oscurità esterna che contrasta con l’ambiente interno ben illuminato, così che, ciò che sta dentro è più visibile di ciò che è al di fuori – come l’appartamento della donna con il telefono rosso in Billie Jean. A malapena riusciamo a distinguere i cespugli, il pluviale, e la ringhiera in ferro esterna, ma è ben chiaro ogni particolare di “Miss Lonelyhearts” intenta a preparare una romantica tavola per due.
Quindi, in un certo senso, Jeffries assume la nostra stessa posizione per “rendere in stile narrativo” le immagini che vediamo in Billie Jean e definire una storia. Ma d’altro canto è più simile al personaggio del detective. Lui è un fotografo e si intromette nella vita privata di altre persone a loro insaputa – come il detective in Billie Jean.
Nina: Sì, e Jeffries si abbandona a quella pulsione ossessiva di osservare. Quello che ha in mente appare immorale e le persone che fanno parte della sua vita, disapprovano la sua illecita curiosità ossessiva di spiare i vicini di casa (compresa la sua fidanzata, che ad un certo punto gli dice il suo comportamento è da “malato”). Come si vede, però, è giustificato alla fine, dal momento che il suo indagare indiscreto è stato determinante per smascherare un atto criminale.
Willa: Vuoi dire che il suo comportamento è stato ritenuto lecito perché “spiando” ha permesso di consegnare un assassino alla giustizia?
Nina: Beh … Sì, lui inizia a “spiare” per tentare di distrarsi dalla noia, e ingannare il tempo. Poi si accorge che un vicino dall’altra parte del cortile si comporta in modo misterioso. Non vorrei svelare troppo, perché tutti dovrebbero vedere questo film! È un classico del genere “thriller”, uno dei massimi capolavori di Hitchcock.
Willa: Hm… stai davvero facendomi venire la voglia di guardare di nuovo questo film, Nina. Anche se sinceramente, l’ho visto quando ero un adolescente (circa 40 anni fa!), e alcuni particolari della storia mi sfuggono. Ricordo delle opinoni contrastanti tra Jimmy Stewart-personaggio, e Grace Kelly- personaggio circa la sua curiosità ossessiva di osservare.
Nina: Critici cinematografici e studiosi hanno fatto un’analisi approfondita de “La finestra sul cortile”, perché illustra perfettamente il processo di identificazione dello spettatore con Jeffries, durante la visione del film al cinema. Il fotoreporter è immobilizzato su una sedia a rotelle, come lo spettatore nella sua poltrona, e sta sbirciando in un mondo che si visualizza davanti a lui, guardando uno schermo in cui emergono i momenti intimi di ciascun personaggio: aspetti che presumibilmente non dovrebbe vedere. Senza dubbio, dovrebbe provare un certo senso di imbarazzo da questo “illecito piacere”, ma, naturalmente, fa parte del fascino dello spettacolo cinematografico. Non c’è motivo di rinunciare a questo privilegio di vedere quello che sta succedendo attraverso una telecamera onnisciente. Una cosa del genere non capita mai nella vita reale!
E quindi sì, ogni volta che vediamo un film ci trasformiamo in dei ‘guardoni’, come L.B. Jeffries scrutando dalla finestra, come se fosse lo “schermo” di un cinema, un voyeur classico ne “La finestra sul cortile”.
Willa: Oh, interessante! E, anche in Billie Jean è protagonista in entrambe i livelli. Nel film ci sono molte scene di voyeurismo, come hai detto (il detective con la sua macchina fotografica, ovviamente, ma anche il protagonista stesso quando guarda il mendicante, o guarda la donna con il telefono rosso, o guarda Billie Jean distesa nel suo letto), e fuori del film, il pubblico guarda il video e mette insieme gli indizi per costruire una storia.
Nina: Sì, Willa. Eppure, forse perché Billie Jean è un video musicale o perché è un film breve (come video musicali tendono ad essere), o perché si tratta di Michael Jackson, ma la figura di voyeur del personaggio principale appare meno inquietante, poiché guarda le cose senza l’ausilio del binocolo, una macchina fotografica, o (di solito) una finestra. I personaggi, infatti, possono ricambiare il suo sguardo.
Nonostante ciò il modo di raccontare una storia e rivelare informazioni di Billie Jean è elusivo come Michael Jackson stesso può essere a volte! C’è l’allusione e implicazione, piuttosto che la rivelazione dei fatti.
Se nella maggior parte dei film noir la “soluzione” del mistero è svelata al momento opportuno, in Billie Jean (come nella vita di Michael Jackson), benché nuove rivelazioni siano annunciate, e noi aspettiamo con impazienza la “soluzione” di un enigma o mistero, la risposta non arriva mai.
Ma alla fine, mentre guardiamo Billie Jean – Michael Jackson esercita su di noi un senso di fascinazione di cui solo le leggende sono ammantate – siamo (o, parlo a titolo personale qui, io) sono di nuovo rimasta, con una serie di esasperanti domande su Michael. Spinta dal processo di investigazione in sé, sto riesaminando questi interrogativi per l’ennesima volta, nonostante sia consapevole di non trovare nessuna risposta. Come Rod Riley e la misteriosa scomparsa dell’uomo, sono qui a rimuginare ancora e ancora, “Voleva dire qualcosa. Ma cosa? “Penso che molta gente provi una tale sensazione. Nessuno mai, cesserà di investigare su MJ.
Le molte analogie, credo, tra “La finestra sul cortile” e Billie Jean sono sia per il tema trattato che sul piano visivo. Innanzitutto, il rapporto tra fotografia e cinema, indissolubile fin dall’inizio della loro storia, e poi il ruolo centrale del fotografo nel risolvere i crimini … o che li ha commessi. A questo proposito, mi viene in mente “Blow-up” (Il soffio del vento) di Michelangelo Antonioni (1966), in cui un fotografo di moda diventa un eroe-detective insoddisfatto; o “Peeping Tom” (L’occhio che uccide), un thriller psicologico (1960) del regista inglese Michael Powell, dove con una cinepresa riprende l’uccisione del giovane uomo.
Sto anche pensando all’importanza della fotografia nei casi di divorzio (sulla base di una vecchia scuola di lavoro investigativo) dove gli strani movimenti tra marito e moglie possono essere fotografati come prova. Posso citare, Maurice Chevalier nel ruolo di un detective parigino in “Love in the Afternoon”, con Audrey Hepburn e Gary Cooper, del 1957, una delle commedie romantiche di Hollywood degli anni Trenta e Sessanta. E quindi nella mia analisi ho ipotizzato che le parole stesse del testo di Billie Jean potrebbero implicare una causa di paternità; e alcuni critici di musica ho letto ritengono che questa cosa è ciò che emerge nella storia di Billie Jean, come racconta Michael, il “narratore”.
Willa: Sono d’accordo – in particolare le linee “per quaranta giorni e quaranta notti / La legge è stata dalla sua parte“, fanno presupporre una causa legale “che dice che sono l’unico” padre di suo figlio. Ecco, forse il detective è stato ingaggiato per sostenere le sue affermazioni.
Nina: Sì, potrebbe essere, Willa c’è una buona possibilità che sia così. Tuttavia fa il misterioso – anche se è stato profetico in merito alle battaglie legali – Michael Jackson.
Nel nostro ultimo post pubblicato, Willa hai suggerito che l’uomo in trench potrebbe essere un detective (come in un vecchio film noir), o un moderno paparazzo. Questo mi ha ricordato alcune vicende della vita di Michael (piacevoli e non) con i fotografi. Ed è esplicitato in Billie Jean, e You Are Not Alone dove all’inizio del video si vedono i flash delle fotocamere mentre Michael cammina lentamente davanti una folla enorme di giornalisti, e poi inizia a cantare, “È trascorso un altro giorno/io sono ancora tutto solo“. Una giornata qualunque per la vita di Michael Jackson equivale a migliaia – se non decine di migliaia – di fotografie scattate. “Tutti i santi giorni!”
Willa: Sì. I paparazzi ci sono anche in Speed Demon, e come in Billie Jean finiscono per essere portati in prigione dalla polizia. Questo non significa che la polizia è dalla parte di Michael Jackson – lo possono aiutare a volte, tuttavia rappresentano anche una potenziale minaccia, e così cerca di sfuggire a loro. Questo genera una tensione costante a tre livelli, lui, i fotografi che lo perseguono, e la polizia.
Nina: Sì, Willa, visto che ne hai parlato, gli aguzzini in Speed Demon sono portati via dalla polizia, e Michael è libero grazie al suo potere di trasformarsi (o “scomparire”).
E a proposito della rappresentazione dei paparazzi nei film più nuovi, recentemente ho letto un saggio di Aurore Fossard-De Almeida, “Il Paparazzo sullo schermo: La costruzione di un mito contemporaneo”. Secondo l’autrice, chi lavora in questa, pseudo, nuova professione non sono altro che i meri prodotti della cultura contemporanea dei tabloid. A differenza dei classici vecchi investigatori, come Sam Spade o Philip Marlowe, o dell’irripetibile “Rod Riley” (una sorta di eroi che avevano intelligenza, integrità e fascino sotto i il loro aspetto burbero), sono dei personaggi spregevoli senza alcuna qualità redentrice. Essi non hanno alcun interesse a vedere che la giustizia trionfi.
Il compito del detective è di far rispettare la legge e stabilire “verità e giustizia”, un vero esempio di moralità, dietro una personalità fredda e metodi senza scrupoli. Lo scopo del Paparazzo, invece, è di fare un sacco di soldi vendendo il suo “bottino” ai giornali, la cui attrattiva principale è quella dei più bassi istinti di un pubblico ossessionato dalle celebrità e il loro declino. In ogni caso, l’inseguitore non può essere beccato a spiare. In Billie Jean, il detective si muove appena e rapidamente per la strada, si nasconde dietro gli angoli, si appiattisce contro gli edifici. Deve fare in modo di non essere scoperto, e cerca di rendersi invisibile, come fa Michael, ma senza i suoi eccezionali poteri magici.
Il successo del suo incarico sta nel catturare o fotografare il sospettato/soggetto senza attirare la propria attenzione. Deve guardare la persona, pur rimanendo al di fuori del raggio di azione di qualsiasi reciproco sguardo: d’altra parte rappresenta tutta la sua ricompensa. L.B. Jeffries da dilettante “segugio” riesce a mantenere la propria invisibilità, caratteristica fondamentale del voyeur classico. Così anche il detective, nel ruolo di un paparazzo diventa un voyeur. Allo stesso modo Michael Jackson guarda (la camera di Billie Jean, supponiamo) dalla finestra di un appartamento e diventa lui stesso un voyeur, ma di un genere meno sinistro.
Sarà perché attira la simpatia di tutti noi, per l’identificazione o perché è oggetto di un collettivo sguardo, ma “sembrava più una regina di bellezza della scena di un film“. Questa sua capacità superiore –  di diventare invisibile – è la chiave della sua bellezza numinosa: in qualche modo, è come un disincarnato, puro spirito.
Willa: Di conseguenza abbiamo la risposta inattesa alla domanda centrale della canzone. Uno spirito non può essere il padre di un bambino perché per riprodurre un essere umano ci vuole un essere umano. Quindi, se è vero che è disincarnato, allora è vero che “Billie Jean non è la mia amante.” Interpretazione avvalorata dalla scena in cui si mette nel letto e poi scompare – il lenzuolo si stende sul piano del letto nel momento che si smaterializza.
Tuttavia non credo che sia uno spirito disincarnato. A volte sembra tutto il contrario! Secondo me, appare più in continua evoluzione – una specie di illusionista che può spostarsi a piacimento, rendersi invisibile o immateriale. Ci sono momenti in cui sembra – invisibile ma possiede una natura corporea – come nelle due scene verso la fine del video, lui non è visibile, ma le piastrelle del marciapiede si illuminano al suo passare. Quindi, lì, è reale ma inesistente – corporeo ma invisibile.
Nina: Sì, penso sia giusto, Willa accostarlo ad un illusionista. È invisibile ma può essere corporeo, e anche mettere incinta una donna: sono sicura che la narrativa “gotica” è ricca di questi strani avvenimenti!
Willa: Sì, e possiamo ritrovarlo nella mitologia greca e romana, e nel Nuovo Testamento della Bibbia. Insomma, non è altro che il miracolo della Concezione …
Nina: A un altro livello, le azioni di Michael nel film suggeriscono alcune cose immateriali che, in molti sensi, fanno eco alla sua vita. In Billie Jean è in grado di “smaterializzarsi” per proteggersi dagli occhi indiscreti dei poliziotti, il detective, i vicini di casa e il fotografo, ma lui è stato geniale – con il suo corpo di lavoro – nel rendere visibile l’invisibile.
Fin da quando ha iniziato ad esibirsi come bambino, la sua presenza è stata una forza tangibile nello spettacolo, settore che ha sempre prosperato sul divismo (dello “star system”) e il mistero, che gli ha permesso di portare alcune pratiche nascoste alla luce. I personali sacrifici fatti in un sistema che lo ha creato e distrutto, sono stati un simbolo per far capire ciò che subiscono i bambini prodigio gravati da troppe responsabilità in una tenera età. Lo sfruttamento del lavoro minorile è stato un argomento sempre presente, e centrale nella forma di narrazione della sua vita e nelle interviste, ecc. I modi in cui ha esposto il tema e altri, è stato il “crimine” per il cui ha pagato, forse alcune persone avevano paura che stesse per “spifferare tutto”. Ma, per parafrasare la domanda di Riley: “spifferare” cosa?
Willa: Un punto interessante, Nina. Michael ci ha costretto a confrontarci con alcuni dei più scottanti problemi sociali – il razzismo, la misoginia, l’abuso sui minori, la guerra, la brutalità della polizia, la fame nel mondo, l’indifferenza e altri crimini “invisibili” – dando ad essi visibilità, come dici tu. Ad esempio, il video di They Don’t Care about Us girato a Dona Marta in Brasile ha sensibilizzato l’attenzione globale per migliorarne le condizioni sociali.  Claudia Silva giornalista di Rio ha detto a Rolling Stone,
L’emancipazione di Dona Marta è iniziata con Michael Jackson. … Ora non ci sono più spacciatori di droga, e c’è un importante progetto sociale. Il vero interesse è cominciato con Michael Jackson.
Nella scena in cui Michael sale la scala verso la casa di Billie Jean con una velata allusione rende visibile l’invisibile. I gradini si illuminano ad ogni suo passo, e come raggiunge l’insegna verticale di “Hotel” le lettere si accendono in progressione, come se il suo dono fosse di dare visibilità.
immagine3Nina: Concordo, Willa: quello che ha fatto in Brasile con il suo lavoro, per esempio, dà un nuovo significato all’espressione, “portare alla luce”. Ha cercato di mostrare la verità, che alcune persone potenti avrebbero forse preferito rimanesse oscura.
Oltre a “Spettacolo di varietà”, Billie Jean rende omaggio più o meno direttamente ad un altro musical di Vincente Minnelli: “Un americano a Parigi”, con Gene Kelly e Leslie Caron (1950).
Vorrei precisare che questa mia conoscenza è dovuta a Megan Pugh, una studentessa che per il dottorato di ricerca ha fatto un lavoro dal titolo: “Chi è inappropriato? I movimenti di Michael Jackson”. A settembre 2009, l’Università della California ha tenuto a Berkeley una conferenza dal titolo “Michael Jackson: riflessioni su una vita e un fenomeno culturale”, dove Pugh per la sua presentazione ha evidenziato un forte confronto visivo tra la sequenza di Billie Jean, in cui ogni gradino si illumina, e il numero musicale “I’ll Build a Stairway to Paradise” contenuto ne “Un americano a Parigi”. (La sequenza della scalinata inizia al minuto 1:00):

I’ll build a stairway to paradise

La canzone è stata scritta da George Gershwin (come tutte le musiche di “Un americano a Parigi”), ed è stata registrata dal “Re del Jazz,” Paul Whiteman e la sua orchestra, nel 1922:
(Comprensione del testo in italiano)
All you preachers
Who delight in panning the dancing teachers
Let me tell you there are a lot of features
Of the dance that carry you through
The gates of Heaven
It’s madness
To be always sitting around in sadness
When you could be learning the steps of gladness
You’ll be happy when you can do
Just six or seven
Begin today!
You’ll find it nice
The quickest way to paradise
When you practice
Here’s the thing to know
Simply say as you go…
Chorus:
I’ll build a stairway to Paradise
With a new step every day
I’m gonna get there at any price
Stand aside, I’m on my way!
I’ve got the blues
And up above it’s so fair. Shoes
Go on and carry me there
I’ll build a stairway to Paradise
With a new step every day
And another verse:
Get busy
Dance with Maud the countess, or just plain Lizzy
Dance until you’re blue in the face and dizzy
When you’ve learned to dance in your sleep
You’re sure to win out
L’interprete canta e balla allo stesso tempo come fa Michael in Billie Jean, e dice come sia rischioso per colui che vuole essere “l’unico a scendere in pista.” (“Quindi accetta il mio consiglio/Ricorda di pensarci sempre due volte.“)
La gente di solito frequenta le discoteche quando è triste, nella speranza che la danza li aiuterà a migliorare uno stato d’animo negativo in qualcosa di più roseo. Così la musica pop, attraverso il tempo, si è dimostrata un antidoto alla tristezza insieme alla danza. Naturalmente, Michael Jackson stesso più volte ha cantato questi generi di canzoni come cantante dei Jackson 5, Jacksons, e nella sua carriera solista. Ecco qui un esempio, “Keep on Dancing” da “The Jacksons” il primo album del gruppo americano uscito nel 1976, con Michael voce principale:
Danza, bambina, ti prego
E sarai felice
Danza veloce, basta fare una giravolta
Danza lentamente quando vai giù
Continua a ballare … lascia che la musica abbracci la tua mente
Continua a ballare … e ti divertirai
Continua a ballare … perché non vai sulla pista da ballo
Continua a ballare … fino a quando non sarai più in grado di ballare
E poi “Enjoy Yourself”, sempre dallo stesso album, con Michael voce principale:
È, seduta lì, con lo sguardo perso nel vuoto
Mentre la gente sta ballando, danza intorno alla pista da ballo
Non bisogna essere preoccupati di cose che non si può controllare
Andiamo, bambina, fino a quando la notte è ancora giovane
Perché non ti lasci andare,balla! Whoooo!
Senza alcun dubbio, le scarpe all’inglese indossate da Michael avrebbero dovuto “portarlo” lontano dalla sua tristezza, quando incontrò la prima volta Billie Jean sulla pista da ballo. Una cosa interessante da notare è che l’idea di ballare come un modo di evasione dai problemi che ci affliggono, è cambiato al contrario nell’album Thriller del 1983, in cui “la danza” può provocare infelicità. Questo cambiamento si nota dopo “Off the Wall” del 1979 dove la danza è ancora un divertimento innocente per il raggiungimento della felicità (“Rock With You”, “Get on the Floor”, “Off the Wall” e “Burn This Disco out “).
Cosa sarà successo, mi chiedo? Sarà davvero tutta colpa del boogie, perché, in un certo modo sembra che il ballo in sé non sia più un argomento semplice, ed è interpretato come un eufemismo per un rapporto sessuale con inaspettati risultati tragici. Nell’album, “Billie Jean” e “Wanna Be Startin Something” sono le due tracce ritenute da diversi critici di aver segnato l’inizio di una “paranoica” tendenza di Michael: e, a loro avviso, questa tendenza è diventata più accentuata nei suoi album successivi.
E così, l’incontro fatale di Michael con Billie Jean – una ragazza pare conosciuta casualmente e portata a letto dopo il loro primo incontro in un club – il ballo non ha spazzato la sua infelicità, ma lo ha portato a un livello ancora più profondo. Nel film, mostra un atteggiamento un po’ tragico: sospira, aggrotta le sopracciglia, e canta di come un giorno lui e Billie Jean hanno per la prima volta ballato. Tuttavia, sta facendo davanti ai nostri occhi, lo stesso errore che inizialmente lo ha portato a questa spiacevole situazione, corre appresso a Billie Jean, in un bassifondo disseminato di immondizia, pieno di graffiti e da una scala.
Willa: Hmmm … davvero interessante, Nina. Tuttavia, non credo che il personaggio principale abbia portato a “letto” Billie Jean – questo è piuttosto vago, e gli indizi sono contraddittori – però è vero che il ballo ha avuto una svolta oscura in “Billie Jean” mai vista fino ad ora. Sto pensando velocemente agli album di Michael Jackson, cercando di ricordare altre canzoni dove la danza è sinonimo di dolore. Ecco, “Blood on the Dance Floor”, ovviamente – in un certo senso questa canzone la vedo una sorta di rivisitazione di “Billie Jean”, da qui il senso di un punto in comune.
Nina: Sì, ottima osservazione; Mi chiedo anche se ci sia un qualsiasi altro compositore che abbia descritto una storia di dolore legata alla danza.
La salita di Michael della scala nel cortile degradato, naturalmente, contrasta molto con la sontuosa scala di fantasia di George Guétary, e, le sue affascinati soubrette e candelabri. Michael-personaggio non “guadagnerà”, né troverà alcuna scala per il “paradiso” o il “cielo” (Led Zeppelin), con la sua danza – solo l’io diviso, un rimorso di coscienza, e un forte impulso a tornare sulla scena sordida della sua “disgrazia”. Invece di trovare (o casa) paradiso, sembra avere paura di essere trascinato nella direzione opposta. Ma fa un movimento di danza e raggiunge comunque l’appartamento.
Megan Pugh osserva,
Jackson passa velocemente dalla nostalgia del ‘dreamworld’ dei musical di Hollywood – in cui è possibile risolvere i problemi mettendo su uno spettacolo, un ragazzo conquista una ragazza, e dove tutto si amalgama in modo preciso – all’impossibilità di realizzare tali sogni. Infatti alla fine, Jackson rimane quasi sempre da solo.
Mentre si illumina qualcosa ad ogni suo passo, l’insegna al neon “hotel” si accende anch’essa, una lettera alla volta. L’insegna hotel è diventata un elemento caratteristico dei concerti di Michael Jackson, l’immagine dell’artista è filtrata da uno schermo per contrastare le sue mosse. Il simbolo introduce la performance di “Smooth Criminal” o “Heartbreak Hotel” nel Bad tour.
immagine13Willa: Wow, affascinante, Nina! Ecco una clip di “Smooth Criminal” allo stadio Wembley nel 1988, e possiamo vedere chiaramente la scritta a neon “HOTEL” con le lettere rosse disposte verticalmente. È uguale a Billie Jean, ma non lo avevo associato fino ad ora.

Smooth Criminal – Live Wembley 1988

La voce fuori campo dice,
I miei passi hanno rotto il silenzio delle prime ore dell’alba, mentre camminavo lungo la Baker Street, le vetrine dei negozi sono schermate contro i pericoli della notte. Più avanti una scritta al neon è emersa dalla nebbia. Le lettere brillano rosso fuoco, in un modo che conosco bene, evocando nella mia mente, una sola parola: “Hotel”.
Così egli attira la nostra attenzione su questa scritta “hotel” rosso fuoco, un elemento visivo e fonetico, per lui molto importante.
Nina: Sì, e grazie per questa ottima versione audio, Willa! Finalmente dopo tanto tempo, sono riuscita a capire le parole dell’intro. Qui abbiamo un’idea delle “infuocate” lettere impresse nella mente del nostro protagonista – una sorta di suggestione mentale –  insieme a certi “pericoli della notte” e pensieri su queste lettere rosse che conosceva molto “bene”. Con questa rappresentazione il nostro amato personaggio sembra condurci in un viaggio immaginario di un “quartiere a luci rosse” della città, dove la sua memoria rivela l’abitudine di frequentare una casa di facili costumi.
The House of the Rising Sun (La casa del Sol Levante) è una canzone che nel corso del tempo è stata registrata in numerose versioni, e l’arrangiamento fatto dai britannici The Animals degli anni Sessanta, è considerato il più famoso. Qui riporto una delle versioni per il ruolo femminile:
C’è una casa a New Orleans
La chiamano il “Sole nascente”
È stata la rovina per molte povere ragazze
 
 E io, Dio mio, sono una di loro
Se avessi ascoltato mi madre
Oggi non sarei qui
Ma io ero giovane e folle, o Dio,
E ho permesso che un vagabondo mi traviasse
 
E mia madre mi ha sempre detto stai attento a chi ami
Stai attento a cosa fai, perché una bugia diventa realtà….
Anche in questo caso, abbiamo una madre il cui consiglio al suo bambino è andato inascoltato, come ha fatto in Billie Jean:
E mia madre mi ha sempre detto stai attento a chi ami
Stai attento a cosa fai, perché una bugia diventa realtà
Le numerose versioni registrate di The House of the Rising Sun (La casa del Sol Levante) rivelano una storica vicenda nella canzone, dove la “casa” è a volte (nella maggior parte dei casi, ovviamente) una casa di tolleranza a New Orleans, una prigione femminile, o un locale notturno che funge da bisca, tra altri tipi di luoghi. In “Billie Jean” non c’è niente che ci faccia pensare che lei sia una prostituta, tuttavia i due testi hanno alcuni argomenti comuni, ad esempio, cedere nella tentazione, sperimentare il rimorso, e l’essere “fuorviato” da una amante senza scrupoli.
La storia di “Billie Jean” si colloca allora nella tradizione folk-blues-country, dove ci sono così tante canzoni che trasmettono un messaggio: se ignori la saggezza di tua madre lo fai a tuo rischio e pericolo. Un’altra canzone è “Hand Me Down My Walking Cane”, di cui sono state registrate moltissime versioni, con vari testi e differenti stili musicali.
Passami il mio bastone da passeggio
Passami il mio bastone da passeggio
Oh passami il mio bastone da passeggio
,
L’avrò  lasciato sul treno di mezzanotte
I miei peccati si sono impossessati di me.
Se avessi ascoltato quello che mamma mi diceva
Se avessi ascoltato quello che mamma mi diceva
Se avessi ascoltato quello che mamma mi diceva
Ora dormirei in un letto di piume
I miei peccati si sono impossessati di me.
I miei peccati mi hanno superato
Sono sicura che ci sono molti altri esempi.
Willa: Sì, certo. Un’altra canzone che mi viene in mente è “Mama Tried” di Merle Haggard con questo coro che attira l’attenzione:
E feci ventun anni in prigione condannato all’ergastolo senza condizionale
Nessuno ha potuto guidarmi sulla buona strada ma mamma ci ha provato,
Mamma ha provato a crescermi meglio, ma ho risposto di no alle sue preghiere
Quindi la colpa è solo mia perché mamma ci ha provato
Nina: Oh, sì, questa canzone la conosco, ma non mi è venuta alla mente! Grazie per averla citata, Willa. Michael Jackson chiaramente conosceva tali canzoni e i loro temi, anche se non so se ha scritto i suoi testi consapevolmente. In un certo senso ha scritto di nuovo alcune canzoni tradizionali in modo che in futuro saranno riconosciute delle intramontabili canzoni popolari di nuova generazione. (Anche se passerà molto tempo prima che le sue canzoni siano dimenticate tra il pubblico!)
Per quanto riguarda l’insegna verticale “Hotel”, ecco una splendida fotografia in bianco e nero con dei riflessi sulla finestra:
Murder My Sweet-HOTEL
Un film noir del 1946, “Murder, My Sweet” (L’ombra del passato), diretto da Edward Dmytryk. Dick Powell (attore e cantante, conosciuto soprattutto per i suoi ruoli nelle migliori produzioni musicali degli anni Trenta) – interpreta Philip Marlowe, un detective dal carattere duro. È possibile che Michael Jackson, o Steve Barron, o un’altra persona coinvolta nella produzione di Billie Jean, abbia attinto da questa immagine – rimasta “impressa” in modo indelebile nella loro mente.
Come abbiamo detto in un precedente post, secondo Tim Dirks che scrive per AMC Filmsite a proposito del genere noir, in questi film è spesso presente
un’atmosfera inquietante, di pericolo, la paranoia e un senso di disperazione.… I protagonisti dei film noir di solito agiscono in funzione del loro passato o ripetono vecchi errori per la fragilità umana.
La difficile situazione di Michael in Billie Jean si adatta bene ad alcuni di questi elementi. E come abbiamo detto prima, implica che sia stato guidato dalla “debolezza umana”.
La gente mi ha sempre detto stai attento a quello che fai
Non andare in giro a spezzare i cuori delle giovani ragazze
È venuta e si è presentata davanti a me
Poi l’odore del suo profumo dolce
Successe troppo presto
Mi chiamò nella sua stanza
Questa sua “debolezza umana” intenerisce il nostro cuore. In questo punto della narrazione, inoltre la “voce fuori campo” – una delle caratteristiche principali dei film noir – diventa fondamentale per generare nello spettatore un sentimento di identificazione con il personaggio principale. La voce corposa e impostata del detective, spesso studiata con freddezza e cinismo (e parodiata da Fred Astaire che interpreta Rod Riley in “Girl Hunt Ballet”), è diventata parte integrante dell’immaginario culturale popolare americano. E quest’uomo parla quasi sempre di eventi che sono successi nel passato. La voce dal tono portentoso incute un senso di ansia di ancor più terrificanti eventi a venire, compresa la possibilità di affrontare il pericolo, e perfino la morte. Egli diventa il punto focale della nostra identificazione, come con il protagonista di Billie Jean.
Lo spettatore si identifica in lui, prima di tutto, perché la sua voce riempie le nostre orecchie e la sua storia riempie la nostra psiche. Ma nel noir l’antieroe è anche una persona la cui distanza e distacco possiamo quasi palpabilmente sentire – non perché la sua vita o suoi valori sono necessariamente diversi dai nostri, ma perché sentiamo descrivere un mondo che esiste solo nella sua testa, e che non può condividere.
Willa: Interessante. Questo è il tipo di sensazione che abbiamo descritto prima con Billie Jean, anche se è ottenuta in un modo diverso. Michael Jackson-personaggio non è un duro, né un “detecvie hard-boiled “, e non racconta la storia in una voce di “studiata freddezza e cinismo”, come hai detto.
Nina: Vero, e dagli anni Ottanta, questi archetipi del passato (un po’ datati) sono stati ammodernati! (L’immagine di questi uomini era già cambiato un po’ negli anni Sessanta e Settanta.) Negli anni Ottanta, il tipo di mascolinità hard-boiled è incarnato ad esempio da Humphrey Bogart, Dick Powell, e altri detective di film classici in un modo completamente nuovo.
Queste nuove o vecchie immagini, sembrano in qualche modo lontane a livello emozionale, sebbene a volte rivelino una vulnerabilità che va al cuore della loro umanità. In ogni caso, il desiderio dello spettatore è di instaurare un dialogo che porta a identificarsi con il personaggio – per essere attivamente coinvolto nello svolgersi delle indagini –  che permette di ampliare lo spettro interiore delle emozioni. (Questo vale per L.B. Jeffries in “La finestra sul cortile”, ma non tanto per il “detective” di Billie Jean, che per quanto posso dire, niente sa!)
Ma, come le altre performance di Michael Jackson, Billie Jean infrange gli schemi o non si conforma a un tessuto mitologico dove troviamo quel genere di mascolinità che il detective e l’influenza noir hanno condiviso, apparentemente da sempre, nel cinema americano.
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Willa: Sì, e contrappone la mascolinità caratteristica degli anni Cinquanta – l’immagine di un uomo solitario stoico – indossando un abito e un cappello di feltro degli uomini di quel periodo, ma trasmettendo emozioni e una sensibilità verso gli altri che raramente hanno mostrato.
Nina: Sì, sentimenti che nel film esprime attraverso il canto e la danza, racchiudendo in sé passione, vulnerabilità e profonda commozione. Lo scrittore Jonathan Lethem nel suo saggio “The Fly in the Ointment,” dice
c’è qualcosa di una voce che è individuale, che, chi la emette rimane profondamente bloccato all’interno (nel suo intimo) come il particolare odore dell’aspetto corporeo. …  Regolata attraverso l’addome, vibrata in modo definitivo con la lingua e le labbra, la voce è una sorta di bacio udibile, una confessione sottile, l’anima di un rutto. … Come incredibilmente bella! Come terribile!
Penso che la parte più sensibile di Michael come persona sia emersa anche perché la cultura pop in generale degli anni Ottanta è caratterizzata da un minor conformismo e da una maggiore libertà con gli stili e l’espressione di genere. L’articolo di Joe Vogel pubblicato lo scorso giugno su Journal of Popular Culture, dal titolo “Freaks in the Reagan Era: James Baldwin, the New Pop Cinema, and the American Ideal of Manhood ” parla di questo fenomeno. Dice che l’atteggiamento di Michael Jackson, come quello di Prince, Madonna, Boy George, David Bowie, e Grace Jones ha “apertamente sperimentato e trasgredito le aspettative di genere.”
A mio avviso l’abito e il cappello di feltro di Michael sono dei particolari accorgimenti, oggetti di scena teatrali che servivano da riferimento autoconsapevole agli stili di film degli anni Quaranta-Cinquanta. Almeno alcuni film di Michael, da Billie Jean a Thriller a You Rock My World, sono chiare parodie di genere. Il personaggio principale in Smooth Criminal del 1987 è un “rifacimento” di Rod Riley interpretato da Fred Astaire (del 1953), e i due segmenti di film condividono lo stesso sentimento di parodia autocosciente. Infatti, “The Band Wagon” (Spettacolo di varietà) è stato fatto nello stesso periodo di alcuni “seri” film noir che ancora uscivano dagli Studios di Hollywood. Stranamente, la parodia e la “roba seria” potevano coesistere nel mondo del cinema degli anni Cinquanta.
A partire dagli Ottanta fino ad oggi, gli elementi fondamentali del film noir sono cambiati in modo sostanziale. (Gli ultimi decenni hanno visto l’ascesa del film “neo noir”, come Elizabeth ha detto in un commento sulla prima parte dell’articolo). A meno che non si tratti di film recenti, non sono altro che una parodia del classico stile noir, trench, cappello di feltro, mocassini con l’estremità a due colori (o le ghette, come in Smooth Criminal), la voce narrante fuori campo del duro hard-boiled – incluse le espressioni gergali in voga negli anni Quaranta – sono tutte cose del passato, una sorta d’estetica “camp” quando sono utilizzati oggi. Anche in Billie Jean, del 1983, ritroviamo un’estetica “camp” su quei vecchi stili. Naturalmente, le caratteristiche dell’ipermascolinità dei tipi “hard-boiled” persistono; ma il loro stile è cambiato, e sono stati rinnovati con nuovi capi di abbigliamento, il tono vocale, le inflessioni, ecc.
Il detective in Billie Jean per la nostra identificazione è praticamente inutile, per questo Michael-personaggio è sia il detective e il criminale. Condizione che lo rende ancor più solo, infatti di solito è inquadrato da sé. Qui, è appoggiato al lampione, non conscio del detective, uno dei rari momenti in cui i due uomini sono ripresi insieme nella scena:
immagine4Dato che il detective che ha preso questo “caso” è un dilettante incapace, Michael svolge l’indagine da sé, e la ricerca di se stesso è fondamentale per costruire l’identità di genere.
Willa: Davvero affascinante questa analisi, Nina! – Che poi, in un certo senso è conoscere se stesso, e anche nella lirica sembra operare tale processo …
Nina: Sì, l’impeto con cui difende il suo onore, ad un certo punto cambia in una autoriflessione. E non so come, in primo luogo, si siano avvicinati all’idea dello stile noir per progettare il film. Qualcuno (probabilmente Steve Barron, o lui e Michael insieme) ha guardato alla canzone con un occhio diverso per studiare lo scenario più adatto. Nel momento in cui è stato deciso di utilizzare gli elementi caratteristici di un film noir/poliziesco, la naturale conseguenza è stata quella dell’indagine!
Quando arriva al pianerottolo in cima alla scala, Michael è inquadrato come se stesse guardando attraverso una finestra, osservando ciò che vede all’interno della stanza (si presume). Poi appare il detective che lo ha seguito. La sua intenzione è di raggiungere Michael al piano di sopra, quando la donna ancora seduta vicino alla finestra, fa una telefonata. Lo spettatore non sa chi ha chiamato, o il motivo. Ma ecco che Michael sembra avere la capacità di passare attraverso i muri, lo vediamo in piedi dentro la stanza che stava guardando dall’esterno un attimo prima – la stessa stanza che abbiamo visto in una sequenza veloce di immagini con il letto di ottone a baldacchino e le tende appese intorno ad esso.
immagine5A proposito, ecco un aneddoto simpatico su Raquel Pena, la giovane donna che ha interpretato la vera Billie Jean tanti anni fa. Qui un estratto dell’intervista dal blog “Nobleman”:
D: Come è stato lavorare con Michael Jackson? Com’era?
R: Direi fantastico! Ho lavorato con molte celebrità, e lui è stato senza dubbio, senza alcuna esitazione, la più gentile, la più cortese persona che abbia mai incontrato e lavorato insieme …… Aveva un giocoso, spirito di un ragazzo. Ci furono vari set progettati per le diverse riprese e ricordo che Michael faceva cose divertenti … gli piaceva sparire e riapparire dal nulla ed esclamare “Boo!” a chi gli passava vicino (più di una volta mi ha colto di sorpresa). Era concentrato sul lavoro e un attimo dopo poteva abbandonarsi al divertimento scherzando con chiunque.
Nell’ultima scena del video, dovevo coricarmi sul letto (in realtà non era altro che una tavola coperta con un lenzuolo). La scena doveva dare l’illusione che il corpo nel letto era Billie Jean. Ricordo di aver guardato Michael che mi stava fissando, e pensai, “Oh mio Dio, Michael Jackson adesso si infila sotto le lenzuola!”
A un certo punto durante la giornata, Michael mi prese da parte e disse: “Sai di essere Billie Jean, vero!” – più in senso di affermazione che di domanda. Era serio, ma aveva quel gran sorriso MJ … che sembrava stesse giocando con me. Ho scoperto dopo che lui e i suoi fratelli indicavano con “Billie Jean” le numerose groupies in seguito a un increscioso episodio con una groupie fuori di testa, e che si chiamava davvero Billie Jean.

Willa: Grazie per la condivisione, Nina! Bellissima descrizione “la più gentile, la più cortese persona che abbia mai incontrato e lavorato insieme ” e che “Aveva un giocoso, spirito di un ragazzo“. Ce lo vedo!
Nina: Sì, è coerente con tante altre testimonianze già sentite, su come fosse facile lavorare con Michael.
Nei film classici noir, il criminale mai l’avrebbe fatta franca per il reato commesso (per il Codice di produzione, di cui abbiamo parlato nel precedente post). Ma nei fatti reali è possibile predire abbastanza lo svolgimento degli eventi, almeno per un aspetto della situazione. Il detective sale la scala, come aveva fatto Michael pochi istanti prima. E qui si presume che entrambi si ritrovino sul pianerottolo. In qualsiasi città americana, se un vicino di casa chiama la polizia per fare una segnalazione, e il fatto coinvolge un uomo nero e uno bianco, quasi con certezza per l’uomo nero le cose non si mettono bene – poco importa se è di bell’aspetto.
Willa: Nonostante la polizia stia arrivando, Michael Jackson-personaggio non c’è più, no? Lui si è liberato dalla materialità del corpo sotto le lenzuola nel letto di Billie Jean. Così la polizia quando arriva vede soltanto un uomo che scatta una foto alla donna nella sua camera. Loro non vedono mai Michael Jackson-personaggio.
immagine6Nina: Esatto, Willa. Michael si infila sotto le lenzuola nel letto vicino a Billie Jean, e quando è coperto dal lenzuolo, illumina l’intero giaciglio. Inoltre è tutto vestito, cosa che può deludere le aspettative di molte fan. (Dopo tanto trambusto, e lui non si toglie nemmeno le scarpe!) Nel frattempo, il detective guarda dall’esterno della finestra con la sua macchina fotografica e inquadra la scena, mentre Michael svanisce nel nulla, lasciando Billie Jean sotto il lenzuolo. A questo punto, il detective/fotografo potrebbe essere visto una specie di “pervertito” – un malintenzionato, un guardone, o un pornografo. In ogni caso, non ha buone intenzioni.
immagine9Qui, in una sorta di realismo, in base a come potrebbero andare le cose oggi, la situazione si capovolge. La polizia porta via il “detective” bianco e non l’individuo nero “sospettato”. La conseguenza è che un uomo innocente ha potuto cavarsela, ma il detective/paparazzo, un personaggio davvero ambiguo che non suscita nessuna simpatia, rischia di essere incastrato per qualcosa.
La storia di Billie Jean parla della falsa accusa e di un uomo innocente accusato, che in molti modi sembra predire la vita di Michael Jackson in considerazione all’evolversi degli eventi come li conosciamo oggi.
Willa: Sì, e Veronica Bassil è ciò che ha esplorato a fondo nel suo libro, “Thinking Twice about Billie Jean”.
Nina: Sì, e suona strano pensare che un artista abbia avuto un presentimento in tal senso – almeno a grandi linee su ciò che poi si è verificato più tardi nella sua vita. È come se un incubo si fosse avverato, almeno una parte di esso.
Ma il film, anche per gli appassionati è di fatto una sfida alla realtà sociale nel senso che il sogno potrebbe essere un desiderio represso (Michael sfugge al suo persecutore che poi è punito). Credo che questo sia in particolar modo vero per le persone che hanno seguito le cause legali di Michael negli ultimi decenni della sua vita. Negli anni Novanta e Duemila anche, i numerosi giornalisti di tabloid e i fotografi corrotti e opportunisti – hanno danneggiato la reputazione di Michael Jackson e violato la sua libertà in molti modi – hanno procurato sofferenza a quei fan che ritenevano, che gente come Martin Bashir, Diane Dimond, Maureen Orth, e persino Oprah Winfrey fossero responsabili del trattamento ingiusto nei suoi confronti.
In Billie Jean, i due poliziotti catturano il detective in cima alla scala, facendogli cadere la sua macchina fotografica. Lo portano giù per le scale, che senza dubbio reclamerà la sua innocenza (immaginiamo). In uno scenario che appare poco probabile, Michael ha evitato l’arresto (o peggio), ma solo per la sua capacità di scomparire.
immagine10In modo coerente in tutte le sue pellicole, Michael Jackson interpreta ruoli “normali”, ma in grado di trasformarsi per sfuggire ad un controllo. In Thriller, Ghosts, Remember the Time, Speed Demon, e altri dei suoi cortometraggi, Michael sostituisce la sua corporeità, trasformandosi in creature di cartapesta, di creta, di metallo, di pelliccia, di plastica, di ossa, ectoplasma, di carne viva e morta o mutilata, e anche in qualcosa di inconsistente: nel senso che non si può vedere. E di nuovo viene da dire, “Non c’è più nulla dell’uomo! Niente di niente!”
Ma la vita di Michael è caratterizzata anche da un paradosso, perché l’eccessiva esposizione al pubblico, fin dai primi anni dell’infanzia ha richiesto necessari travestimenti. Sicuramente a volte avrebbe voluto scomparire. La tragica ironia di Michael come di altre star è, che era conosciuto da qualunque e nessuno. E questo casomai ha denotato la sua completa invisibilità.
Ecco l’inizio del romanzo di Ralph Ellison, “Uomo invisibile” (1952):
Io sono un uomo invisibile. No, non sono uno spettro, come quelli che ossessionavano Edgar Allan Poe; e non sono uno di quegli ectoplasmi dei film di Hollywood. Sono un uomo che ha consistenza, di carne ed ossa, fibre e umori, e si può persin dire che posseggo un cervello. Sono invisibile completamente perché la gente si rifiuta di vedermi: Capito? Come le teste prive di corpo che qualche volta si vedono nei baracconi da fiera, io mi trovo come circondato da specchi deformi di durissimo vetro. Quando gli altri si avvicinano, vedono solo quel che mi sta intorno, o se stessi, o delle invenzioni della loro fantasia, ogni e qualsiasi cosa, insomma, tranne me.
Né d’altra parte questa invisibilità si può attribuire a una particolarità biochimica della mia epidermide. L’invisibilità di cui parlo si verifica per la speciale disposizione degli occhi di coloro con i quali vengo a contatto. Dipende dalla struttura dei loro occhi interiori, quelli cioè coi quali, attraverso gli occhi corporei, guardano la realtà ….
Willa: Grazie per questa bella citazione, Nina entra nel vivo della questione dell’invisibilità di razza – in particolare l’invisibilità del popolo nero. E Michael Jackson ne parla in questa strofa della lirica di “They Don’t Care about Us”:
Dimmi che cosa ne è stato dei miei diritti!
Sono invisibile, perché tu mi ignori?
I tuoi proclami, mi promettono la libertà, ora!
Sono stanco di essere la vittima della vergogna
Mi stanno gettando in una classe con un cattivo nome!
Non posso credere che questa sia la terra da dove vengo!
Sai che odio dirlo
Il governo non lo capisce!
Ma se Roosevelt fosse vivo
Non permetterebbe tutto questo, no no!
In particolare quando dice “Sono invisibile, perché tu mi ignori?” e “Il governo non lo capisce!” sembra fare un riferimento esplicito a Ralph Ellison: “Sono invisibile completamente perché la gente si rifiuta di vedermi: Capito?” E questa sua invisibilità è un elemento importante in Billie Jean, Speed Demon, Remember the Time, e Ghosts, come hai detto tu, Nina. Ma in ogni circostanza, questa sua invisibilità la usa per trarne protezione, mentre Ellison lamenta la sua invisibilità. Questo gioco del divenire – apparire visibile e invisibile o anche iper-visibile – a seconda delle necessità – sembra la chiave metaforica della padronanza di sé.
Nina: Concordo, Willa. Ottima la citazione di questo passo – mi era sfuggito che Michael aveva inserito il concetto di invisibilità in questa canzone. Sono sicura che avrebbe voluto mettere in scena le sue sparizioni, e controllare come e quando i suoi “episodi” di invisibilità avrebbe avuto luogo.
“Between the World and Me” (Tra me e il mondo) il libro di memorie di recente pubblicazione di Ta-Nehisi Coates racconta della morte di un caro amico dell’autore, studente della stessa università di Howard, Prince Jones. A poco più di vent’anni –  figlio di una donna nera che ha passato a coltivare una carriera per diventare medico ed emanciparsi dalla povertà – Jones è stato ucciso da un poliziotto – che lo aveva scambiato per l’uomo che stavano cercando.

James Blake arrested by NYPD

Poi non molto tempo fa, una nuova storia è stata diffusa: James Blake, un ex campione di tennis è stato scambiato per un’altra persona. Black è appoggiato ad una colonna, tranquillo per i fatti suoi, quando è stato avvicinato da un agente in borghese del dipartimento di polizia di New York che lo ha spinto a terra in modo brutale e lo ha ammanettato.
Willa: Wow, James Blake alla colonna dell’hotel ricorda Michael Jackson-personaggio appoggiato al lampione di Billie Jean, no?
Nina: Sì, e questo è un altro grave caso di scambio di persona. Il poliziotto in borghese stava cercando qualcun altro. A quanto pare il fatto di avere la pelle scura rende una persona più visibile, o invisibile (come Ralph Ellison descrive). Ho già detto prima, che negli abitanti di una grande città c’è la volontà di non vedere e non sapere (anche di atti violenti), qui possiamo vedere la gente passare “tenersi fuori dai guai” e occuparsi dei loro affari.
Inoltre, siamo di fronte a una inequivocabile ripresa fotografica usata per identificare un individuo sospetto. Secondo un articolo di Shaun King sul caso di James Blake: “Non solo il tennista James Blake era innocente, ma anche l’altro uomo nero che la polizia del dipartimento di New York ha detto di assomigliargli.” Ecco la testimonianza di Blake:
“Ero lì tranquillo – fermo, non ho opposto resistenza, così ho perfino sorriso”, ha detto Blake, spiegando che ha pensato che la persona che gli stava andando incontro fosse un vecchio amico di scuola. Poi, ha raccontato, “il poliziotto mi è saltato addosso, mi ha buttato sul marciapiede e ammanettato. Mi ha urlato: ‘Non dire neanche una parola’.”
Se riflettiamo su cosa sia successo a James Blake, Mike Brown, Tamir Rice, Eric Garner, Sandra Bland, e tanti altri a causa di un eccesso di forza della polizia, dobbiamo riconoscere che l’espediente di rendersi invisibile a scopo di pura sopravvivenza non è una preoccupazione urgente per chi è visibilmente bianco. Negli Stati Uniti, l’ipervisibilità dei neri è uno dei tratti tipici del racial profiling; e per Michael Jackson è ciò che ha determinato la sua notorietà.
Ma per Michael, in un altro senso, invisibilità e ipervisibilità si contrappongono (sono il rovescio della medaglia). Oggetto di una eccessiva attenzione mediatica, la sua straordinaria popolarità in tutto il mondo, paradossalmente lo avevano reso completamente invisibile. L’aspetto dell’invisibilità è presente in alcuni suoi film, forse, per lui era un modo di riflettere sul perché, accusatori, la stampa e la gente era così rapida a puntare il dito (giudicare) una persona che aveva una grande notorietà pubblica e una vita privata solitaria: viene frainteso, non capito, mal rappresentato, e accusato ingiustamente.
Inoltre, Michael è molto introspettivo. In Billie Jean, ha un’aria calma, lo sguardo contemplativo, mentre osserva le varie cose.
immagine7Willa: Sì è vero. Tranne nelle scene in cui balla, sembrano prevalere i momenti contemplativi – e spesso con il suo atteggiamento ci dà un’indicazione dei suoi pensieri.
Nina: Non tanto il materiale che costituisce il contenuto dei suoi pensieri, ma nel senso che è assorto nei suoi pensieri. Una volta capito di ciò che la canzone parla, però, tutto si combina assieme: lui è ossessionato da questo problema che deve affrontare.
Alcuni mesi fa, tu e Joe Vogel avete parlato de “La nascita di una nazione” di D.W. Griffith, un film muto del 1915. Nel film i personaggi neri non sono quasi mai inquadrati in primo piano (personaggi che in realtà sono interpretati da attori bianchi in Blackface). Il primo piano o close-up è una tecnica cinematografica usata per mostrare le emozioni dei personaggi. Anche con una ripresa non molto ravvicinata a volte è possibile vedere l’espressione degli attori e la direzione del loro sguardo. Spesso il primo piano è seguito da un “controcampo” – il personaggio sta guardando qualcosa, e la scena stacca rapidamente su ciò che lui o lei sta guardando. In Billie Jean, tale tecnica è usata quando Michael guarda il barbone, seminascosto dietro un bidone della spazzatura, e quando si lucida la scarpa.
Questa è una delle tecniche cinematografiche più usate dai registi ed ha il potere di entrare in intimità con lo spettatore. Stimola l’identificazione dello spettatore con il personaggio – lo sguardo coincide con quanto vede il personaggio, sente, e possiamo discernere il suo pensiero, attraverso le immagini e il suono del film – compreso i dialoghi, la narrazione, o qualsiasi altra cosa che possiamo associare a quel personaggio.
Willa: Davvero interessante, Nina. Quando ciò che appare sullo schermo coincide con quello che il personaggio vede si instaura una intima identificazione tra spettatore e interprete, grazie a questa potente tecnica. Che poi è la base dell’empatia.
Nina: Sì, Willa. Noi spettatori ci troviamo a passare per gli occhi di Michael, attraverso i primi piani del suo volto, le inquadrature di quando guarda intorno e passeggia per la strada. Ma l’identificazione passa anche attraverso i suoi sentimenti. Lui è turbato (quando canta e balla), pensieroso e contemplativo (quando passeggia), e forse anche triste (fermo in piedi senza cantare). L’emozione che lui ci trasmette, quando canta e balla sul marciapiede è dovuta naturalmente alla sua grande capacità di saper interpretare ogni sua canzone attraverso la voce e il corpo, con un pizzico di teatralità, una caratteristica potente del suo stile.
In base alla tua discussione con Joe possiamo evincere, che fin dagli albori del cinema tradizionale americano, raramente è stata data la possibilità allo spettatore di identificarsi con un personaggio nero attraverso ciò che vede e sente. E nel periodo che è stato realizzato Billie Jean, nei primi mesi del 1983, secondo le sue aspirazioni di sperimentare l’arte cinematografica, in realtà non avrebbe ricevuto nessun ruolo importante Michael.
Questo perché la maggior parte dei film di Hollywood (a quel tempo come oggi) sono fatti per un pubblico bianco, può non sorprenderci considerare che l’anima dei personaggi bianchi – vale a dire, il loro punto di vista soggettivo – sarà determinante per come la storia è raccontata. Personaggi neri, latini, indigeni, e asiatici assumeranno un ruolo non principale nello spettacolo e tale tendenza, solo di recente è iniziata a cambiare. (La rappresentazione delle donne, di qualsiasi etnia, ovviamente è stato oggetto di studio da parte di esperti di cinema, femministe e altri per decenni. Si tratta di un problema enorme: per troppo tempo ignorato). In ogni caso, in Billie Jean passiamo per la mente del personaggio – sentimenti, sensazioni e ricordi – coincidono con quelli di una persona nera. In un certo senso è più soggettivo rispetto a Thriller o Beat It. E bisogna aspettare il film di Bad per avere l’immagine-affezione del protagonista.
Willa: In Beat It, anche se ci sono alcune buone inquadrature che danno l’impressione di entrare in intimità con il protagonista – soprattutto nella prima metà del film – in realtà, efficace ce n’è una, alla fine della sequenza nella sala da biliardo dove un primissimo piano ci permette di cogliere la tensione del personaggio attraverso il suo respiro che appanna letteralmente l’obiettivo della fotocamera …
Nina: Sì, ma bisogna tenere in considerazione che lui sta cantando – non sta lì a pensare, e nemmeno sta guardando qualcosa. La caratteristica principale del primo piano è di permettere al nostro sguardo di esplorare l’anima di un personaggio attraverso il viso, ma anche ciò che lui vede. Noi dobbiamo vedere le cose con il suo punto di vista. Il volto esprime la complessità dell’anima, ma lo sguardo del pubblico deve coincidere con quello del personaggio.
Willa: Oh, ho capito cosa vuoi dire.
Nina: Semmai qui l’inquadratura ravvicinata del volto del personaggio mostra la consapevolezza di sé, come se stesse rompendo la “quarta parete”, rivolgendosi direttamente alla fotocamera, e quindi allo spettatore. In questo e in altri modi, Michael in Beat It è posizionato come una parte “normale” di un gruppo. Anche se “diverso dagli altri ragazzi” è una creatura sociale in Beat It, mentre in Billie Jean si presenta un po’ asociale: un solitario irriducibile. Alla fine di Beat It, Michael danza insieme al gruppo, invece in Billie Jean danza da solo.
Dopo aver lasciato la camera di Billie Jean è diventato invisibile. Tuttavia, le piastrelle del marciapiede nel luogo da dove è arrivato si illuminano al suo passare. Il cartellone pubblicitario riappare sulla destra del marciapiede, con l’immagine del letto di ottone dove Michael l’ultima volta è stato – la rappresentazione sullo schermo può essere interpretata come il riaffiorare di un ricordo ossessivo che vorrebbe dimenticare.
Willa: Nina, sono senza parole! Ho visto il film di Billie Jean centinaia di volte, ma, mai avevo notato questo particolare. La mia attenzione è stata sempre catturata dalle piastrelle del marciapiede che si illuminato velocemente. Sì è vero, verso il minuto 4:27 il cartellone appare sul lato destro dello schermo che mostra il letto di Billie Jean. Ecco un fermo immagine:
immagine8Wow! Geniale. Questo conferma la nostra interpretazione che avevamo dato nel primo articolo, il cartellone sembra rispecchiare i suoi pensieri o ricordi di Billie Jean.
Nina: Sì, e significa che ovunque lui vada, l’ossessione di questa immagine – può riaffiorare in qualsiasi momento. I nostri traumi sono proiettati su una superficie pubblica affinché il mondo li possa vedere. Un vero incubo!
Nelle ultime scene finali del film, due poliziotti portano il detective “colto in fragrante” giù per la strada, e l’ex barbone incrocia il loro cammino, a braccetto con una donna (una prostituta, si presume). Nel frattempo, la misteriosa presenza dell'”uomo invisibile” è percepita come le piastrelle si illuminano una dopo l’altra, indicando i suoi passi sul marciapiede. Il panno tigrato è riapparso sul marciapiede, e una tigre entra sulla sinistra del fotogramma e sembra portarlo via, mentre le mattonelle ancora si illuminano a indicare l’invisibile presenza di Michael (ma forse percepita). Quindi una lenta dissolvenza chiude la canzone e il film.
immagine17Willa: Hmmm … questo è interessante, Nina. Ho sempre interpretato in modo diverso la scena finale – il detective perde il panno tigrato e questo si trasforma magicamente in una tigre, dopo che lui non si vede più. La tigre fugge via, come lo stesso Michael Jackson-personaggio – in verità pensavo che la tigre fosse Michael Jackson. Entrambi sono dei mutaforma che usano la loro capacità soprannaturale per sfuggire al detective, la polizia, i paparazzi … chi li sta inseguendo.
Nina: Sì, ma la “tigre” sembra girarsi e tornare indietro nella direzione da cui è arrivata – fuori campo – mentre le mattonelle si accendono in avanti una dopo l’altra. Tuttavia, considerare l’animale, come Michael, un mutaforma è interessante! La magia di Michael in qualche modo l’ha contagiato.
immagine18Volevo aggiungere qualcosa sul ruolo che i paparazzi hanno su “Michael” e la vita (di Michael Jackson). In Billie Jean, Michael è fotografato di nascosto dal detective, che passa dall’attività del paparazzo al volere della legge.  Una volta ho letto una serie di articoli su Michael Jackson che erano stati pubblicati sul Washington Post dal 1982 al 1986. Nel 1984, al culmine del suo successo, già si poteva prevedere che Michael Jackson sarebbe presto passato dal più amato personaggio del mondo della musica, a una figura di scherno e derisione.
Questo è diventato un andamento della sua vita, come il film Billie Jean sembra stranamente (e tristemente) predire. Anche prima che fosse coinvolto nelle accuse, nel 1993, l’opinione generale sulla celebrità di Michael – era associata a tutto ciò che poteva essere bizzarro e strano – come se avesse in sé i semi del criminale. Alla luce dei fatti, la sua unica possibilità era di scomparire: per allontanarsi dagli sguardi indiscreti dei fotografi e del pubblico.
immagine12Una fotografia di per sé può essere “un falso [che] diventa autentica”, soprattutto se utilizzata dalla stampa scandalistica, e altrove dai media. In Billie Jean, anche quando Michael è sulla strada appoggiato a un lampione, la fotografia che esce dalla Polaroid autofocus 660, scattata dalla vetrina del negozio, non rivela niente di lui, nessuna traccia che sia mai stato lì. “Non c’è più nulla dell’uomo! Niente di niente!”
Io continuo a sperare che sarà ancor più (e migliore) il controllo di coloro che sono a capo dello Stato più potente della storia, e le cui azioni si sono fatte beffa dei principi della giustizia americana, tanto sbandierati, e mai applicati. La corruzione all’interno della nostra cultura politica è qualcosa che i film noir tradizionali e di oggi potrebbero appena accennare. Oggi, la polizia è spesso dotata di telecamere da cruscotto o dispositivi di registrazione ultra tecnologici. Le telecamere sono nascoste nelle banche, nei negozi, e nelle strade sono impostate per controllare la gente, spesso senza essere dichiarate, e certamente senza permesso. Ma, allo stesso tempo, i cittadini fanno uso iPhone e propri filmati con telecamere da cruscotto per controllare i sorveglianti – che rappresentano lo stato – che possono essere a loro volta oggetto di sorveglianza, anche dai dilettanti.
Willa: Sì, l’idea del panopticon o panottico sta diventando una realtà …
Nina: Il Panopticon (è un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo inglese Jeremy Bentham) doveva permettere a un unico sorvegliante di osservare i detenuti in una prigione, senza capire se questi erano controllati o no. Secondo Wikipedia:
Anche se è oggettivamente impossibile per un unico custode controllare tutte le celle nello stesso tempo, i carcerati sapendo di poter essere osservati in qualsiasi momento, avrebbero assunto comportamenti disciplinari in modo quasi automatico.
Quindi, ritorna il concetto del voyeur ancora una volta, come ne “La finestra sul cortile”; solo che in questo caso, i dirimpettai di Jeffries sanno di poter essere osservati – ma non sanno quando! Ma l’idea prende corpo nella struttura di potere a senso unico, e non il suo contrario. Il custode può controllare i carcerati, ma non il suo contrario. La guardia può guardare i prigionieri, ma loro non possono vederlo. E se Michael Jackson è stato visto da “tutti”, chi avrebbe potuto guardare?
A questo proposito, possiamo citare ancora il protagonista di Ralph Ellison ne “L’uomo invisibile”, che narra in prima persona (come il detective nel film noir, e, Michael Jackson-personaggio in Billie Jean), descrivendo le percezioni che gli altri hanno di lui. In realtà, facendo specchiare coloro che affermano di “vedere”, inverte il modello sociale tradizionale, sfatando l’idea che la percezione umana è un semplice senso unico dinamico. Dice che è,
per la speciale disposizione degli occhi di coloro con i quali vengo a contatto. Dipende dalla struttura dei loro occhi interiori, quelli cioè coi quali, attraverso gli occhi corporei, guardano la realtà ….
Molti appassionati di Michael sono pronti a combattere – con i media, con il pubblico, e con qualsiasi altro – affinché la “verità” su Michael Jackson venga fuori (come se ci fosse la possibilità di trovare una intatta, incontaminata “verità”). Ma la mia sensazione è che sarebbe meglio guardare i nostri “occhi interiori”, quegli occhi che sono in grado di guardare sia dentro e fuori. La ricerca che Michael Jackson fa del proprio sé, in parallelo può essere fatto su noi stessi.
Michael Jackson ha cantato l’indimenticabile frase, della canzone di Siedah Garrett, “Se si vuole rendere il mondo un posto migliore, dai uno sguardo a te stesso e fa un cambiamento.”
O, per dirla in un altro modo: ne “La finestra sul cortile”, Stella (interpretata da Thelma Ritter), la solerte infermiera che assiste L.B. Jeffries a domicilio, lo accusa di essere un voyeur con l’espressione: “Ossignore, siamo diventati una razza di guardoni; ciascuno farebbe bene a guardare in casa propria!”
FINE
https://dancingwiththeelephant.wordpress.com/2015/09/27/more-like-a-movie-scene-part-3/
Traduzione di Grazia28 per ONLYMICHAELJACKSON
– Vietata la riproduzione anche parziale in un altro sito Web, metti un link diretto a questo post. Grazie.

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