– INTERVISTA A CELINE LAVAIL – 2010


(MICHAEL JACKSON, ARTISTA ASSOLUTO)

La maggior parte dei fan hanno scoperto la storia di Celine Lavail nel 2009 con la pubblicazione di “Michael Jackson Opus”, l’unico libro postumo ufficiale dell’artista, autorizzato da chi gestisce il suo patrimonio. La storia di Celine è iniziata nel 1996, ancora studentessa, aveva la passione del disegno, e la musica del Re del Pop fungeva spesso da sottofondo, mentre faceva degli schizzi.
A 17 anni, decise di investire i suoi risparmi in un viaggio a Monaco, per cercare di incontrare l’artista e di presentargli il suo lavoro. Una folla di fan era radunata davanti all’hotel del cantante, lei riuscì a farsi strada tra la confusione e consegnò ad un membro dello staff, un album di schizzi da lei realizzato. Incredibilmente, le fu detto che Michael Jackson voleva incontrarla subito. Questo primo contatto con l’artista, segnò l’inizio di una collaborazione lunga dieci anni, nella quale le commissionò regolarmente dei quadri.

Michael Jackson&Celine Lavail  al primo incontro – 1996

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Ciao Celine, si è molto parlato del tuo primo incontro con Michael Jackson. Questo rappresenta, in qualche modo, la fusione tra la tua passione per l’arte e quella per la sua musica. Come ti sei avvicinata al disegno e che ruolo ha avuto Michael Jackson nella tua evoluzione artistica dopo quell’incontro?
Per quanto posso ricordare, la mia passione per l’arte è iniziata molto presto, con la danza prima e poi con le arti grafiche, nel frattempo avevo sperimentato anche il teatro. Ho sempre amato dare libero sfogo alla mia fantasia e ricrearla in modi diversi – la pittura è uno di questi.
Michael è stato una sorta di catalizzatore per la mia carriera artistica. Lui è l’esempio perfetto d’artista assoluto, perché ha saputo combinare in una unica cosa, il canto, la danza, la recitazione, la coreografia, creando uno stile personale e unico al mondo. Questo è ciò che mi ha affascinato e attratto. Il suo straordinario universo è sempre stato in linea con la mia sensibilità artistica e anche prima che avessi la possibilità di incontrarlo e di parlare con lui, per me il suo lavoro era già fonte di ispirazione.
Puoi dirci di più sui disegni che consegnasti allo staff di Michael, in occasione del viaggio a Monaco?
Gli elaborati erano molto semplici, tuttavia avevo messo il mio cuore nel farli. La grafica era sullo stile tra una rappresentazione di una incisione medioevale e le immagini dei libri per bambini. Uno di questi raffigurava Michael nel personaggio di Sandman a bordo di una nave nel cielo stellato.
Messaggio scritto da Michael Jackson a Celine in occasione del loro primo incontro:
I tuoi disegni riflettono il tuo grande dono, la fantasia.
Che Dio benedica il tuo talento per sempre, sei davvero creativa e geniale.
Mi auguro che la bambina che è in te non cresca mai„.
In questo primo incontro, Michael, non solo ti incoraggiò, ma ti disse che gli sarebbe piaciuto vedere altri tuoi disegni. Una volta a casa, riprendesti gli studi con l’idea di questa sfida emozionate e ambiziosa allo stesso tempo.  Come era il tuo stato d’animo in quel momento? Sapevi cosa era giusto fare?
Fu tutto molto improvviso, perché credevo che il mio colloquio fosse finito, invece una delle sue guardie del corpo mi portò nell’anticamera della suite, e mi consegnò un pezzo di carta sul quale c’erano scritti gli estremi per contattare MJJ Productions. Potete immaginare la mia incredulità e solo dopo, in ascensore, passata l’euforia di felicità del momento cominciai a chiedermi “sarà vero l’invito? O lo avrà fatto per pura cortesia? Davvero sarà rimasto colpito dal mio lavoro?” Questi miei dubbi spazzarono via il momento meraviglioso appena vissuto con lui. Quello stesso anno – presi anche diploma – passai ore e ore a cercare di inventare e creare un tema grafico che lo avrebbe di nuovo interessato. Sfogliai numerosi libri d’arte, feci una marea di schizzi, cancellando e ricominciando ogni volta tutto da capo.
In seguito, gli inviasti diversi disegni, senza ricevere alcuna risposta da parte sua, né positiva né negativa. In totale assenza di feedback, come facesti a capire quali erano i suoi desideri per fare nuovi lavori?
Fu difficile, perché non sapevo se Michael stesse ricevendo i miei disegni. Contattai diverse volte il suo assistente rassicurandomi che gli passava tutto, ma che bisognava essere pazienti.
Un giorno, dopo avergli inviato un disegno in cui era raffigurato come Peter Pan, finalmente ricevesti una sua risposta. Come ti contattò?
Nel modo più semplice: con il telefono. In quel periodo stavo finendo il primo anno di studi all’università di Salamanca, in Spagna e sinceramente tutto mi aspettavo eccetto questo! Il telefono squillò a tarda sera, e Michael si presentò nel modo più naturale: “Ciao Celine, sono Michael Jackson… „. Lo riconobbi subito, ma, mi sembrava impossibile. Poi riuscì a raccogliere tutte le mie forze concentrandomi su ciò che doveva dirmi. In effetti il disegno rappresentava Michael come Peter Pan, uno dei suoi personaggi preferiti, evidentemente lo colpì. Era comunque un disegno semplice, ma era un soggetto a lui caro, e poi mi chiese di sviluppare più nel dettaglio il tema e di presentargli qualcosa di nuovo.
Ricordo che era molto entusiasta, e mi domandò quando potessi fargli avere il nuovo elaborato, e se fosse possibile inviargli qualcosa nelle successive settimane: ero al settimo cielo! Mi misi al lavoro subito, e non so quante notti insonni passai per cercare di finire prima possibile. Tre settimane più tardi, il disegno era completato e il mio bagaglio pronto: era giunto il momento di tornare in Francia.
A Parigi ebbi la possibilità di consegnare a Michael questo mio primo lavoro, durante il suo soggiorno presso l’hotel Ritz. Quando vide il ritratto, i suoi occhi s’illuminarono e chiamò i due ospiti che erano nel salone della Suite Imperiale per fargli vedere il mio dipinto: questo mi imbarazzò un po’ ma dall’altra ne fui veramente lusingata. Ne seguì – ogni volta in seguito – una pioggia di domande sul mio modo di dipingere, il tipo di pittura utilizzata, la tecnica, la mia fonte d’ispirazione, ma anche su Parigi, l’architettura e gli artisti famosi. L’incontro a Parigi si concluse con la commissione di un secondo dipinto. La mia avventura continuava.

Grazie a questa collaborazione, Celine sembra svolgere un duplice ruolo: come una fan riceveva qualcosa dal suo idolo e come artista si relazionava con una star, cui doveva soddisfare l’immaginario e le sue aspettative.
Oltre a questa collaborazione, hai sperimentato anche “momenti tipici di un fan”? Hai visto un concerto, ad esempio?
Sì, ho visto Michael in concerto più volte, al Dangerous Tour e l’HIStory Tour in Francia e in altri Paesi, e lo ricordo con affetto. Michael sul palco è qualcosa di magico e d’ineguagliabile. I ricordi si legano ad altre esperienze vissute, come le folli corse, le partenze improvvise, i rischi affrontati, tutte cose che non avrei mai fatto se non fosse stato per Michael. In effetti, prima del nostro incontro e nel periodo in cui veniva spesso in Europa (1996-1999), il desiderio di incontrarlo era molto forte. Ricordo che una mattina presto mi telefonò una mia amica per dirmi che Michael sarebbe andato al Wetten Dass, uno show televisivo tedesco, la sera stessa. Dopo una prima esitazione, decidemmo di partire: prendemmo un aereo, poi un treno, e infine un taxi, che ci portò nel cuore di una zona industriale sul confine franco-tedesco. A quel punto non avevamo la più pallida idea di come avremmo fatto ad arrivare alla trasmissione.
Ma, con un po’ di fortuna e un pizzico di furbizia, poco più tardi eravamo in trasmissione. Una guardia del corpo di Michael si avvicinò al pubblico e chiese di mostrargli il cartellone che avevamo portato, e preparato alla meglio durante il nostro avventuroso viaggio, e poi disse: “Michael vuole incontrare i fan, seguitemi.” La guardia con poche altre persone ci accompagnò nel retroscena verso i camerini. Nel corridoio si era formata una “coda” ben ordinata, che arrivava fino al camerino di Michael. La prima persona entrò dentro, il cuore mi batteva forte per l’emozione. Poi arrivò un tecnico dicendo al personale di Michael che era arrivato il momento di andare in scena. Un po’ delusi e a passo svelto tornammo in scena per assistere allo spettacolo. Ma qualcosa di fantastico successe ugualmente, perché Michael uscì di scena tenendo sotto braccio un cartellone, da lui richiesto con sollecitudine più volte: il nostro! Questo episodio illustra meravigliosamente, l’amore che Michael aveva per i suoi fan e come lui era attento, accessibile e premuroso.
– Michael Jackson mostra il cartellone di Celine  –
Questa interazione con i suoi fan è qualcosa che il grande pubblico spesso ignora. Ho assistito più volte a scene in cui Michael desiderava incontrare i suoi fan con semplicità. In occasione dei suoi viaggi in Europa, di solito ero invitata a presentargli il risultato del mio lavoro, così mi capitava di essere nella sua suite d’albergo, mentre una folla di fan urlanti si trovava sotto le sue finestre. Non era raro vedere Michael, interrompersi in piena conversazione, per andare a dare uno sguardo fuori della finestra e mostrarsi di persona davanti ai fan esultanti. Penso che li abbia considerati un po’ come una grande famiglia, cui amava prendersi cura. Ricordo che un giorno, parlai con lui del fatto che c’erano un sacco di paparazzi che si mescolavano con i fan fuori del suo albergo e questo sembrava preoccuparlo – non per la sua sicurezza, ma piuttosto per quella dei suoi fan, perché mi spiegò come “questi paparazzi sono persone aggressive e pronte a tutto.”
Il tuo rapporto con Michael era strettamente legato alla pittura, tuttavia hai fatto delle esperienze anche nel campo della moda.  Hai disegnato e realizzato per Michael una giacca su misura. Sappiamo che Michael era molto esigente, dalla scelta dei materiali di alta qualità a vestire su misura. Come sei riuscita a soddisfare queste due esigenze?
Ho iniziato la mia carriera professionale lavorando per le grandi case di lusso francesi: l’alta moda e lo stile mi hanno sempre interessato e sinceramente la cosa di combinare queste mie passioni nel mondo di Michael era molto allettante. Avendo la possibilità di vivere nella capitale della moda, con la disponibilità dei migliori artigiani e materie prime, il progetto nacque in modo rapido. Michael aveva mostrato più volte il suo interesse per i miei schizzi di moda e in qualche modo m’incoraggiava ad andare avanti. Per Michael ideai una giacca di pelle nera e blu con rifiniture argentate. La giacca fu creata in collaborazione con due artisti miei amici, un progettista e un artigiano esperto di lavori in pelle. Il modello su misura fu realizzato sulla statua di cera al museo Grévin. La statua porta una copia della giacca indossata da Michael. Da lì deducemmo che le misure del corpo della statua fossero giuste. Gran parte delle prove come le modifiche della giacca furono fatte direttamente sulla statua al museo fino a che non ottenemmo il modello perfetto.
In quale circostanza desti la giacca a Michael? Ci puoi raccontare questo momento?
In realtà, ci mancò poco che Michael non vedesse la giacca finita. Avevamo previsto di presentargli la giacca al termine del concerto MJ&Friends a Monaco di Baviera (giugno 1999). Durante la performance della canzone Earth Song, Michael rimase seriamente ferito e fu portato all’ospedale subito dopo lo spettacolo. Una volta rientrati in albergo, avevamo immaginato di non poter ottenere un appuntamento, la gente lì presente era nel panico e nessuno sapeva realmente che cosa fosse successo. Tuttavia, contro ogni previsione, il giorno dopo di pomeriggio, ci dissero che Michael ci avrebbe ricevuto per vedere il nostro lavoro. Come spesso stava nella sua suite, quando ci ricevé indossava una giacca del pigiama a righe, era un po’ spettinato, ma era felice di vederci.
Ricordo che prima di tutto, al momento dell’incontro si scusò per lo spettacolo della sera prima (!), e dal profondo del cuore lo rassicurammo che il concerto era stato fantastico e quasi nessuno aveva notato la scena dell’incidente (in effetti, sul momento avevamo pensato che fosse una messa in scena). Dopo alcuni convenevoli, gli presentammo il nostro lavoro. Come vide la giacca, Michael fece un’esclamazione di meraviglia, e disse di passargliela. Indossò la giacca e subito controllò la lunghezza delle maniche (dovete sapere che Michael aveva le braccia lunghe, tant’è che il progettista rimase in ansia finché non vide con i propri occhi, che le misure non erano sbagliate), poi accennò alcuni movimenti di danza, per accertarsi di potersi muovere liberamente. Ma il clou dell’incontro fu quando Michael fece il gesto di chiudere la giacca. Una cosa da non credere, la cerniera rimase bloccata!  Una persona della sua squadra si precipitò ad aiutare il suo capo per cercare di sbloccare quella maledetta cerniera. Potete immaginare il nostro imbarazzo per tale scena, avremmo voluto scomparire all’istante! Infine la zip scivolò su e la giacca si chiuse. Michael ci concesse in quell’occasione di posare per qualche foto ricordo, con indosso la nuova giacca.
Come mai non hai fatto nuove esperienze nel campo della moda?
Fu un bel progetto, molto gratificante, ma il settore della moda non era la mia aspirazione e ho preferito concentrarmi sulla pittura e i ritratti.
Per un lungo periodo, Michael Jackson e Celine Lavail si sono persi di vista. Poi a marzo del 2007, decise di andare a Londra per incontrarlo, nel tentativo di ritrovare il filo della storia.
Che cosa ti spinse a prendere la decisione di riallacciare un contatto? Avevi idea di come avresti fatto?
Non proprio. Pensai solo che fosse il momento giusto. Michael appariva disponibile, viaggiava nuovamente e gli anni bui sembravano finiti; anche la mia carriera professionale era in un momento di calma, questo mi aveva permesso di dipingere con più regolarità. La necessità di ristabilire un rapporto mi sembrava ovvio.
Trovare un contatto con Michael Jackson non è certamente come cercare un vecchio amico su Facebook o Copains d’Avant”. Credo che non sia stata una cosa semplice arrivare a lui, se non avevi più nessun contatto con le parti interessate. Come facesti?
Dopo molti anni, infatti, il team di Michael era cambiato, e la precedente MJJ Productions non esisteva più, e quindi pensare di riallacciare un contatto partendo da lì, era praticamente impossibile.
L’unica possibilità che mi rimaneva era andare di persona al suo albergo, come avevo fatto dieci anni prima a Monte Carlo. Michael stava soggiornando a Londra, dopo un suo viaggio in Giappone: l’occasione era d’oro! Decisi di andare e senza esitare, con il mio portfolio sotto braccio, presi l’Eurostar.
Tuttavia, una volta arrivata al suo hotel di Londra, non fu semplice fargli avere un mio massaggio, ci vollero diversi tentativi. Ancora oggi, non riesco a rendermi conto, tra tutti gli espedienti impiegati, quale sia stato il più efficace. Resta il fatto che mentre ero in conversazione con un amico al cellulare, mi arrivò un avviso di chiamata da parte di Michael Jackson!
Si ricordava di te? Quale fu la sua reazione sapendo che ti trovavi a Londra?
A quanto pare si ricordava di me, ma sinceramente non mancai di fargli recapitare gran parte del mio portfolio per essere più sicura. Il suo messaggio era chiaro: voleva incontrarmi nel pomeriggio per vedere il mio lavoro. A questo punto dovevo superare solo le porte girevoli dell’albergo …
Detto così, sembra semplice!
Non avevo altra scelta, se non di andare direttamente alla reception e con calma cercare di spiegare ad un portiere dubbioso, che avevo ricevuto una telefonata da un suo cliente molto famoso e che voleva vedermi. La prima reazione del custode fu una risatina, dicendomi che di recente qualcuno gli aveva fatto lo stesso scherzo circa Justin Timberlake. Al suo rifiuto di farmi passare, credetemi, mi trovai costretta a fargli ascoltare il messaggio che Michael mi aveva lasciato pochi minuti prima. Con un’espressione incredula stampata sul volto, chiamò il suo collega e questo gli disse: “Sì, è proprio la sua voce, ho parlato con lui al telefono.” Dopo essersi scusato, il portiere prese il telefono per avvisare la squadra di Michael che ero in attesa nell’hall.
Puoi condividere l’incontro con Michael?
Ero molto emozionata e allo stesso tempo orgogliosa del successo della mia avventura: la storia si stava ripetendo. Dopo aver aspettato più di un’ora e mezza in una stanza d’albergo, dove c’era cibo e bevande da sfamare un reggimento, venni accompagnata al piano di Michael. Venne da me accompagnato da Blanket. Prima di tutto, si scusò del suo ritardo e mi disse che aveva preso il raffreddore nel suo soggiorno in Giappone. Dopo alcuni convenevoli la conversazione si spostò rapidamente sul mio lavoro e su ciò che avevo da fargli vedere.
Come ti sembrò, era cambiato rispetto al corso degli anni?
Era più magro, ma a parte questo, provai una gran gioia nel ritrovare la stessa persona entusiasta e premurosa che conoscevo. Michael fogliò accuratamente il mio portfolio e commentò ogni disegno richiamando l’attenzione di Blanket su questo o quel dettaglio. Ad esempio, si fermò su un disegno a matita di un bambino che brandiva una spada di legno e disse che poteva essere un bel logo per un’associazione. Quel giorno Michael era particolarmente allegro, fece anche qualche battuta scherzosa con il responsabile della sicurezza.
Quali progetti congiunti intraprendesti con Michael, dopo?
In occasione di quest’incontro ebbi a cuore, come sempre, di raccogliere le sue indicazioni, necessarie per sviluppare le mie creazioni, soggetti su cui avrebbe voluto che lavorassi. Michael poteva mostrarsi molto prescrittivo nelle sue richieste, come quando mi descrisse nel minimo dettaglio la scena che sarebbe diventato il dipinto Inspiration; oppure poteva suggerire un’idea e lasciarmi lavorare liberamente, esprimendo il suo parere sul risultato finale, come nel dipinto Archangel. Quel giorno a Londra, la conversazione prese un tono filosofico e parlammo del potere delle Arti, della creazione di un capolavoro e del suo valore eterno. Non appena Michael citò le opere di Michelangelo, Tiepolo e Caravaggio, suggerii l’idea di un ritratto allegorico: un soggetto dove fosse illustrata la caducità e la fragilità umana rispetto all’eternità e al potere dell’arte. Questa idea lo entusiasmò, ne seguì una breve discussione per definire a grandi linee la composizione del futuro dipinto dal nome Allegory.

Inspiration&Archangel

Alla fine del 2008, in America, Celine presentò a Michael il dipinto Allegory. Il destino volle che questo fosse il loro ultimo incontro di lavoro.
Questo fu anche il tuo primo viaggio oltre oceano per incontrare Michael. Cosa ti spinse ad intraprendere un così lungo viaggio?
Sì, è vero. Avevo sempre incontrato Michael in Europa: Parigi, Monaco di Baviera, Berlino e Londra. A novembre del 2008 Michael era a Los Angeles e combinò un appuntamento per potergli presentare Allegory. I suoi programmi non sempre prevedevano di viaggiare in Europa e in principio il suo staff mi propose di fargli recapitare il quadro a Las Vegas: cosa che non mi entusiasmava affatto.
Oltre ai rischi del trasporto, la possibilità di presentare personalmente le mie opere a Michael era un onore per me e provavo immensa soddisfazione nell’osservare soprattutto le sue reazioni emozionali. Dopo una breve discussione con il suo team, alla fine concordammo un appuntamento presso Beverly Hills Hotel di Los Angeles per presentare la mia opera.

Raccontaci di questo tuo ultimo incontro con Michael.
Consegnai a Michael alcune lettere di fan che mi erano state affidate, e poi comincia a togliere i numerosi strati di pluriball che proteggevano il dipinto; mentre cercavo di togliere con qualche difficoltà l’imballo, Michael si inginocchiò al mio fianco per aiutarmi, quindi si mise seduto a terra sul tappeto, e commentammo il lavoro! Tra i vari elementi rappresentati nel dipinto, Michael fu colpito dal libro collocato sullo sfondo a sinistra e mi domandò del significato della frase scritta sopra. Gli dissi, con un po’ di orgoglio, che la frase, “Fluctuat nec mergitur” (È sbattuta dalle onde ma non affonda), era il motto della città di Parigi. Una dichiarazione di forza e unità, che potrebbe essere tradotta, “Nonostante le avversità, non soccombe”. Nel contesto del tema rappresentato, si riferiva alla potenza dell’arte, data la presenza dei vari simboli e allusioni collegati alla condizione universale e al tempo stesso, alla fragilità dell’essere umano.
Michael in questa occasione ti parlò di progetti futuri o espresse dei desideri?
Quel giorno Michael mi sembrò particolarmente entusiasta, mi parlò di un “progetto” su cui stava lavorando a fondo. Il nostro incontro era stato incuneato tra i diversi appuntamenti di lavoro in programma all’hotel. Il “progetto” in questione si rivelerà poi essere il contratto con AEG.
È nella natura umana stessa, rammaricarsi delle occasioni perdute… questo sentimento è ancora più forte dopo una disgrazia. Hai qualche rammarico circa gli incontri con Michael. Ti viene mai di pensare “Se solo avessi …”?
Credo che prima di tutto avrei voluto passare più tempo con Michael, in modo da apprezzare meglio i momenti passati insieme. Il poco tempo a disposizione, la preoccupazione e l’entusiasmo del momento, alla fine dell’incontro, talvolta, avevo la sensazione di non aver goduto appieno la possibilità di aver parlato con lui. Ci sono tante cose su cui avrei voluto parlare con Michael, sulla vita, l’arte: era profondamente esperto, mi parlava dei suoi dipinti preferiti, per me è stato come un insegnante. A volte mascheravo di conoscere il lavoro dell’artista cui parlava, e poi a casa andavo subito a cercare informazioni su quella opera da lui descritta. Un’altra cosa di cui mi rammarico anche, è di non avergli mai chiesto di disegnare qualcosa, dato il suo grande talento artistico.
La storia di Celine Lavail è rimasta a lungo confidenziale … fino a che non si è vista accordare molte pagine nell’unica pubblicazione ufficiale postuma autorizzata dall’Estate, curatrice del patrimonio dell’artista: Michael Jackson Opus. Celine ha condiviso il capitolo dedicato all’arte con altri due grandi artisti: David Nordahl e Nate Giorgio.
Celine, devi sapere che per ogni nostra intervista, prima di tutto ci documentiamo sul nostro ospite, e sono rimasto colpito per il fatto, che per partecipare all’Opus, non sei stata pagata, come tutti gli altri.  Quando l’editore di ha proposto di prendere parte al progetto, cosa ha influenzato la tua adesione?
Sono stata contattata dall’Opus Media Group ad agosto 2009. La società era incaricata di coordinare l’attuazione del libro ufficiale. Nella primavera dello stesso anno, Michael aveva firmato un contratto per il progetto del libro sulla sua carriera. Nella riunione, erano stati delineati i punti fondamentali dell’opera, qualcosa di molto vicino alla versione pubblicata.  Una precisa richiesta di Michael riguardava l’inserimento di un capitolo dedicato all’arte. Voleva una sezione per mostrare la sua collezione privata di quadri e illustrazioni, un po’ come aveva fatto nel libro Dancing the Dream. Ecco perché l’editore ha preso contatti con David Nordahl e Nate Giorgio.
A me il progetto è stato presentato come un tributo al lavoro di Michael, la sua musica, il suo essere uomo – attraverso le testimonianze dei famigliari, amici e colleghi. In più, era un progetto ufficiale i cui beneficiari erano la madre e i figli di Michael. Così non ho avuto nessuna esitazione nel decidere di partecipare all’opera, e ho scritto anche un saggio per raccontare la mia storia con Michael.
L’Opus, naturalmente, è stato un buon supporto multimediale. Nel libro, non solo sei l’unica artista francese, ma la tua storia è una benedizione per qualsiasi pubblicazione! Questa è come una fiaba “La piccola liceale che conquista una superstar” … Credo che tu abbia ricevuto un sacco di proposte di interviste. Hai in qualche modo selezionato le offerte?
È vero, il rilascio dell’Opus ha dato visibilità al mio lavoro per Michael e mi ha fatto conoscere al grande pubblico. Questo ha portato inevitalmente anche offerte non allettanti. Ho accettato di partecipare alla promozione dell’Opus, attraverso alcuni articoli e interviste, tra cui la rivista Paris Match, ma a condizione che il nome e la memoria di Michael, fossero rispettati e onorati. Ho rifiutato, anche molte proposte editoriali, al fine di evitare la distorsione dei fatti, le solite storie – che purtroppo, accadono quando si tratta di Michael Jackson.
Midi Libre, ad esempio, riporta che era come “tuo amico” Michael Jackson.
Questo è un esempio perfetto di ciò che volevo evitare. Nella vita privata, Michael era una persona semplice, aperta, cordiale e premurosa verso gli altri. Questo è ciò che ho detto al giornalista, per descrivere in generale l’atmosfera dei nostri incontri. Michael fece di tutto per mettermi a mio agio, come se fossi una sua cara amica. Lo so, che Michael come star dava l’impressione di non essere accessibile, in particolare con i giornalisti. Credo, quindi, che la mia descrizione sia stata fraintesa. Il fatto di averlo incontrato più volte, nel corso degli anni, dà l’idea che tra noi ci fosse un qualche rapporto ‘straordinario’ ed emozionante. In realtà c’era solo una perfetta intesa a livello creativo.
Una guardia del corpo di Michael Jackson, ha detto che uno dei dipinti di Celine Lavail, Inspiration, era stato appeso a Holmby Hills, la residenza al momento della sua scomparsa. Questo dimostra quanto amasse le sue opere.
Sappiamo che Michael Jackson era autodidatta, una caratteristica che apprezzava anche negli altri. Instancabile studioso e avido lettore, al di là di una formazione accademica vera e propria. Anche tu sei una pittrice autodidatta. Ti chiese qualcosa circa le influenze della tua arte? Che cosa gli piaceva nei tuoi lavori?
Nel nostro primo incontro, mi domandò se studiassi arte, e risposi in modo negativo. In quella circostanza mi incoraggiò a coltivare questo mio dono naturale. Michael disse che era un dono di Dio e non dovevo disprezzare il mio talento. Gli interessava in particolare l’arte classica, e nutriva una vera passione per i grandi maestri del Rinascimento italiano, come per i pittori francesi del 18° secolo. Aveva letto molti libri e visto molte cose grazie ai suoi viaggi. Sì, era uno studioso, ma gli piaceva anche trasmettere questo suo sapere e si percepiva bene dalle sue conversazioni.
Era interessato al processo creativo di un lavoro, l’idea di partenza come le tecniche impiegate. Michael mi faceva sempre un sacco di domande, ad esempio, come ero riuscita ad ottenuto un certo effetto sul dipinto. Alcune volte non sapevo dare una risposta precisa, perché nemmeno io sapevo come avessi fatto a ottenere un tale risultato – Michael allora, indicava il cielo con un dito e diceva: “Viene da lassù.” L’arte figurativa permeata di fantasia era la sua preferita e questo credo sia qualcosa che si riflette nel mio lavoro, come in quello di Nate Giorgio e David Nordahl. Michael apprezzava la delicatezza e la precisione della linea di William Bouguereau, e in generale i dettagli e i simboli delle opere. Ogni singola parte doveva raccontare una storia evidente o nascosta attraverso i dettagli presenti nella tela. Avevamo le stesse preferenze, così non ho dovuto sforzarmi per individuare e capire i suoi desideri.
I fan che sono riusciti ad avvicinarsi a Michael, si possono distinguere in due gruppi: un gruppo aveva instaurato un rapporto di amicizia (trascorreva dei periodi a Neverland, lo accompagnavano – su suo invito – durante i viaggi, ecc.), l’altro, e tu sei una di loro, hanno preferito condividere il lato creativo della sua vita. Oltre l’arte, hai cercato di conoscere qualcosa della sua vita privata?
Una delle cose di cui sono orgogliosa è di aver ottenuto il suo riconoscimento con il mio lavoro. Sono riuscita a catturare la sua attenzione in modo costante nel tempo e dal momento che ho capito che potevo coltivare questa relazione mi sono concentrata su questo aspetto. I nostri incontri erano strettamente legati all’arte. Niente è paragonabile alle brevi conversazioni avute con lui su Nicolas Poussin o Jean-Baptiste Carpeaux, o conoscere i suoi sentimenti verso il mio lavoro, o ricevere un incoraggiamento. Per me erano diventate quasi indispensabili quelle conversazioni, in qualche modo. Naturalmente mi sarebbe piaciuto conoscere di più anche la sua natura più personale, ma non ho mai cercato di farlo per pudore e rispetto.
Ti telefonò qualche volta?
Sì, lo fece. E a differenza di altre persone, che sentendo la sua voce al telefono hanno creduto che fosse uno scherzo, riconobbi sempre e subito Michael, facendomi molto felice. Mi chiamò solo poche volte.
Michael concordava in anticipo un appuntamento telefonico o ti chiamava senza preavviso?
Michael, di solito chiamava la sera tardi o di notte – senza preavviso, la maggior parte delle volte per condividere il parere di uno schizzo, di un disegno o per sapere come procedeva il lavoro. Alcune chiamate furono concordate. Un membro del suo team m’informava in anticipo che il signor Jackson mi avrebbe chiamata ad una certa ora e dovevo essere pronta. Nell’attesa, mi assicuravo che tutto fosse in ordine, questo mi faceva trascorre delle notti insonni.
Hai avuto modo di vedere un aspetto della personalità Michael, che poca gente può elogiarsi di essersi avvicinato, come la profondità del suo animo, la raffinatezza e la sua cultura. Tuttavia, molti criticano la sua visione di un mondo un po’ ingenuo, la sua convinzione di poter “guarire il mondo”, e l’immagine piatta che ne veniva fuori nelle interviste. Secondo te, perché ha voluto dare l’impressione di essere così ambivalente?
È triste constatare che molte persone ancora vedono Michael come un uomo puerile e superficiale. Egli era tutto l’opposto. Aveva, ovviamente, una personalità complessa, con una certa dualità – legata da un lato al fascino per l’infanzia, il gioco, la spensieratezza e dall’altro – la profonda cultura dell’arte, il perfezionismo, la professionalità, e una vera e propria consapevolezza umanitaria. Credo che questa dualità sia stata necessaria. È stata una sorta di rifugio e un modo per evadere da un mondo crudele cui apparteneva – quello dello spettacolo.
La maggior parte dei tuoi lavori sono ormai ben noti, ma vorrei soffermarmi su un tuo lavoro incompiuto, intitolato Paradox. Ci puoi narrare la storia di questo dipinto?

Sì, Paradox è un ritratto di Michael che è rimasto incompiuto e questo per me è – qualcosa di inconsueto. Ho iniziato il dipinto a ottobre del 2008, dopo aver finito Allegory. Il concetto si è basato sul rappresentare la dualità della vita: le avversità e le sofferenze da una parte e la spiritualità e la pienezza dall’altra. Il quadro è diviso in due metà. Da un lato Michael è rappresentato vulnerabile e fragile, e dall’altro – sicuro e fiducioso.
Sullo sfondo della mano sinistra, volevo rappresentare un paesaggio urbano minaccioso, con una centrale nucleare, e una selva di microfoni rivolti verso Michael. Opposto a questo ho disegnato un albero dai rami intrecciati, che formano la cupola di una cappella, un fascio di luce filtra attraverso un vetro colorato: una sorta di cattedrale che doveva simboleggiare la musica di Michael. Per una qualche ragione, a me sconosciuta, non posso continuare questo lavoro. Credo che non potrò finirlo mai.
Nell’ultimo incontro con Celine, Michael Jackson le commissionò un nuovo dipinto: Mad Hatter (Il cappellaio matto). Alcuni fan, che non riescono ad accettare la morte di Michael Jackson, sostengono che Mad Hatter ha in sé quelle implicazioni che fanno pensare che il Re del Pop avesse profetizzato la sua scomparsa. Il dipinto ritrae Michael nel vortice di uno scenario fantastico di “Alice nel paese delle meraviglie”.
Mad Hatter ha causato un sacco di discussioni e domande, soprattutto tra i fan, sia francesi, che nel resto del mondo. Com’è nata l’idea di rappresentare Michael nelle sembianze del Mad Hatter?
Successe tutto durante il nostro ultimo incontro a Los Angeles. Sapevo che Michael era un ammiratore dei lavori di Tim Burton e avevo sentito dire che Tim avrebbe girato una versione di Alice. Chiesi a Michael se sapesse del film e quello che pensava al riguardo. Eravamo entrambi d’accordo nel sostenere che sarebbe stato qualcosa d’incredibile. Michael confermò che amava il mondo magico di Alice di Lewis Carroll, e mi suggerì di lavorare sul soggetto per un ritratto: si vedeva come il Mad Hatter!
Uno degli elementi più discussi del dipinto è l’onnipresenza dei simboli del tempo (l’orologio da tasca, altri orologi, ingranaggi, ecc.) Sai cosa significasse per Michael il “valore” della fugacità del tempo? In qualche modo volle inserire nel dipinto la storia del film?   
In questa immagine possiamo osservare ancora numerosi elementi. Il pavimento a scacchiera, l’asso di picche e vari orologi. Il tempo qui è distorto, come se Michael si trovasse in una realtà parallela. La serie di quadranti e gli orologi – sono un’idea di Michael, a questo proposito menzionò i famosi “orologi molli” di Dalì e le figure stravaganti di Gaudì. Riguardo alla sua concezione del passare del tempo, di una cosa sono sicura: lui stava cercando di fare il suo lavoro nel miglior modo possibile, perché in cuor suo sapeva che la sua arte sarebbe sopravvissuta, e che il mondo lo avrebbe ricordato per sempre.
Quando conoscesti Michael era ancora senza figli e non aveva attraversato la dolorosa prova che affrontò nel 2005. Avesti l’impressione che le sue esperienze di vita, buone o cattive, in qualche modo avessero cambiato le sue preferenze e il suo modo verso l’arte?
Michael ha dimostrato una certa coerenza nelle sue preferenze. Egli è sempre stato molto legato al simbolismo nell’arte. Nel corso degli anni, forse, il suo interesse si era orientato su tematiche più profonde e filosofiche.
Parliamo di Messenger, un’altra opera che hai dipinto dopo la sua scomparsa. Riprendere a dipingere è stata una sfida con te stessa o qualcosa di innato?
Sì, Messenger è la prima pittura che ho creato dopo la sua morte. Soltanto dopo sei mesi sono stata in grado di iniziare questo lavoro. Ma sentivo che era necessario. Michael appare nella veste caratteristica di Mercurio, il messaggero degli Dei. Lui era solito dire, che il suo talento, la sua musica, la sua poesia, la sua danza, le sue idee erano opera di Dio, e lui era solo il “mezzo”, il messaggero, per trasmettere la sua arte. Egli non si attribuita quindi alcun merito del suo genio e voleva condividerlo. Questo è ciò che ho voluto trasmettere con questa immagine.
"Messenger" – 60x50cm – Acrylic
Messenger è una pittura in bianco e nero, ed è il tuo primo lavoro senza il colore. Michael preferiva l’arte a colori?  Il fatto di non poter avere un suo riscontro, in un certo senso, ti offre l’opportunità di ampliare altri orizzonti artistici, ed esplorare nuove direzioni?
Questo dipinto segna la mia prima esperienza monocromatica. Questa scelta è finalizzata a enfatizzare il concetto d’eternità assoluta. Mi piace pensare che Michael avrebbe apprezzato questa mia visione, ma, naturalmente, la sua opinione mi manca. Tuttavia, non posso reprimere la mia creatività e pensare continuamente “gli sarebbe piaciuto questo mio modo di esprimermi, questo particolare, questo punto di vista …”. Mi capita spesso di pensare a lui, quando guardo i capolavori a lui preferiti, come il David di Michelangelo, che ho citato prima.
Sei determinata a continuare a dipingere? Il fatto che Michael non ci sia più, frena la tua motivazione o al contrario ti spinge a creare nuovi soggetti per onorare la sua memoria?
Dobbiamo continuare a coltivare ogni dono che abbiamo ricevuto, ha detto Michael, ed è quello che intendo fare. Io continuerò a disegnare, inventare, scarabocchiare, cancellare e ricomincerò tutto da capo, senza dimenticare di rendergli omaggio. Tra l’altro, ora sto lavorando ad un nuovo ritratto sullo stile di Delacroix, un gran maestro, tanto amato da Michael.
"Icon" (100x100cm) – Oil on wood
Michael percepiva la sua arte come una sorta di missione divina. Secondo te, un giorno avrebbe potuto dire che aveva adempiuto alla sua missione sulla Terra?
Michael era un uomo dedito al perfezionismo, e umile allo stesso tempo, quindi credo che lui non avrebbe mai pensato una cosa del genere. Anche se, naturalmente, ha toccato le anime di milioni di persone attraverso la sua arte, il suo coinvolgimento nel destino del mondo, è stato davvero una benedizione del Signore.
Ringrazio sinceramente Celine per quello che ha condiviso con noi, un aspetto di Michael Jackson che la stampa cerca sovente di eludere. Infine, grazie per aver raccontato questa tua storia piena di rispetto e di riconoscimento e per aver soddisfatto il nostro gran desiderio di conoscere Michael. L’ultima parola torna alle Muse
 
Messaggio di Michael Jackson a Celine: ” So che il creatore se ne andrà, ma la sua opera sopravviverà, è per questo che per sfuggire alla morte tento di legare la mia anima al mio lavoro.” Citazione di Michelangelo.
Dedizione, impegno, e fede sono la fonte di tutte le cose … credo!
Love, MJ. Sei meravigliosa! “

FINE

Traduzione di Grazia28 in esclusiva solo per ONLYMICHAELJACKSON
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