Intervista a Bill Wolfer – 2014


I fan di MJ ti conoscono soprattutto per la fantastica tastiera che hai suonato in canzoni come, Wanna Be Startin ‘Somethin’, Beat It e Billie Jean. Potresti prima di tutto parlarci del tuo percorso?
Ho iniziato la carriera di musicista all’età di 15 anni nella mia città natale di Cheyenne, Wyoming. Ho studiato musica all’Università di Wyoming e al Berklee College of Music di Boston. Nel 1978, sono andato a Los Angeles e ho iniziato a lavorare in Studio programmando i sintetizzatori e dopo ho anche suonato. Infine sono diventato produttore, compositore e ho pubblicato degli album da solista. Ho prodotto e scritto “Dancing in the Sheets” con Shalamar, un brano tratto dalla colonna sonora del film “Footloose”, che ha ricevuto due nomination ai Grammy.
Hai conosciuto Michael Jackson nel momento della sua emancipazione artistica. Durante il Triumph Tour hai condiviso il palco con lui e i suoi fratelli. Quali sono i tuoi ricordi di questo periodo?
Ho conosciuto Michael e i suoi fratelli quando registravano l’album Triumph. Ronnie Foster, un mio amico era stato chiamato a suonare alcune parti alle tastiere e lui fece il mio nome per programmare i sintetizzatori. Qualcuno doveva sapere che lavoravo molto bene in questo campo, perché una settimana dopo mi chiamarono a suonare le sovraincisioni sul brano “Can You Feel It”. Michael voleva un effetto in dissolvenza e in crescendo, come se suonasse “a ritroso” (diminuendo). Si sente al minuto 03:14 della canzone. Fu realizzato con lo Yamaha CS-80, un sintetizzatore imponente di 100 kg. Per qualche motivo non sono stato citato nei crediti dell’album, ma quello che suona lì, sono io.
Circa un anno dopo, nel 1981, il mio amico Jonathan Moffet mi disse che i Jacksons stavano facendo dei provini per un tastierista, mi iscrissi e ottenni il lavoro. Per sei settimane provammo in una sala prove della valle, mentre per le prove finali ci trasferimmo nel grande palcoscenico di Hollywood.
Le prove furono uno spasso e sei settimane di tempo era un vero privilegio per noi musicisti. Avevamo abbastanza tempo per imparare bene le canzoni e la possibilità di conoscerci tra di noi. Michael e i suoi fratelli avevano una buona etica di lavoro, sapevano quello che volevano, ma non mi sono mai sentito sotto pressione, c’era sempre un’atmosfera rilassata.
Certo, essendo un fan dei Jackson 5, conoscevo il gruppo fin dal loro esordio e i loro album. Ma mai m’immaginavo il loro livello di popolarità, soprattutto di Michael. E non mi aspettavo una folla di 6000 fan all’aeroporto di Memphis per il primo concerto. Dovemmo letteralmente correre in aeroporto, inseguiti da fan urlanti fino alla limousine in attesa per noi. Un po’ come per “It’s a Hard Day’s Night!” I prossimi tre mesi lavorammo in tutto il Paese, suonando negli stadi delle principali città, tra cui due serate al Madison Square Garden di New York. Il tour si concluse con tre serate al Forum di Los Angeles. Alla festa dell’ultimo giorno del tour ci furono molti personaggi famosi, Quincy Jones, Steven Spielberg, Magic Johnson, Prince tra gli altri.
Per il Triumph Tour hai fatto l’adattamento di canzoni estratte da “Destiny”, “Triumph” e “Off The Wall”. Questi sono album dal  suono unico. È stato difficile il lavoro sui brani per essere suonati dal vivo?
Sicuramente è stato più semplice per la maggior parte dei musicisti che per me. Il bassista suonava la sua parte di basso, il batterista suonava la batteria, e così via, ma le canzoni di questi album includevano molti suoni di sintetizzatori, tastiere e sovraincisioni, che era impossibile incorporarli tutti anche con Randy e me alle tastiere. E Randy non sempre suonava, ballava con i suoi fratelli, o, talvolta, suonava le congas. Dovemmo selezionare le parti importanti per dare un certo risalto, e poi facevo anche le parti degli strumenti a corda. Un bel compito! Lavoravo con cinque tastiere disposte secondo uno schema a U. Alla mia sinistra c’era il pianoforte Fender Rhodes con un minimoog sopra. Al centro avevo il piano elettrico-acustico Yamaha CP-70 con un sintetizzatore Prophet-5 messo sopra e alla mia destra c’era lo Yamaha CS-80, un sintetizzatore imponente.

Come erano le versioni live di canzoni come “Lovely One” o ” Working Day And Night”?
Beh, in un concerto dei Jacksons, la cosa principale era di suonare il più vicino possibile alla versione registrata, che poi è quello che i fan si aspettano. Allo stesso tempo, ci sono molti modi per incorporare alcune modifiche o improvvisazioni, o modi per estendere una canzone. In “Lovely One”, bisognava ottenere quel groove e poi c’era una pausa aggiunta e una ripartizione della batteria e delle giuste voci, con un rapporto di botta e risposta tra Michael e i suoi fratelli. Nella versione di “Working Day And Night” furono estese le presentazioni degli assoli di Tito e di Randy con le congas e culminava con un gioco di illusione in cui Michael scompariva e riappariva in un’altra parte del palco con un cambio di costume e una forte esplosione pirotecnica. A Michael piaceva quell’esplosione e chiedeva ai pirotecnici di farlo sempre più forte. Penso che violassimo le ordinanze sui limiti dei rumori ogni notte con quella cosa.
Chi dava le istruzioni, le linee guida e le idee per adattare le canzoni live?
È stata una collaborazione, ma, naturalmente, i fratelli erano gli autori. I musicisti avevano il compito di imparare le canzoni del disco. Una volta, Jackie mi chiese di suonare una strana parte synth in una delle canzoni, non ricordo quale. Dissi, che se avessi fatto questo non avrei potuto fare la parte principale. Jackie insisté e la feci. Michael fermò la band e mi chiese perché non stessi suonando la parte principale. Gli dissi che era stata un’idea di Jackie. Michael disse ai fratelli che dovevano fare una riunione. Entrarono in un’altra stanza e quando Michael tornò disse di suonare la parte principale. E così è stato ogni volta che c’era un disaccordo tra di loro. Discutevano sempre in privato a rappresentare un “fronte unito”. Rispettavo le loro decisioni.
Nel tuo primo album solista “Wolf”, 1981, (Constellation Records), Michael Jackson è citato nei crediti del brano “Papa Was A Rolling Stone” e “So Shy”. Ascoltando i brani, con il lavoro di miscelazione, la voce di Michael non è direttamente riconoscibile. Puoi spiegare le scelte musicali fatte?
Dato che era il mio primo album solista, non esitai a chiedere la collaborazione a un paio di amici. Michael ed io arrivammo subito al punto capendoci molto bene, ci rispettavamo l’uno con l’altro e godemmo della reciproca compagnia. Naturalmente non sapevo se avrebbe accettato, ma pensai, perché non chiedere? Fui felice che accettò subito. E non c’è mai stata la volontà di rendere la sua voce non riconoscibile, lui era la quarta voce di completamento dei cori con il gruppo The Waters. Se avessi cercato di fare una cosa simile solo con lui, sarebbe stato complicato. Ma si trattava di un brano classico Motown di quel periodo.
Puoi condividere le tue esperienze in studio con Michael durante la registrazione di queste canzoni?
I The Waters non sapevano niente che avevo invitato qualcuno a cantare con loro. Non volevo deluderli nel caso in cui Michael non fosse potuto venire per qualche motivo. Ma poteva, giusto in tempo, e non vi dico le facce che fecero quando videro che avrebbe cantato con loro. Michael amava le sessioni in studio, lavorare, e per lui fu piacevole essere un semplice cantante in studio per un giorno. Senza alcuna pressione, solo a cantare, poté unirsi al gruppo, essere professionale, divertendosi anche. Il lavoro fu così veloce, che Michael rimase deluso perché tutto era finito presto e chiese se avevo qualcos’altro su cui poteva cantare. Dissi all’ingegnere di mettere “So Shy” e la fece sul momento. Fu divertente, una bella piacevole sessione.
Nello stesso anno Michael lavorò anche sull’album “Silk Electrik” di Diana Ross, in particolare sul brano “Muscles”. Ci puoi dire, come fu lavorare con Diana Ross? Hai qualche aneddoto di Diana e Michael durante la registrazione della canzone?
Michael mi chiamò per dirmi che stava producendo una canzone per Diana Ross e mi chiese se potevo suonare il sintetizzatore. Certo, fui felice di farlo, dato che ero stato un suo fan per un certo periodo. Purtroppo, Diana non era in studio quel giorno. Eravamo Michael, io, gli ingegneri, l’assistente di Michael, Nelson Hayes e Muscles, un enorme boa constrictor. Sì, la canzone fin dal titolo, fu ispirata al serpente. Durante la maggior parte della registrazione, Muscles dormì nella sua federa, ma poi Michael lo tirò fuori e mi chiese se volevo tenerlo. Era talmente grande e pesante il serpente, che Michael e Nelson lo alzarono insieme per appoggiarlo sulle mie spalle. Sì, doveva pesare circa 70 £. Dopo poco, il serpente cominciò a stringere il collo sempre più forte. Dissi a Michael: “Levami questa cosa di dosso!”. Si misero a ridere e lui lo portò via. Non fu per niente divertente, anche se loro pensavano di sì. Per quanto riguarda il lavoro di quel giorno, arrivai dopo che erano state fatte le parti fondamentali del tema e aggiunsi le sovraincisioni e alcune parti di synth. Come sempre, fu divertente lavorare con Michael, ma ricordo il serpente più di ogni altra cosa.
Sul brano Muscles, hai lavorato con Jonathan Moffet, che era anche al tuo fianco nel Triumph Tour. Come era  lavorare in studio e sul palco con lui?
Jonathan non era in studio quel giorno, aveva fatto la sua parte di batteria in una sessione precedente. Ma ho lavorato con lui molte volte in studio e, come sul palco, è solido come una roccia, un grande batterista ed è stato uno dei miei migliori amici in tour. È una persona fantastica.
Hai lavorato anche su “Say Say Say”, un indimenticabile duetto tra Paul McCartney e Michael Jackson, tratto da “Pipes di Pace”, 1983. Ci puoi dire del tuo lavoro in questa canzone?
Michael mi chiamò per chiedermi se potevo aiutarlo con un demo. Dissi certo, e gli chiesi se voleva che andassi a casa sua. Disse di no, che veniva lui. Mi sorprese, ma pensai perché no? Forse voleva uscire di casa. Quando arrivò, mia moglie stava guardando alla TV una replica del film “Grease”. Michael disse che adorava questo film e si accomodò sul divano. Dopo la fine del film prese la cassetta e capii che era una canzone che aveva scritto Paul McCartney. Michael voleva fare un demo per mostrare a Paul come aveva sviluppato la sua visione della canzone. La cassetta conteneva il suono della chitarra acustica di Paul e le voci di lui e Michael. Lavorammo su una drum machine Linn LM-1 e registrammo un demo di base su un piano Rhodes, synth bass e batteria sul mio registratore a quattro tracce. Questo fu utilizzato un paio di giorni dopo in studio per insegnare la canzone a Nate Watt (basso) e Ricky Lawson (batteria). Poi David Williams fece le sovraincisioni di chitarra. Una settimana dopo feci alcune sovraincisioni sulla registrazione e inserii i fiati e l’assolo di armonica.
Era abbastanza elaborato come demo. Michael mi disse che voleva fare una registrazione completa a 24 tracce sperando che Paul avrebbe usato quella versione, aggiungendo le voci e la miscelazione. Mesi dopo, Michael mi raccontò la storia. Era volato in Inghilterra e aveva fatto ascoltare il demo a Paul, che sentendo subito la qualità del suono gli domandò se era a 24 tracce. Michael rispose positivo. Paolo disse: “Lo hai portato con te?”. E, ovviamente, lo aveva fatto. Così il demo diventò un disco, come Michael aveva sperato.
Mi è dispiaciuto che non ho mai incontrato Paul, perché è uno dei miei idoli, ma quando uscì l’album, Paul inviò a tutti i musicisti che avevano registrato, alcune medaglie in lega d’argento con un certificato e un album firmato da lui. Fu un bel gesto da parte sua, che apprezzai più del classico premio dell’album di platino. Quello che ho appeso al muro, è uno dei miei beni più preziosi.
Nell’album “Thriller” hai lavorato sull’increndibile “Billie Jean”. Cosa si prova ad aver suonato su una delle canzoni più famose del mondo?
È la canzone più famosa, ma i tre accordi della parte di tastiera, sono diventati i suoni iconici nella recente storia della tastiera. Lo dico con molta umiltà, perché chiunque avrebbe potuto suonare, non c’è niente di tecnicamente complicato. E dato il successo della canzone, chiunque nel mondo mi ha sentito suonare. Strano pensare in questi termini, ma è così. Sono orgoglioso del suono che ho programmato. Qualsiasi altro musicista avrebbe potuto suonare quella parte, ma la ragione per cui Michael mi chiamò, fu perché mi aveva sentito giocherellare con quel suono quando eravamo in tour, e lui lo aveva tenuto a mente e lo inserì in Billie Jean. Il suono è prodotto con lo Yamaha CS-80 il mio sintetizzatore preferito. Ancora ne ho uno. Non è quello utilizzato sul disco, che era stato affittato.
Potresti condividere con noi le specifiche tecniche utilizzate in “Wanna Be Startin ‘Somethin'” e “Beat It”?

In queste due canzoni il mio ruolo era più sottile. Ci sono molti sintetizzatori nelle scritture di queste canzoni, atmosfere suggestive che noi chiamiamo suoni “pad”. Quincy li chiamava ‘delizie per le orecchie’. In Beat It, per esempio, intorno al minuto 2:20 si sente qualcosa come un coro di sintetizzatori, che sono io con un Roland Jupiter. Anche in Wanna Be Startin’ Somethin’ ci sono dei synth pads che vanno e vengono, ma più come un suono a corde, arricchendo l’accordo di base. Fu piacevole sentire cantare ancora una volta i The Waters con Michael. A quanto pare non ero il solo a pensare che suonassero bene insieme.

Puoi dirci di più sulla tua esperienza in studio di questo album?
Tutto iniziò nella casa di Michael in Encino. Aveva trasformato l’ambiente della dépendance in uno studio a 16 tracce, e lì, facemmo il demo di tre canzoni, che poi registrai per l’album con Quincy. Iniziammo io e Michael, io ero seduto al pianoforte Rodi e Michael cantava la linea di basso. Iniziai a suonare e lui cantò le note alte dei tre accordi che salgono e scendono sull’incessante linea di basso. A quel punto avevamo speso circa un’ora o più provando diversi intrecci per il resto degli accordi. In teoria c’erano un milione di modi per armonizzare quelle note e le provai tutte prima di arrivare a quello che stava cercando. La cosa sorprendente è che, per me, alcune di queste combinazioni sembrava funzionassero molto bene, ma Michael non perse mai di vista quello che aveva sentito nella sua testa. E anche se non suonava gli strumenti, è stato sicuramente un musicista. Poteva sviluppare accordi completi nella sua mente e ricordarli, anche se ascoltava qualcosa di molto simile.
Il passo successivo fu quello di ricreare il suono che Michael aveva sentito sperimentare da me durante il tour. In un primo momento non ricordavo niente. C’era un CS-80 e, infine, ricordai di un suono che cercavo di ottenere, qualcosa simile a corni e archi in simultaneo, ma con un aspetto strano, come il diffondersi di voci umane. Una volta ottenuto il suono programmato, registrammo il demo.
Ricorderò sempre il giorno in cui registrammo quella parte in Westlake Studios. Michael e Quincy stavano lavorando giorno e notte sul disco E.T. l’Extraterrestre nello Studio A. Michael mi portò nello Studio B, dove c’era un CS-80 e mi disse: “Tu sai già la parte, vai avanti e registra, io ascolterò più tardi.” Così rimanemmo solo il secondo ingegnere, Matt, ed io. Dopo aver programmato il suono, chiamai Michael a sentire prima di fare l’effettiva registrazione. Lui approvò e si registrò la parte.
Hai degli aneddoti con Michael e Quincy Jones?
Sì, una storia con Michael. Una volta, mentre si stava registrando un demo per Thriller a Encino, si fece una pausa. Michael teneva una grande gabbia in studio con un enorme cacatua. Prese alcuni semi e andò fuori sui gradini di fronte, dove ero andato a fumare una sigaretta. Alzò la mano verso il cielo con il becchime nel palmo della mano aperto e stava lì come una statua. Pensai che avesse perso la testa. Dopo pochi minuti, una ghiandaia azzurra piombò da un albero sul lato opposto del cortile, atterrò sulla sua mano e mangiò i semi. Sembrava un personaggio del magico mondo Disney.
Quincy era fantastico, sempre eccezionale. Una delle più belle persone nel settore della musica. Metteva tutti a proprio agio, e l’atmosfera in studio era sempre allegra. Quasi un anno dopo aver terminato le sessioni di Thriller, mia moglie ed io eravamo ad una premiere in Westwood, quando vidi Quincy in fondo al corridoio. Volevo presentarlo a mia moglie e mi avvicinai. Pensavo che avrei dovuto ricordargli il mio nome, ma non appena ci vide disse: “Bill, come stai?”. Io non me lo sarei ricordato e non conosco nemmeno la metà delle persone che conosce Quincy. È un grande uomo pieno di talento.
Dopo più 30 anni, qual è la sua visione sul lavoro che hai fatto per l’album Thriller?
Sono molto orgoglioso di aver contribuito a una piccola parte di esso. Le mie canzoni preferite dell’album sono quelle in cui ho suonato, non perché ci ho lavorato, ma perché secondo me, con quelle tre canzoni, Michael stava cominciando a trovare il proprio stile come scrittore e arrangiatore, l’inizio della sua futura indipendenza da Quincy. Quincy Jones era un produttore del mio tempo, ma Michael stava sviluppando le sue idee in modo che per lui avesse un senso e che egli stesso ha prodotto.

FINE

Fonte http://mjstrangersite.com/bill-wolfer-alchimiste-du-son/
Traduzione di Grazia28 in esclusiva solo per ONLYMICHAELJACKSON
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